“La mia vita senza di me”. Per Alessandra Saugo

Susanna Mati

 

“Di tutto ciò che è scritto, io amo soltanto ciò che uno scrive con il suo sangue. Scrivi col sangue: e imparerai che il sangue è spirito”. Questa sentenza dello Zarathustra di Nietzsche, che avevo letto ad Alessandra durante la mia traduzione del testo, non poteva che trovarla coinvolta e persuasa. A vari mesi di distanza dalla sua morte, avvenuta all’età di 45 anni in seguito a ripetuti sconquassi esistenziali, l’ammutolimento di noi che le eravamo vicini non si è risolto, anzi, se possibile, si è quasi aggravato. (Cara Alessandra, vorrei poter possedere il tuo linguaggio, per parlare di te). Cercherò di scrivere qui qualche parola, attingendola al tesoro della memoria della nostra lunga, unica amicizia.
Scrivere era il modo che Alessandra aveva trovato per sopravvivere; anzi, non solo per sopravvivere, ma per salvarsi la vita. Dunque scrivere le ha salvato la vita? Evidentemente, no. Ma chissà. Rimaneva in lei una confidenza nel fatto – che è poi il fatto fondante della psicanalisi – che la parola potesse curare. “Io scrivo con l’inconscio”, mi diceva Alessandra, e se questo può spiegare il lavorio linguistico eccezionale dei suoi testi, non spiega forse la compresente lucidità e spietatezza delle sue parole, una spietatezza che però non giungeva e non voleva giungere a un’affermazione né sopraffattrice né definitiva.
Testimonianze di questa necessità vitale sono i due libri usciti finora di Alessandra: Bella pugnalata, Effigie 2010, pubblicato grazie all’interessamento dello scrittore Antonio Moresco, l’unico col quale Alessandra avesse davvero legato, preziosissimo per il colloquio sulla letteratura e il mondo dei vivi e dei morti; Metapsicologia rosa, Feltrinelli 2017, pubblicato grazie all’interessamento del dottor Massimo Recalcati, di cui Alessandra è stata paziente e che si è distinto per un sostegno che è sempre andato ben al di là del dovere professionale. Questi due “romanzi” costituiscono in effetti solo due campioni del linguaggio straordinario di Alessandra, come se avessimo affondato per due volte un bicchiere in una corrente continua. Questo linguaggio, infatti, che era innanzitutto uno sguardo, un corpo feriti, Alessandra lo usava comunemente; là dove noi gettiamo a caso le parole, oppure ci ripariamo dietro formule stereotipate, Alessandra non poteva che rivoluzionare dall’interno la lingua comune, in ogni circostanza: nella conversazione quotidiana, negli SMS, nelle più trite comunicazioni, che invece in lei diventavano improvvisamente illuminazioni. Non poteva fare a meno di essere la poetessa che era, non c’era sosta da questa attività di lettura e di intelligenza del mondo, non avrebbe mai potuto esserci abdicazione da se stessa. Le centinaia di email che ci siamo scambiate in 17 anni di amicizia dovrebbero essere prese e pubblicate così come sono – qualunque ne sia il contenuto. Il linguaggio era già da sempre salvato in Alessandra, la parola riusciva a rimanere sensata, sorgiva, sincera, spiazzante, aliena, anticipante.
Un sguardo, un corpo feriti, dicevo: un’impressionabilità, la definiva Alessandra, la ricettività peculiare della pellicola fotografica, che reca i segni su di sé. Alessandra veniva colpita, nella sua rara sensibilità e nella sua umanissima intelligenza, dai minimi e massimi eventi, e tutto, tramite lei, poteva diventare materia di scrittura (stavo per dire: di canto). E colpita veramente, perché possedeva un grado bassissimo di autoconservazione, di autodifesa. C’era qualcosa di inerme in lei, un’esposizione più radicale del solito, un essere più nuda degli altri. Sono abbastanza convinta della sua appartenenza a una stirpe di poetesse come Sylvia Plath, Virginia Woolf, Alda Merini, Amelia Rosselli (che, tutte, amava e temeva, le poetesse pazze e suicide). D’altronde la forza della poesia si annida proprio, assai spesso, nelle nostre debolezze, è congiunta al luogo in cui possiamo essere più feriti; e questo luogo era per Alessandra, probabilmente, l’amore, quello che lei individuava come “il grande tema della sua vita”, tema costantemente eluso e deluso, tema deludente e banalmente tradito, tema disgraziatamente variato su tutti i registri del tragico – quella tragedia che, ripeteva Alessandra, “è la famiglia”. Deluso, tranne che in un caso: le sue tre bambine (Maria, Angela, Elisa).
Alessandra era, in poche parole, la scrittrice più dotata di talento e originalità che avessi mai conosciuto. Cioè, in verità, l’unica che abbia mai conosciuto. Alessandra era, in effetti, speciale. Ed è morta anche per questo, nonostante recentemente avesse definito la scrittura “la parte più viva di me”. Ciò pare appartenere ai paradossi del talento, alle contraddizioni dell’immaginazione (intendendo questo termine in senso forte, quello dell’Einbildungskraft). Un’immaginazione a doppio taglio: raccontare per sopravvivere alla cosiddetta ‘realtà’, vista e patita fin troppo lucidamente, ma anche attingere alle proprie profondità deviate (quasi tutte lo sono), alle distorsioni derivate dalla profondità. Come le dicevo sempre: “noi pazzi, siamo forti”. Glielo dicevo nel senso platonico del termine, quello che stabilisce che chi arriva alle porte delle Muse privo della mania, persuaso di essere un poeta grazie alla tecnica, resterà non iniziato, e sempre la poesia di chi è in sé verrà oscurata dalla poesia di chi è fuori di sé (Fedro 245 a).
