AA. VV. , LA DIREZIONE DELLA CURA. Psicoanalisi e filosofia
a cura di ALEX PAGLIARDINI  e IGOR PELGREFFI
Galaad Edizioni, 2017

 

BRACCARE IL REALE

Di Francesco Filippini

Uno dei motivi per cui credo nasca questo volume collettivo è potersi servire dell’ultimo insegnamento di Lacan nella pratica clinica che, come psicoanalisti o aspiranti tali, siamo chiamati a svolgere in un’epoca in cui, sempre più, le persone che vediamo nei nostri studi, nelle istituzioni dove lavoriamo, sembrano portare dinanzi a noi una questione rispetto al godimento e quindi, semplificando brutalmente, rispetto al reale.

Il nocciolo del problema che questi nuovi pazienti pongono è come fare perché ciò che è radicalmente eterogeneo al significante, scarto disordinato per struttura, cioè il reale, risponda all’azione pacificatrice del simbolico. Di fronte a un godimento informe, fuori garanzia, “senza legge”, come si pone la prassi analitica?

Questo lavoro, La direzione della cura (Galaad 2017), prende il nome da una storica relazione pubblicata da Jacques Lacan nel secondo volume degli Scritti, più di quarant’anni fa. (1)
Ed è proprio in questo intervento che troviamo la famosissima citazione, sulla quale molti lacaniani si sono soffermati, riguardo la funzione dell’interpretazione: “a quale silenzio deve obbligarsi oggi l’analista per individuare al di sopra di questo pantano il dito alzato del San Giovanni di Leonardo, perché l’interpretazione ritrovi quell’orizzonte disabitato dell’essere dove se ne deve dispiegare la virtù allusiva?” (2) L’interpretazione, secondo il Lacan degli anni ’50, deve seguire la direzione del dito del San Giovanni, per consistere in un’interpretazione “allusiva”, cioè un semi-dire, enigmatico, che lasci al soggetto, o meglio all’inconscio del soggetto, il compito dell’interpretazione.

“L’interpretazione è il nodo della pratica analitica”(3), Freud ne stabilisce le basi fin dall’Interpretazione dei sogni (4) e Lacan non ha mai smesso di rinnovare il posto, lo statuto, la funzione dell’interpretazione nella sua pratica clinica.
Esistono nell’insegnamento lacaniano diversi “regimi” d’interpretazione: l’interpretazione secondo il senso o la molteplicità del senso, l’interpretazione che non deve dimenticare di mirare l’oggetto (a) fra le righe, ma anche l’interpretazione (è lecito chiamarla ancora così?) che giocando sull’equivoco si trova radicalmente fuori dal territorio del senso. Quello che credo si possa dire oggi, è di una sfiducia sempre maggiore, non solo tra gli analisti, nei confronti di uno dei pilastri della pratica analitica, l’interpretazione. Non trovo parole migliori di quelle di Miller per dire che “l’era dell’interpretazione è alle nostre spalle”, e cioè “l’interpretazione non sarà mai più ciò che è stata. L’era dell’interpretazione, l’era in cui Freud scombussolava il discorso universale tramite l’interpretazione, è chiusa”.(5) Frequentare la “procedura” psicoanalitica a partire dalla dimensione radicale della non garanzia ci impone di considerare ciò che del parlessere rimane inarticolabile al registro del simbolico e alla parola, per abbordare la “consistenza” del reale per come si dà nell’esperienza analitica.
Lacan, nella sua riflessione, che lo porta piano piano a sfondare il muro del significante, propone un altro tipo d’inconscio, non più strutturato come un linguaggio, ma che includa l’istanza del reale come “causa della ripetizione”,(6) quello che da alcuni commentatori dell’opera lacaniana viene isolato nella dimensione dell’Uno-tutto-solo.

