IL DESIDERIO È DUE
di Alessandro Siciliano

Note sul libro di Silvia Lippi,
La decisione del desiderio. Etica dell’inconscio in Jacques Lacan,
Mimesis 2017

De-siderio è qualcosa che, nell’etimo, parla del rapporto con le stelle. Alcuni sostengono che il latino desidèrium definisse il guardar le stelle in cerca di presagi, di auguri, mentre altri intendono quel “de-” in senso di “allontanamento da”, distogliere lo sguardo dalle stelle in attesa di ciò che non verrà, accettare una mancanza. In entrambe le interpretazioni, vediamo che il desiderio chiama in causa il rapporto dell’essere umano con una mancanza fondamentale, quella mancanza-a-essere di cui è fatto il soggetto lacaniano.
Si tratta di uno dei concetti cardine della psicoanalisi: il vivente accede al consorzio umano attraverso una perdita strutturale, prima ancora che effettiva, inscenata, realizzata in un romanzo personale. Dobbiamo dunque pensare questa perdita come un momento al di qua di qualunque privazione, educazione, frustrazione, per non farne mera pedagogia. Il trasferimento della vita nel piano del linguaggio e della parola, della rappresentazione (che non è la presentazione), comporta la costituzione di un mito delle origini incontaminate dal significante.
Perdita dell’oggetto, siamo soliti dire, ma sarebbe più corretto focalizzarsi su qualcosa come una perdita in sé, l’evento unico, singolare e irrappresentabile del taglio del significante che è, al contempo, punto d’innesco di una dialettica con l’Altro, cellula elementare dell’ordine simbolico, e produzione di un resto fuori dialettica, fuori significazione, reale non simbolizzato, Ding freudiana. Così Jacques Lacan, nel seminario sul desiderio: «All’apice del desiderio c’è afanisi del soggetto. […] L’essere del soggetto si rivela essere fessura, struttura di taglio» (1).
Il desiderio, in psicoanalisi, è il prodotto di questo meccanismo, l’effetto di questo meccanismo causativo; ancora meglio, il desiderio è produzione costante di effetti laddove è impossibile ricongiungersi con la propria causa. L’evento che ha causato e che causa il desiderio non si dà nello spazio-tempo aperto da quello stesso evento – spazio-tempo che è il desiderio stesso. Il desiderio è allora l’investimento dello spazio e del tempo alla ricerca di qualcosa che non può che mancare.
In questo senso, desiderio e mancanza sono una coppia concettuale indivisibile, si desidera solo laddove si manca di qualcosa. Lo spazio e il tempo costituiscono quell’Altro, con la maiuscola, le cui figure sono tante e diverse nell’insegnamento lacaniano, quell’Altro in cui il soggetto si muove alla ricerca di qualcosa che manca, si fa spasmo, spinta, apertura.
Vediamo allora come prende corpo questa nozione, questo concetto fondamentale, di desiderio. Spazio e tempo erotizzati, investiti libidicamente, potremmo anche dire la realtà, il desiderio è la proiezione del soggetto nel suo ambiente, nella sua realtà. Ek-sistence, il desiderio estende il soggetto in un passato che non è più e in futuro che non è ancora.
Movimento di ricerca nel campo dell’Altro (spazio e tempo) di qualcosa che manca. E cosa cerca il desiderio? Con Lacan possiamo dire che esso cerca fondamentalmente due cose: senso e godimento, riconoscimento dell’Altro (nel doppio senso del genitivo) e mera soddisfazione. Apertura all’Altro, alla significazione, alla rappresentazione presso l’Altro di una propria identità simbolica e al riconoscimento delle proprie produzioni; chiusura, volontà di godimento, scarica pulsionale, autosomministrazione di sostanza godente. Troviamo questa doppia natura del desiderio già in Freud, già nella Traumdeutung, dove Freud ci dice che il sogno è, sì, soddisfacimento allucinatorio di desiderio, ma ci dice anche che il desiderio fondamentale che si soddisfa attraverso il sogno è il desiderio di continuare a dormire, e anzi, aggiunge Lacan nel Seminario XI, l’incubo ci sveglia proprio nel momento in cui il reale rischia di palesarsi, così che il risveglio ci consente di continuare a dormire, di continuare cioè a pararsi dal reale attraverso e con la realtà.