Altro che “storytelling”; qui si misura l’abisso tra la scrittura di Alessandra e la scrittura media contemporanea. Non c’era, in lei, nessun intento, neppure nessuna possibilità di dare a un testo cominciamento, sviluppo e fine; nessuna intenzione di narrare storie concluse, conciliate, consolatorie; persino il fatto che dei personaggi potessero avere un nome, che ci fossero ancora ‘personaggi’ e ‘nomi propri’ nella letteratura odierna, sembrava assurdo ad Alessandra. Le stesse ragioni del suo scrivere, a suo dire, non contenevano nulla di nobile: a volte si limitava a constatare che, vivendo, secerneva un testo, che rimaneva dietro di lei come una bava, anche un po’ ripugnante; altre volte, che il suo scrivere non era altro che una forma di vendetta contro la vita. Soprattutto, Alessandra affermava che il sentimento preponderante nei confronti di quanto aveva scritto era la vergogna – la vergogna dei grandi.
Una scrittura che, a leggerla ingenuamente, pare immediata, cioè senza mediazione, e nella quale non troveremo se non di rado ironia e distanza, ma che invece mette direttamente allo scoperto (come, secondo Hölderlin, deve fare appunto il tragico) l’originario della più fondamentale delle mediazioni: quella della scrittura stessa. E in questa scrittura, Alessandra ricreava, a partire dalla sua esperienza, i micidiali rapporti umani (micidiali innanzitutto per la mediocrità, per le attitudini compromissorie, per la bassezza e la cialtroneria), i letali rapporti uomo-donna, giunti non più in là dell’età della pietra e della guerra, tutto un universo atroce di violenza implicita ed esplicita che Alessandra accuratamente scavava, sminava, faceva brillare. Non c’era nulla e nessuno di cui Alessandra potesse dirsi davvero soddisfatta. Anche noi che le eravamo vicini cadevamo spesso vittime della sua furia disintegratrice, poiché, inavvertitamente, la ferivamo; Alessandra ci distruggeva fino in fondo – ma poi ci ricomponeva, e per qualcosa di più saggio del bisogno.
In un momento di assoluta disperazione, in seguito a drammatici traumi esistenziali di lutti e tradimenti (che hanno poi generato, somatizzandosi, la malattia di cui è morta), Alessandra mi aveva scritto: “ho solo la mia voce”. Una vocina, solo una vocina, nel completo fallimento di ogni relazione, di ogni speranza, di ogni giustizia. Una vocina nella catastrofe. Quella piccola bocca che continuava imperterrita, del tutto indomita, assolutamente non sconfitta, a parlare, a produrre linguaggio, anche quando, negli ultimi giorni d’ospedale, Alessandra era completamente paralizzata nel resto del corpo – così come la testa spiccata di Orfeo andava avanti a cantare nella corrente del fiume. L’ultima volta che ti ho vista, poco prima che iniziasse il coma, sembravi tornata una bambina, più piccola e più originaria delle tue tre bambine; immobile, nel letto, spogliata da tutti gli ornamenti mondani, avevi già intrapreso un cammino a ritroso: e, tuttavia, come sempre, parlavi. Vedi che eri una vocina capace di ribaltare il mondo. Così si ribalta il mondo, a partire dalla propria vocina. E tu, in qualche modo, sei riuscita a farlo – anche se, allo stesso tempo, sei la prova che in quest’epoca di povertà la pianta del poeta difficilmente riesce ad attecchire. Ma, come ti ho sempre detto, non è male essere persone di un altro mondo.
Alessandra, è stato solo un sogno? Qualcosa si sottrae all’impermanenza? Non coltivo la folle speranza che qualche evento cosmico ti riporti indietro, né di risentire mai più la tua vocina. Darei non so cosa perché questo accadesse; ma la tua forma è distrutta per sempre, e noi non sappiamo se sia vera la natura di passaggio della morte. Possiamo solo sperarlo. Intanto, tu sei entrata nella corrente. “La mia vita senza di me”, hai proposto, in un ultimo lampo di consapevolezza, di intitolare i tuoi libri (che ancora non sapevi, e non volevi credere, postumi). Per me, che rimango qui a vivere, ancora presa in questa fantasmagoria fondamentalmente onirica che la filosofia orientale chiama samsara, all’interno di questa “vita senza di te” si è spalancato un vuoto che mi starà sempre a lato, e la tua morte, finché vivrò, mi sarà eternamente contemporanea.
Per tutti, rimangono le tue parole, che diventeranno presto o tardi patrimonio comune, nell’assoluta contingenza del loro destino.

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