Pubblichiamo (tradotta) la Prefazione di Jean-Pierre Winter al libro di
Laura Pigozzi, Qui est la plus méchante du royaume? Mère, fille et belle-mère dans la famille recomposée,
Albin Michel, Paris 2016.
Se la figura della matrigna ha fatto colare fiumi d’inchiostro, se è una figura inevitabile delle favole e del folklore più o meno misogino, essa non è ancora, ai nostri giorni, oggetto di veri studi clinici. Parlarne si mostra inevitabile per abbordare la questione femminile dal punto di vista psicoanalitico. E’ questo il vero oggetto di quest’opera coraggiosa. Attraverso quale spiraglio fare entrare un poco di luce in una questione così oscura tanto che Freud la definì “continente nero”? Uno dei meriti di questo lavoro di Laura Pigozzi è di avere scelto di tracciare il suo cammino nella “selva oscura” a partire da una realtà concreta: l’inferno dantesco nelle relazioni tra madre, matrigna e figlia nelle famiglie ricomposte.
Laura Pigozzi fa innanzitutto notare che la matrigna di oggi non è più quella delle favole che dipingono il nostro immaginario dopo Cenerentola e Biancaneve. In effetti, nella favola, il padre si risposa perché la sua prima moglie è morta. Le cose sono cambiate: oggi la matrigna deve avere a che fare con l’ex moglie del suo compagno, la quale è, allo stesso tempo, presente e assente. Situazione storicamente inedita e preziosa perché permetterà di svelare le variazioni dei conflitti in seno alle famiglie “ricomposte” al di là dei problemi giuridici concreti o delle generalizzazioni sociologiche.
La posta in gioco è quella di nominare i modi in cui tali cambiamenti si fanno sentire nella vita psichica dei protagonisti: la madre, la matrigna, la figlia ma anche, e forse soprattutto, il padre. E la forza di questo libro è mostrare che nessuna riflessione sensata sul femminile può essere condotta indipendentemente dall’elaborazione sul posto e sulla funzione del padre contemporaneo; la questione “che cos’è una donna?” appare dunque solidale alla questione: “che cos’è un padre?”. Ed è chiaro che le nuove ricomposizioni familiari, rendono più complesse le vicende delle identificazioni e non semplificano le risposte a tali domande.

D’altronde il progresso delle scienze della natura modifica considerevolmente ciò che noi diamo per scontato in materia di organizzazione familiare e l’evoluzione dei costumi non è che una delle conseguenze. A questo proposito, una delle principali rivoluzioni cui siamo confrontati è la possibilità che ci è offerta di sapere con certezza chi è il padre che ha generato un bambino. Un’altra è la diffrazione della maternità tra madre intenzionale, madre portatrice, genitrice, madre, matrigna, …. Insomma, nel momento in cui sarebbe possibile chiudere secoli di dibattiti sull’incertezza del padre si apre un nuovo cantiere giuridico-etico per sapere chi è la madre. Queste scoperte scientifiche non solamente dunque influenzano i nostri legami affettivi, ma pongono inestricabili problemi in termini di responsabilità, nominazione, patrimonio. Detto altrimenti, queste sono tutte questioni legate alla trasmissione nelle nuove forme cui siamo chiamati a rispondere con l’invenzione di nuovi paradigmi.
Al momento le nostre società non sanno a che santo rivolgersi ! Da una parte sono tentate di privilegiare i dati biologici amplificandone l’importanza nella definizione della genitorialità, dall’altra magnificano gli ordini affettivi e giuridici a detrimento delle realtà relative al corpo. Spesso cercano un compromesso tra patrimonio genetico e considerazioni educative. Ma al di là di questo contesto di disagio di cui testimonia Laura Pigozzi, l’autrice ci rivela una questione di struttura che non mancherà di mostrarsi come qualcosa di permanente quali che siano gli aléas delle storie individuali. Così, leggendola, noi siamo portati a pensare come il conflitto psichico tra femminilità e maternità sia relativamente senza tempo per ogni donna. Conflitto finemente analizzato a partire dal mito di Medea fino alle storie delle madri infanticide che deflagrano nella cronaca attuale. Conflitto tra l’indefinito, tra ciò che è mobile, l’inesplorato in cerca di invenzione dalla parte del femminile, e il materno finito, fusionale e molto spesso problematico. È chiaro che la simpatia di Laura Pigozzi va alla donna liberata dal materno biologico votato a quell’ideologia matriarcale che esalta “la figura di una madre onnipotente, senza castrazione” in cui troviamo associate frange del femminismo e certi movimenti religiosi tradizionalisti.
“Questo nuovo matriarcato – dice Laura Pigozzi – sostiene, con una palese falsificazione, che la Madre fallica, icona adorna delle insegne immaginarie del potere, è realizzabile e realizzata: un teorema moderno che, come altri in cui siamo immersi, autorizza la perversione. La questione non è solo di natura etica, ma anche psichica perché la perversione, che insorge per difendersi dalla psicosi, se viene autorizzata socialmente, dà come risultato la psicotizzazione sia collettiva che del singolo. Se la perversione diventa regola, la psicosi non ha più argini. Oggi, a causa di tale autorizzazione sociale alla perversione materna, sia i figli, sia la “trasmissione” del femminile, che la costituzione stessa dell’umanità, sono in pericolo..”