Apertura invocante, chiusura godente, due movimenti che, lungi dal costituire compartimenti stagni, passano l’uno nell’altro costantemente, si determinano, si incrociano per poi allontanarsi, si percepiscono. Credo che il merito del libro di Silvia Lippi stia proprio nel tenere duro su questa parentela, su questo accostamento che sfiora l’identità e che ha dato vita, non solo in Italia, a un dibattito molto vivo in ambito lacaniano, che nella sua banalizzazione immaginaria, a cui ognuno di noi è sempre soggetto, vede contrapposti il buon desiderio e il cattivo godimento, o viceversa, il desiderio come “condanna”, “anatema”, “maledizione” del pensiero occidentale sulla possibilità del godimento in questa vita (2).
Il desiderio è un concetto che ha a che fare sempre con un due, un’aporia, una differenza in atto. Necessità e contingenza, ripetizione e novità, senso e godimento, sono tutte dicotomie che Silvia Lippi affronta nel suo testo riconducendole alla univocità della decisione del desiderio, univocità che è sempre già confrontata alla propria divisione e che permette il salto, l’atto del vivere. Se, infatti, la divisione-castrazione è ciò a cui l’essere umano è sempre confrontato (di chi è il “mio” desiderio? Cosa voglio? Chi sono? Dove sto andando, cosa sto facendo?), la decisione del desiderio a cui fa riferimento Lippi consiste proprio in questo salto, nella possibilità di sospendere l’interrogazione nevrotica sul senso della vita e passare all’atto del vivere, laddove invece il nevrotico ossessivo si ferma, si arrende immobile e inerme davanti alla divisione soggettiva, pratica la soluzione della mortificazione perché ogni scelta è impossibile davanti a una divisione soggettiva elevata a Legge inesorabile. La figura della nevrosi ossessiva rappresenta la contraddizione patologica della decisione del desiderio. Il desiderio e la sua decisione sono scongiurati da un’operazione che punta a rinforzare ugualmente il Sì e il No, in modo tale che l’equazione sia a somma zero.
Per concludere, un passo dal testo, che mi pare indicare bene questa linea: «Il desiderio è mancanza, è una mancanza a livello ontico, dove l’atto, l’invenzione del sapere, la creazione ex nihilo, la decisione, diventano necessari. In altre parole, la mancanza ontica implica un impegno – etico – potente, poiché è nel vuoto che la decisione potrà crearsi lo spazio in cui andrà ad inscriversi. Il desiderio è mancanza, il che non vuol dire che il desiderio sia supposto rimediare a questa mancanza. Al contrario, il soggetto desidera a partire dalla forza di esistere che, paradossalmente, è data dalla mancanza-a-essere, poiché la mancanza-a-essere è sostenuta dall’etica della sua decisione, la decisione del suo desiderio. La mancanza-a-essere è una nozione dinamica, che Lacan aveva voluto tradurre in inglese con want-to-be: poiché se l’inconscio non è, vuole tuttavia essere qualcosa. L’inconscio è indeterminato, è sospeso, ma è anche soggetto al desiderio di realizzarsi. In questo senso, occorre distinguere il “desiderio dell’inconscio di essere” (l’aperto, l’evasivo, il fugace, il contingente, la tyche, il caso oggettivo) dal “desiderio inconscio” (il determinato, l’automaton, la Zwangshandlung, l’azione compulsiva). L’etica del desiderio riguarda il desiderio dell’inconscio di essere, vale a dire la decisione del desiderio» (p. 213).

1) Jacques Lacan, Il seminario. Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione. 1958-1959, Einaudi, Torino 2016, p. 469.

2) Gilles Deleuze, Dualismo, monismo e molteplicità, Lezione tenuta a Vincennes, 1973, p. 4. http://lettera.alidipsicoanalisi.it/dualismo-monismo-e-molteplicita/