Recensione di Alex Pagliardini a

cimattiFelice Cimatti,
“Il taglio. Linguaggio e pulsione di morte”
Quodlibet,
Macerata 2015

Da sempre l’immanenza è una questione filosofica delicata e per certi versi intrattabile, almeno per la filosofia. Negli ultimi decenni – non è qui importante definire quanti – il problema dell’immanenza è diventato, almeno per un filone minoritario della filosofia, il problema della filosofia – è diventato in sostanza un’urgenza a cui affrettarsi a rispondere. Chi fa filosofia – evidentemente sono pochissimi i filosofi a fare filosofia – per fare filosofia, deve occuparsi del problema dell’immanenza, deve maneggiare e frequentare il “clamore” dell’immanenza – detto altrimenti il reale della vita, il fatto che prima di tutto e dopo di tutto non c’è che «UNA VITA» (G. Deleuze, L’immanenza: una vita… in “Due regimi di folli e altri scritti”, Einaudi, Torino, 2010, p. 321). Una vita, «eccola l’immanenza, la completa aderenza della vita alla vita stessa, la tautologia che l’humanitas non riesce a sopportare» (Cimatti, p. 32). Occuparsi di questo problema, del problema di «una vita senza trascendenza, una vita che coincide senza resti con la vita stessa» (p.22). è il compito unico di chi decide di fare filosofia, di praticarla.
In questa direzione l’ottimo lavoro di Felice Cimatti, Il taglio. Linguaggio e pulsione di morte, (Quodlibet, 2015), è un libro di filosofia. Lo è non solo perché ha il grande merito di mettere all’orizzonte, dunque al centro, il problema dell’immanenza, definendola apertamente come l’unico e vero problema della filosofia, ma soprattutto perché fa ciò in modo non retorico ma legando il problema filosofico dell’immanenza alla vita materiale e superflua di ciascun essere umano, finendo così per intrecciare il problema dell’immanenza non a sterili sofismi ma al compito disumano per ogni essere umano di costruire, cioè accettare, l’immanenza della vita: «l’animale che parla deve imparare a smettere di essere proprio ciò che è, l’animale intrinsecamente scisso» (p. 127).
Il lavoro di Cimatti ha inoltre il merito di portare avanti tutto ciò con molto rigore e con una certa originalità, non mancando, per fortuna, di consegnare al lettore alcuni passaggi problematici. In quest’ottica un primo aspetto degno di nota risiede, a mio avviso, nella postura suggerita dall’autore. La filosofia per trattare il problema dell’immanenza deve “andare in analisi”, cioè deve interrogarsi interrogando la psicoanalisi come paradigma di una possibile pratica dell’immanenza. La psicoanalisi è quella pratica che ha costruito un processo attraverso il quale l’essere umano che vi si sottopone, quell’essere strutturalmente trascendente, cioè altro da sé che è l’essere umano, corre il rischio di diventare reale, cioè di coincidere con quel che è, una vita, una vita che prende corpo. Interrogarsi interrogando la pratica psicoanalitica, questa pratica nella quale al centro c’è un modo di diventare quel ‘c’è’, una vita, è l’unico modo che ha la filosofia per continuare a essere tale, o ricominciare a essere tale, ossia una pratica discorsiva che si occupa in modo incisivo e non retorico di come per l’animale che parla sia possibile «diventare, finalmente, un corpo» (p. 11).
In quest’ottica la psicoanalisi alla quale Cimatti si rivolge è una e solo una, quella che in vari modi – anche dissidenti come nel caso di Laplanche – si inscrive all’interno dell’insegnamento di Lacan. Questa e solo questa psicoanalisi è una pratica dell’immanenza. Altra psicoanalisi «ha fatto la sua scelta di campo, ha scelto la trascendenza» (p. 123).
Non è un caso dunque che nel maneggiare il problema dell’immanenza Cimatti non rinunci – questo è uno degli aspetti decisivi del suo lavoro – a uno dei gesti centrali dell’insegnamento di Lacan, uno dei gesti paradigmatici del primato strutturale della trascendenza nella vita umana. Si tratta del primato del linguaggio, ossia del fare dell’incidenza del linguaggio sull’essere vivente il fondamento stesso di quell’essere vivente che chiamiamo ‘essere umano’. L’essere umano è effetto dell’incidenza del linguaggio sulla propria vita, l’essere umano è affettato, è tagliato – ecco il taglio del titolo del libro – dall’incidenza, dall’impatto del linguaggio sul proprio statuto di vivente, e in quanto tale, cioè in quanto effetto e affetto dal linguaggio, l’essere umano è sia un essere separato dalla vita che vive, altro da sé, mancante, (ecco la trascendenza costitutiva) sia un essere abitato da un dispositivo – il linguaggio – che lo trascina sempre fuori di sé, lo porta e lo costringe sempre oltre se stesso (ecco la trascendenza costitutiva).
Cimatti non solo non rinuncia, ma non mette minimamente in discussione questo gesto – cosa che invece fa con forza e convinzione uno dei grandi filosofi dell’immanenza, cioè Deleuze – anzi con molta precisione argomenta nel dettaglio le ragioni di questo primato del linguaggio e sostiene, dunque rafforza, la posizione di Lacan, attraverso le tesi di autori spesso considerati distanti, se non incompatibili, con lo psicoanalista francese – su tutti Wittgenstein e Chomsky.