È giusto dire che questa concezione dell’inconscio (reale) è stata solamente abbozzata da Lacan verso la fine del suo insegnamento, ed è stata riordinata e concettualizzata da Miller nei suoi corsi universitari. Per esempio nel Seminario Il Sinthomo Lacan parla proprio del “reale dell’inconscio”, e subito dopo precisa “ammesso che l’inconscio si reale”(7). Possiamo apprezzare in questo passaggio, forse, uno dei primi tentativi di stabilire un’equivalenza tra inconscio e reale.

Un inconscio evidentemente disabbonato dal senso. Il senso è situato da Lacan come il campo tra il registro immaginario e il registro simbolico, mentre il reale rimane fuori dal dominio del senso, ma anche distinto dall’asse immaginario. Il reale non è scrivibile e non è nemmeno dicibile e il soggetto si trova ad avere a che fare con questo indicibile e inscrivibile.

Lacan dice “È solo in quanto il reale è svuotato di senso, che possiamo coglierlo un po’.” Possiamo coglierlo solamente un pochino, quando lo vediamo sfuggire dal senso e dal sembiante.
Quello cui dovrebbe condurre la psicoanalisi, se prendiamo sul serio l’ultimo Lacan, è “una ex-sistenza ripulita dal senso”(8), perché “tutto quello che fa senso è sospetto”,(9) ha a che fare direttamente con la religione. Quindi una psicoanalisi molto lontana da un’ermeneutica, cioè un processo che ripari l’esistenza dall’insensato, piuttosto una psicoanalisi che si ponga a tutti gli effetti come un’anti-ermeneutica, che intende uscire dalle spirali dell’interpretazione.
In questo tornante mi viene in mente quello che Badiou (1)0 ha posto come il pericolo più insidioso per la psicoanalisi, la filosofia: la psicoanalisi deve sapersi sottrarre alla filosofia, il suo pericolo più proprio è rappresentato dalla filosofia, che rischia di trasformare la psicoanalisi in un’ermeneutica del senso, la cura in una “chiacchiera altezzosa”, dimenticando l’atto analitico.

Quindi la domanda che a questo punto mi sembra giusto formulare è: esiste un’interpretazione che “fallisce meglio” nel frequentare il reale? Di fronte a questo reale che non dipende per nulla dagli psicoanalisti, che però proprio per questo sono chiamati e tenuti ad affrontarlo.
E ancora, se la risposta alla precedente domanda fosse un secco “no”, se quindi l’analista disertasse sul piano della parola, in che modo è convocato a operare in una cura? In quale forma è messo in funzione il desiderio dell’analista?

Se in un tempo non molto lontano la specificità dell’analista era quella di interpretare, un analista era sicuramente colui che interpretava, tale proprietà oggi, lo abbiamo detto, è in dissolvenza.

Tra Freud e Lacan il posto dal quale opera l’analista in una cura è evidentemente cambiato: la prassi analitica ha mano a mano lasciato sempre più spazio a qualcosa che Lacan nel Seminario XV ha chiamato l’atto analitico, così che l’analista “non opera più a partire dalla sola significazione del fallo, sia per quanto riguarda il sintomo, sia per quanto riguarda il fantasma”(11).
Significa che se l’analista “interpretante” ha abbandonato la scena analitica, “dipende dal fatto che egli non contribuisce più, come faceva Freud, né a sostenere le identificazioni sessuali, né per le stesse ragioni, contribuisce a mantenere il significante Nome Del Padre, come chiave di volta del desiderio”(12).
L’atto analitico, nel magistrale intervento di Alex Pagliardini che trovate in questo volume, si può considerare come “un prendere posizione rispetto all’inconsistenza dell’Altro ed è un prendere posizione rispetto al reale”(13).
Giungiamo così a un modo di intendere la “procedura” psicoanalitica all’insegna del primato del reale, piuttosto che del simbolico. Una clinica del reale, una clinica del declino dell’interpretazione che passa dalla centralità della verità alla centralità del godimento: da una psicoanalisi che operava con il senso, cioè con la connessione, sia essa la connessione dell’associazione libera, tanto quanto la connessione dell’interpretazione, a una clinica della “sconnessione”. La clinica del reale opera intorno a “un taglio o a una sconnessione del rapporto del significante con il significante”, che è un altro modo per tradurre il matema lacaniano “S di A barrato”, che non significa nient’altro che non c’è “Altro dell’Altro”.
Una psicoanalisi che intende abolire il senso e la produzione dell”effetto di senso, per ritrovarsi sulla via del reale, “dove s’incontra l’Uno, che è il residuo della sconnessione”(14).
La seduta analitica non costituisce più un’unità semantica, un “delirio di senso” agganciato al Nome Del Padre, piuttosto un’unità a-semantica che riporta il soggetto all’opacità del proprio godimento.
Il risultato è una “nuova” psicoanalisi, dove “il godimento è il passato trascendentale del desiderio”(15), dove il celebre slogan lacaniano del “non c’è rapporto sessuale” è rovesciato nel “c’è solo del non-rapporto”(16), “c’è dell’Uno” sganciato dall’Altro e dalla negazione.

