Maria Vittoria Lodovichi propone alcune note di lettura del libro di
Silvia Vegetti Finzi,
L’ospite più atteso, Vivere e rivivere l’emozione della maternità,
Einaudi, Torino 2017

 

“Quale una incinta, su cui scende languida / L’ombra del sopore”
Carducci, Terzine Lombarde

L’ultimo libro di Silvia Vegetti Finzi intitolato L’ospite più atteso è dedicato alle quattro nipotine. Loro sono le testimoni di questa scrittura straordinaria che prosegue dal libro precedente intitolato Una bambina senza stella, nel quale è narrata la vita infantile della Protagonista. L’ospite più atteso è una guida alle percezioni più profonde, al “sussulto” come annunzio di una fecondazione che si dischiude nell’intimità più arcana di ogni donna. E’ la “folata di vento” che non stupì soltanto la Madonna ma, successivamente, tutte le donne capaci di cogliere, nel segreto di un momento, quell’attimo nel quale il corpo si apre alla vita.
Silvia Vegetti Finzi “presta”, o come scrive Freud, “affitta”, il suo inconscio a un lettore che è rimane coinvolto in questo ascolto di sé attraverso le parole dell’Autrice che lo attraversano. Sono parole che divengono le “nostre”. Il paesaggio sul quale lo sguardo di Lena, la protagonista, si posa, ricorda i sogni descritti da Ella Sharp nei quali il paesaggio è disegno del corpo materno. Lena è incinta: per questo i cinque sensi sono in allerta; ella descrive i profumi mediterranei, la voce del canto che conforta i bambini.

Durante la lettura viene naturale tenere il libro in mano con delicatezza, sfiorando le pagine quasi rievocassero nella lettura un’antica memoria. L’autrice descrive i mesi dell’attesa, complessi e spaesanti per ogni madre; essi coincidono anche con il tempo di realizzazione di sé nella vita lavorativa o in quella di progetti avviati, ma la vita quando arriva ci rende ospiti dell’ospite a tempo pieno ed è difficile portare avanti “tutto”.
Questo capolavoro di ricerca sulla storia della maternità, sulla storia del parto, su quella storia dei sogni in gravidanza e della psicoprofilassi che accompagna la donna al parto, unisce squarci di approfondimenti filosofici, antropologici, linguistici, mitologici, religiosi, psicoanalitici. In definitiva  desidera comunicare alle donne di questa nostra epoca che vi esiste un tempo della propria vita che possono dedicare a questo spazio della “fantasia” che è il materno. Il materno è strutturato come una matrioska, siamo una donna dentro l’altra, nella genealogia, che passa di madre in figlia. Oggi, questo rito si è infranto, aprendo il parto alla medicalizzazione, seguendo protocolli sanitari ed infine prendendo come punto di riferimento blog “super specialistici”, verso i quali, avendo più pratica delle loro madri, le figlie suppongono, per questo, di essere più emancipate.
             “Tornate alle fonti” sembra dirci il testo per vivere e rivivere le emozioni della maternità. Oppure: “sappiate mediare il vecchio con il nuovo”. Anche per chi ha partorito da tempo, leggere questi pensieri fa tornare a quei momenti, quasi a riscoprire, o percepire di nuovo nel ricordo ciò che allora che segnò il corpo. Dare parola ai significanti, alle parole speciali che ogni donna “inventa”, nel capolavoro della generatività, specialmente quando esperisce il passaggio delicato e complesso che va dal due: madre bambino al tre: alla triangolazione: padre, madre, bambino, significa scrivere, toccando l’anima all’altro.
Un capitolo particolare è dato alla domanda di come viva l’attesa e la nascita il marito di Lena. Come osservare quanto e come il futuro padre possa essere vicino e lontano e come potrebbe risultare essenziale questa mobilità? Quanto rispetto l’Autrice sa dare al valore del padre nel gioco delle dissimmetrie, mantenendo il valore del “posto” simbolico.
Riallacciare il dialogo fra le generazioni, sentirsi partecipi e responsabili dell’ospite che “si” attende, implica fare i conti con l’eredità, con ciò che si riceve e con ciò di cui siamo responsabili del lascito alla nuova generazione.

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