Certamente Laura Pigozzi qui sta pensando a certi “eccessi del materno” come quelli raccomandati dai luogotenenti della Lega del Latte, ma la cosa più importante è che tutto ciò si manifesta attraverso una “evidente messa all’angolo del padre”.
Con il pretesto di sbarazzarsi, a buon diritto, del patriarcato tirannico, il padre del bambino che nascerà non vale di più della sua funzione di riproduttore biologico. Non ci si stupirà, allora, che nello stesso tempo e attraverso lo stesso movimento, sia il bambino ad occupare quel posto lasciato vacante. Questo errore non deriva certamente dall’insegnamento di Françoise Dolto, la quale ha sempre sostenuto che il posto del bambino è situato alla periferia della coppia che lo tutela, valorizzando così il legame di desiderio tra genitori piuttosto che la promozione della legge del bambino che alla fine si rivela non essere che la legge del capriccio della madre.
In questa situazione, la matrigna potrà agevolmente incarnare la figura di una donna alleggerita di un tale fantasma materno (quello che pensa di fare Uno con il suo bambino scegliendo, per esempio, un padre che lei sa essere debole, oppure escludendolo progressivamente dalla sua funzione), ma il suo compito si rivela impossibile. Il suo compagno, in effetti, le domanda di essere “materna” con i bambini di primo letto ma contemporaneamente le ingiunge di non sostituirsi alla loro “vera madre”!
È difficile in questa situazione non oscillare in permanenza tra il sentimento di fare troppo o non abbastanza. La matrigna è votata a essere strutturalmente “insufficiente” e cercherà anche minimi segni di riconoscenza che provengano dal padre, dai bambini, o anche dalla “vera madre”. Su questo punto, giustamente Laura Pigozzi è legittimata a sottolineare che nella coppia formata dal padre e dalla matrigna è lui che è dal lato della “natura”: ”la natura è dalla parte del padre: è lui il genitore biologico. Ciò determina una posizione inedita tra adulti che si occupano dei bambini e che porta a un’importante conseguenza: il lato reale della genitorialità, quello che implica il corpo, questa volta pende dalla parte dell’uomo, del padre, dato che la matrigna è madre per alleanza e non per corpo, anche se il corpo della matrigna è certamente implicato ma più in funzione pulsionale, vivente, piuttosto che come materia materna mortifera.”
Queste ultime frasi di Laura Pigozzi potrebbero forse apparire forti, ma questa violenza è niente se paragonata a ciò che accade quando un padre reale viene cancellato, con il consenso dei poteri in campo. Perché è molto importante stare attenti al modo in cui certi concetti analitici sono diffusi e utilizzati. Perciò, non possiamo ridurre, in nome di Dolto o Lacan, il padre al solo Padre simbolico. Esiste anche un padre reale che non è da confondere con la figura del tiranno domestico o con quella del padre primitivo (che non avrebbe, secondo il mito, conosciuto alcun limite al suo godimento): un padre reale è necessario affinché la madre non si riduca a materia mortifera. “Occorre <del> padre reale – scrive Laura Pigozzi – che col corpo precluda, tagli, separi, proibisca … Il padre deve assumere che nelle sue funzioni trovi posto una forma bruta: non è sufficiente giocare e ascoltare, educare e consigliare, ma occorre farlo col corpo di maschio adulto, un corpo che il figlio risente anche un po’ rude ma che è utile alla sua crescita, perché vi sente del fallo reale.”
La ruvidezza paterna è senza dubbio vissuta come traumatica ma da essa “può nascere una libertà, compresa quella del pensiero, e quindi nuove invenzioni.” La questione del padre è un affare di stile, dice Laura Pigozzi, affare di voce, di musica non già di autoritarismo. Affare di nominazione, il Nome-del-Padre deve essere, almeno una volta, il Padre-del-No. Questo non s’impara in nessun manuale, questo si inventa caso per caso nel rispetto delle differenze del genio di ciascun sesso e nelle prerogative di ciascuna generazione. Alla matrigna toccherà la funzione di “temperare la potenza materna”, così come fanno qualche volta le donne della famiglia che sono le zie, le nonne.
Molte altre questioni sono sollevate in questo libro decisamente psicanalitico che apre numerose porte sugli inconsci al lavoro nelle nuove varianti della vita familiare. La sua forza risiede nella chiarezza degli enunciati, nell’assenza di compiacimento verso situazioni tossiche, nell’assenza di consigli che lascerebbero intendere che lei “sa” quello che bisognerebbe fare. I suoi riferimenti teorici sono molto ben calibrati. Nessun dolore è scotomizzato, ma gli impossibili delle nostre vite tormentate sono descritti senza che l’autrice sia tentata di risparmiarsi. Il “ravage”, per esempio, che è il termine scelto da Lacan per descrivere la relazione madre-figlia, quella “né con te, né senza di te”, è dall’autrice messo in rapporto alla relazione uomo-donna poiché “ogni volta che una donna è implicata, da adulta, in questo modello di relazione impossibile, si tratta quasi certamente di un tratto che riproduce il proprio legame con la madre”. È in questo genere di lucidità, per fare un esempio, che si riconosce l’orma della clinica accorta e che ha buone ragioni per pensare che “se non c’è separazione dalla madre una ragazza non potrà avere accesso alla posizione di donna; in questo caso, ella andrà verso una morte ancora più atroce: l’annientamento del suo destino femminile.”
Ed è manifestamente contro la possibilità di un tale annientamento che questo che questo libro è stato scritto. (Jean-Pierre Winter, Paris, Janvier 2016).

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