NOTE
1 J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, 2 voll., Einaudi, Torino 2002, vol. II.
2 Ivi, p. 637.
3 J.-A. Miller, L’orientamento lacaniano. L’inconscio reale, in La psicoanalisi, n. 47/48, Astrolabio, Roma 2010, p 208.
4 S. Freud, L’interpretazione dei sogni, in Opere, 12 voll., Bollati Boringhieri, Torino 1989, vol. 3.
5 J.-A. Miller, Il rovescio dell’interpretazione, in La psicoanalisi, n. 19, Astrolabio, Roma 1996, pp. 121 – 124.
6 R. Ronchi, Comprensione e ripetizione, in (a cura di) A. Pagliardini, I. Pelgreffi, La direzione della cura, Galaad, Giulianova 2017, p. 148.
7 J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII, Astrolabio, Roma 2006, p. 97.
8 J.-A. Miller, L’orientamento lacaniano. L’inconscio reale, cit., p 200.
9 Ivi, p. 197.
10 A. Badiou, Lacan, Orthotes, Napoli – Salerno 2016.
11 M.-H. Brousse, Note sull’interpretazione oggi, in La psicoanalisi, n. 19, cit., p. 138.
12 Ibidem.
13 A. Pagliardini, L’atto psicoanalista, in A. Pagliardini, I. Pelgreffi, La direzione della cura, cit., p. 187.
14 J.-A. Miller, L’orientamento lacaniano. L’inconscio reale, cit., p 199.
15 R. Ronchi, Gilles Deleuze, Feltrinelli, Milano 2005, p. 38.
16 Ibidem.

Come inizia e come finisce un’analisi? Che cosa è un sintomo? Come intendere e maneggiare il transfert? Che cosa è un atto? Chi lo compie? A partire dal testo di Jacques Lacan La direzione della cura e i principi del suo potere, filosofi e psicoanalisti si confrontano su alcune questioni fondamentali della pratica e della teoria psicoanalitica che necessitano, oggi più che mai, di essere rimaneggiate e attualizzate, in qualche modo persino forzate, verso una determinata direzione: quella del reale.
Il presente volume, oltre a perseguire e realizzare questo compito, apre a una domanda di carattere più generale sulla direzione, la cura e il potere: quale percorso intraprendere oggi in psicoanalisi e in filosofia, nelle nostre esistenze singolari e collettive?

Con i contributi di: Simona Bani, Alessandra Campo, Ivan Colnaghi e Pino Pitasi, Marco Gatto, Francesco Giglio, Federico Leoni, Franco Lolli, Vincenzo Marzulli, Mauro Milanaccio, Alex Pagliardini, Igor Pelgreffi, Chiara Tartaglione, Nicolò Terminio, Rocco Ronchi, Alessandro Siciliano, Francesco Vandoni

Nella Rubrica Saggi del Blog é disponibile la lettura del testo di Franco Lolli.