A cura di Angelo Villa e Luca Ciusani,
IL VIZIO DI MORIRE. Tossicomania, cura e istituzione oggi. Un approccio psicoanalitico.
(Cooperativa Accoglienza e Lavoro Onlus Polo Clinico).
Mimesis, 2017.

Note di Elena Veri

“Il Vizio di morire. Tossicomania, cura e istituzione oggi. Un approccio psicoanalitico” è un libro scritto a più mani da alcuni operatori dell’equipe curante di una Comunità terapeutica che da poco ha compiuto i trent’anni di attività, comunità rivolta per soggetti con problemi di dipendenza da sostanze pisicoattive.
Diversi i pregi di questo lavoro corale.
Si tratta di un testo impegnato che entra con lucidità in un fenomeno allarmante per la portata epidemiologica e per l’abisso in cui trascina i propri adepti. È nota la difficoltà, ai limiti dell’intrattabilità, della cura delle gravi tossicodipendenze e la fatica logorante unita a un senso, più o meno esplicitato, di impotenza che affligge chi lavora in questo campo.
Il trattamento in istituzione comunitaria rappresenta nella maggioranza dei casi l’ultima spiaggia; vi si approda quando null’altro ha potuto fare tenuta nella burrasca caotica e anonima che sconvolge l’esistenza dei soggetti tossicomani. È sull’onda dell’urgenza che arrivano corpi che faticano anche a porre una domanda propria, solitamente sospinti dai familiari o dagli altri servizi territoriali: è pertanto il luogo dove vengono intercettate domande senza volto, mosse da una necessità spesso di natura pratica (scontare misure alternative alla pena, disintossicarsi, finanche trovare vitto e alloggio), dove, più che qualcuno che domanda, si incontra qualcosa che esige di essere tamponato.
Il libro mette bene in luce la complessità che una comunità, che si specifica per avere un orientamento analitico, deve affrontare ad almeno due livelli: il primo riguarda il rapporto con l’Altro sociale in cui è inserita; il secondo concerne la peculiarità del fenomeno tossicomanico e la sua ardua trattabilità, non solo all’interno del setting “classico” psicoanalitico ma anche nei contesti maggiormente strutturati.
Gli autori esplorano i punti maggiormente significativi che hanno segnato lo sviluppo nel tempo di tre assi principali: la funzione della tossicomania in rapporto alle trasformazioni sociali; il susseguirsi degli approcci psichiatrici; l’evoluzione dei modelli comunitari. Il libro non propone una rassegna storicistica, si muove piuttosto nel solco della divaricazione tra l’atmosfera psicoanalitica a cui non vuole rinunciare e le coordinate sociali con cui si deve confrontare, mostrando le logiche e le criticità di un rapporto per nulla semplice. Parlare la lingua dell’Altro sociale, senza smarrire la propria specificità e la propria eccentricità rispetto al discorso dominante; rispettare gli standard dell’Asl, comunicare con i servizi territoriali, interfacciarsi con le istanze sanitarie e giuridiche sono alcuni dei nodi spinosi che toccano quotidianamente l’operato dell’istituzione.
La tossicomania, triste emblema dei sintomi sociali (o meglio di massa) della contemporaneità, pone da alcuni decenni il problema di rintracciare come gravemente invalidato quel movimento soggettivo che fa funzionare la pratica (“sintomatica”) come domanda (di sapere) rivolta all’Altro. Inoltre, nei casi gravi – come tendenzialmente sono quelli che accedono all’istituzione comunitaria – è la pratica stessa che deve essere toccata, in via preliminare, da un’interferenza di ordine reale al fine di poter creare la condizione minima affinché qualcosa della sofferenza possa cominciare a transitare attraverso la via dello scambio simbolico, anziché rimanere silente e stordita dal consumo della sostanza.
Perché drogarsi? Il testo smonta le letture semplicistiche, ideologiche o moralistiche che circolano nel sociale (“si droga perché gli piace”, “si droga perché non ha forza di volontà” etc.), scendendo nel cuore di una pratica che merita ancora di essere interrogata a partire da una costatazione del tutto contro-intuitiva: essa rappresenta per il soggetto una soluzione prima di poter essere un problema.
Gli autori, mettendo all’opera i testi di Freud e Lacan e dando voce alla propria esperienza clinica, evidenziano come godere della morte sia la via compensatoria, benché alla lunga del tutto illusoria, di chi non riesce a godere della vita. La formula “il vizio di morire” dice bene di un attaccamento tanto nocivo quanto ricercato, rifugio paradossale di chi ha smarrito o non ha potuto mai costruirsi un rapporto erotizzato con il proprio stare al mondo.
Lacan, agli esordi del proprio insegnamento, rubrica la tossicodipendenza tra le forme di “suicidio non violento” (J. Lacan, I complessi familiari nella formazione dell’individuo, Einaudi, 2001, p. 19) e la mette in rapporto ad una presa distruttiva della funzione materna, nelle vesti di fattore di morte, che si istilla “nella più intima giuntura del sentimento della vita del soggetto” (J. Lacan, Una questione preliminare a ogni possibile trattamento della psicosi, in Scritti, vol II, Einaudi, 1974, p. 555). Il cosiddetto paradiso artificiale si configura come tentativo estremo di recuperare qualcosa che dovrebbe riabilitare, per via della sensazione provocata dall’introduzione della sostanza, un’attivazione del corpo ma che, invece, non fa che riproporre la marca mortifera in cui vita biologica e voto di morte da parte dell’Altro si sono saldati pressoché senza scarti nel soggetto.
Il consumatore della sostanza abolisce nel proprio rituale qualsiasi rimando al campo della differenza (in primis sessuale) fino a finire lui stesso consumato, prossimo ad un anonimato che in modo inquietante fa eco ad una sorta di inanimato.
Quale cura? Gli autori vi dedicano capitoli preziosi, tracciando le vie in salita di una proposta di trattamento che miri non solo ad allentare quanto più possibile il laccio con la sostanza, ma a cui interessa innanzitutto creare le condizioni – tramite la realizzazione nel contesto comunitario di interventi educativi e di percorsi di cura attraverso la parola – affinché il consumo di droga possa lasciare il posto ad un uso più soggettivo della propria esistenza.
Il trattamento si fonda sulla capacità degli operatori di rendere effettivamente operativo il dispositivo dell’equipe curante, di trasformare la comunità in un luogo di ricerca permanente, di rilancio del sapere, attraverso un lavoro che intrecci la messa in questione delle dinamiche interne al proprio funzionamento e la lettura della specificità di ogni singolo ospite, avendo di mira il soggetto-a-venire (Glossario lacaniano di Carlo Viganò, a cura di A. Villa, Aracne, 2013, p. 139) nel suo rapporto con l’istituzione-in-divenire.
Non è quindi un caso che questo libro raccolga i contributi delle funzioni cardine della comunità (presidente, direttore scientifico, psichiatra, psicologo, educatore), facendosi testimonianza rara quanto inderogabile di un collettivo che prova a essere gruppo di lavoro a fronte di un fenomeno che punta precisamente ad attaccare alla radice la dimensione del legame.
Opporre al vizio di morire, l’ostinazione di resistere.

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