La tesi di fondo è dunque la seguente: 1) la condizione dell’essere umano è quella di sorgere tramite il linguaggio, dunque di essere nella e per la trascendenza; 2) dunque l’immanenza è qualcosa da conquistare da questo essere intrinsecamente trascendente; 3) perché questo compito di costruire e conquistare l’immanenza è così importante? Per vivere, sembra dire Cimatti.
Proprio analizzando con cura la concezione di Lacan di incidenza del linguaggio sul vivente, Cimatti ne coglie e mette in evidenza un aspetto peculiare e problematico, ossia che il linguaggio è la pulsione di morte: «la natura umana è segnata dalla pulsione di morte, che coincide con quella stessa facoltà di linguaggio che lo rende umano» (p. 69). Facendo leva su questa peculiarità Cimatti mette a fuco la sua particolare idea di costruzione dell’immanenza e sempre su questa peculiarità il suo lavoro ci lascia, per fortuna, un problema aperto.
Che significa affermare “il linguaggio è la pulsione di morte”? Si tratta di una tesi assurda? Siamo così abituati, anche e soprattutto nel “campo” della psicoanalisi, a intendere il linguaggio come ordine, razionalità, forma, e la pulsione come caos, forza, irrazionalità, che l’affermazione “il linguaggio è la pulsione di morte” ha tutta l’aria di essere un errore. Ma l’abitudine è malsana, e l’affermazione “il linguaggio è la pulsione di morte” è di grande importanza perché permette di separarsi da sterili dualismi e mettere in prospettiva l’omologia linguaggio-pulsione dalla quale trarre qualcosa di decisivo per intendere il problema dell’immanenza.
Il testo di Cimatti mette in prospettiva l’omologia linguaggio-pulsione dando grande rilievo, e sviluppando, una delle tesi centrali dell’insegnamento di Lacan, quella presente nello Scritto La lettera rubata: il linguaggio è la pulsione di morte perché innesta nell’essere vivente, finito, mortale, limitato, un dispositivo infinito, ripetitivo, acefalo, il linguaggio appunto, un dispositivo che proprio perché così costituito costringe questo stesso essere vivente oltre se stesso, oltre i propri limiti vitali e biologici, sempre altrove, senza fine – lo costringe oltre la vita, ecco la morte a cui allude il significante “pulsione di morte” (niente a che vedere dunque con la distruttività, la violenza ecc…).
Intendere l’immanenza senza rinunciare alla dimensione trascendente dell’incidenza del linguaggio e al contempo declinare questa stessa incidenza come omologa alla pulsione di morte, è a mio avviso la mossa decisiva del lavoro di Cimatti, mossa che ci consegna la sua versione particolare della costruzione dell’immanenza. Mossa che da un lato ribadisce un presupposto fondamentale, ossia che l’immanenza è qualcosa da costruire. Mossa che dall’altro lato indica il come di tale costruzione. Costruire l’immanenza è il compito per l’essere umano di uscire dal linguaggio attraverso il linguaggio. Ma l’omologia linguaggio-pulsione di morte permette di sostenere al contempo che non c’è uscita dal linguaggio verso l’alto – ossia nella costruzione di un linguaggio più abitabile per l’essere umano – e non c’è uscita dal linguaggio verso il basso – verso la dimensione pulsionale della vita, in quanto appunto la dimensione pulsionale è dell’ordine del linguaggio. Ecco allora che l’omologia linguaggio-pulsione di morte chiama in causa la psicoanalisi in quanto pratica paradigmatica di come Felice Cimatti intende la costruzione dell’immanenza, ossia la costruzione di un’uscita dal linguaggio attraverso il linguaggio. La psicoanalisi – una certa psicoanalisi, decisamente minoritaria – è quella pratica nella quale l’uscita dal linguaggio attraverso il linguaggio non avviene né verso l’alto né verso il basso ma nel – ecco il verso della pratica analitica – diventare corpo del linguaggio stesso. Questo è il punto: l’uscita dal linguaggio consiste nel divenire corpo del linguaggio (ed è qui che la questione dell’uscita attraverso il linguaggio assume tutta la sua portata).
Un’analisi è un’esperienza nella quale c’è il diventare corpo del linguaggio che permette il diventare corpo di chi vi si sottopone – l’analizzante. Proprio perché c’è un divenire corpo del linguaggio: «un significante che non parla più, ma che appare, che si impone come reale sensibile» (p. 112), c’è un divenire corpo del corpo, di un corpo che fa della «coincidenza con sé stesso la propria singolarità» (p. 132). In ciò consiste la costruzione dell’immanenza: «il compito assolutamente non trascendente di ogni essere umano» (p. 127).
Questa mossa decisiva del lavoro di Cimatti produce al contempo una questione, che mi limito qui ad accennare. L’insistenza sull’omologia linguaggio-pulsione e, di conseguenza, sul divenire corpo del linguaggio, non ci costringe a riconsiderare proprio lo statuto trascendente dell’incidenza del linguaggio? Portando alle sue estreme conseguenze l’omologia linguaggio-pulsione – ossia che la pulsione è il farsi corpo di un processo che non consiste che nel suo accadere, cioè il linguaggio, che poi in Lacan si chiama lalingua proprio per differenziarsi dal linguaggio come macchina di rinvio, dunque trascendete in sé, – non incontriamo forse il rovescio dello statuto trascendentale dell’incidenza del linguaggio? Non incontriamo cioè che il linguaggio non è che taglio e che l’immanenza non è che questo taglio in sé?

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