Estratto dall’Introduzione di
Natascia Ranieri, Domenico Letterio,
“Quel che Lacan diceva dell’anoressia”,
Milano, Mimesis 2017.
(Si ringrazia l’editore Mimesis per aver concesso la sua pubblicazione)

 

Nell’arco del ricchissimo insegnamento di Lacan, l’indagine sulla clinica dell’anoressia appare solo in rare occasioni, poco più di una dozzina, dal 1935, anno della sua prima presa di parola pubblica sul tema nel corso del dibattito sulla relazione di Odette Codet “A proposito di tre casi di anoressia mentale”, al 1974, anno del suo Seminario Les non-dupes errent. Non esiste dunque un’esposizione sistematica di Lacan sul tema dell’anoressia, ma esistono soltanto singole note, spesso molto brevi, che non configurano mai, pur se accostate una all’altra, un “pensiero” di Lacan sul tema.
Abbiamo così scelto di seguire la via praticata da Lacan, passo passo, non per ricostruirne una organizzazione coerente, al contrario avendo di mira esclusivamente un ritorno al testo di Lacan. Il percorso nell’insegnamento di Jacques Lacan sull’anoressia mentale non è orientato a mettere in forma una costruzione sistematica sul suo insegnamento. Al contrario, ci siamo sforzati di mettere in valore la bellezza di ogni singola nota.
Il lettore incontrerà digressioni, variazioni e sconfinamenti rispetto al tema dell’anoressia, che seguono l’andamento delle concatenazioni concettuali di Lacan, anche quando queste appaiono opache nella meta. La scelta è stata quella di seguire la via praticata da Lacan e che ritroviamo come una costante nell’arco di tutto il suo insegnamento. Turbinii, successioni, torsioni, zampillii e salti presenti nel suo stile di scrittura si è scelto di non appianarli, ma di provare a seguirli, lasciandoci accompagnare dalle vertigini che il testo di Lacan spesso produce.
Come accade in tutto l’insegnamento di Lacan, anche nel caso dell’anoressia si incontrano aporie e cambi di prospettiva. Benché essi possano ingenerare nel lettore una certa confusione, dal nostro punto di vista costituiscono uno dei tratti più generativi dell’insegnamento di Lacan, perché rivelano l’assoluta impossibilità di una reductio ad unum nella clinica. Le note sull’anoressia commentate nelle prossime pagine, apparentemente contraddittorie se collocate le une accanto alle altre, si rivelano certamente valide se calate, una ad una, nella pratica clinica.
Questa è la bellezza del testo di Lacan: la sua capacità di fare emergere la verità nello scarto generato da due prospettive sullo stesso oggetto. Tale andamento aporetico dell’insegnamento lacaniano ha il valore di scardinare la verità dal luogo di una cristallizzazione monolitica, facendola vivere nel movimento generato dalla sua stessa interrogazione. Avvicinandoci alle note di Lacan sull’anoressia, dunque, non abbiamo incontrato una confusione teorica, quanto piuttosto una grande ricchezza dialettica, che abbiamo cercato, per quanto possibile, di restituire al lettore.
Tale ricchezza non ci ha impedito di provare a isolare, nel nostro dialogo con queste note, quattro diversi momenti del percorso di Lacan. Il libro segue, nella sua suddivisione, questo andamento. I quattro capitoli principali provano infatti a inquadrare altrettante scansioni, logiche prima ancora che cronologiche, della riflessione di Lacan sull’anoressia. Il testo si conclude con un ultimo capitolo dedicato al tema del materno, che ci è parso trasversale a tutti gli interventi che in quasi quaranta anni Lacan dedica all’anoressia.
Il primo capitolo è dedicato a tre interventi compresi tra il 1935 e il 1937, fino ad oggi quasi del tutto inediti in Italia. Si tratta di tre brevi commenti che Lacan, all’epoca poco più che trentenne, avanzò a partire dalle relazioni di colleghi della Società Psicoanalitica di Parigi. In tutti e tre i casi, l’anoressia occupa un posto centrale. Lacan ascolta i resoconti clinici relativi a cure di anoressie mentali e nota che al loro interno le madri occupano sempre una posizione centrale. Lacan rileva in questi casi una tenace fissazione alla madre. Tre vignette cliniche presentate da Odette Codet nel 1935, in particolare, sembrano aver impresso una marca indelebile sul modo in cui, quantomeno nei primi anni della sua riflessione, Lacan intende la questione anoressica. A partire da quel momento, infatti, quello tra anoressia e fissazione alla madre diviene un nesso indissolubile. È infatti attorno a quel concetto che Lacan, quantomeno fino al 1938, articola per intero la sua riflessione sul tema.
Il secondo capitolo si articola attorno a I complessi familiari nella formazione dell’individuo, un testo che Lacan redige nel 1938, in cui compaiono diversi riferimenti all’anoressia. Lì, l’anoressia è tratteggiata come un effetto dello svezzamento, è l’esito di una separazione vissuta dal soggetto come un trauma devastante. L’anoressica, per come è descritta ne I complessi familiari, non tollera la separazione dalla madre, luogo delle cure primordiali. Non è in grado di sublimare verso altri oggetti la libido a lei indirizzata, non investe su nuove relazioni. La madre, da fonte di vita, diventa fattore di morte, luogo di un incollamento letale per il soggetto. L’anoressica, in queste pagine, è animata da un desiderio larvale, da una spinta regressiva verso la totalizzazione con la madre. Lo sciopero della fame dell’anoressica, ne I complessi familiari, è dunque per Lacan una specie di abbandono del soggetto alla morte, con l’obiettivo di eludere la separazione dall’Altro, la sua perdita irreversibile.
Il terzo capitolo prende le mosse dal Seminario dedicato a La relazione oggettuale (1956-1957). A distanza di quasi venti anni da I complessi familiari, Lacan imprime una frattura rispetto a quanto aveva fino ad allora teorizzato intorno all’anoressia. Se prima di allora l’anoressia era considerata il segnale di un incollamento patologico del soggetto alla madre, di una spinta mortifera al ricongiungimento con la sua imago, dal 1956 la scelta anoressica si configura piuttosto come una manovra separativa orientata a scongiurare lo scivolamento nell’abisso materno di Das Ding. Al cuore dell’insegnamento di Lacan, in questo Seminario, v’è il tema dell’oggetto. La tesi di Lacan è che il soggetto anoressico non si rifiuta di mangiare, viceversa mangia un oggetto inconsistente sul piano della realtà, ma consistente a livello simbolico: l’anoressica, per Lacan, mangia niente. Il niente di cui si nutre ha consistenza fallica, è ciò attorno a cui ruota il desiderio dell’Altro. Con questa manovra, l’anoressica ribalta l’onnipotenza materna assumendola su di sé: la madre, che fino a quel momento era padrona della vita del figlio, diviene all’improvviso alla sua mercé, del suo capriccio e della sua onnipotenza. L’oggetto è annullato in quanto simbolico: mangiare niente è precisamente lo strumento di cui l’anoressica si serve per annullare il potere cannibalico materno e rovesciare il rapporto di dipendenza in gioco.
Il quarto capitolo è dedicato alla riflessione che Jacques Lacan elabora intorno all’anoressia ne La direzione della cura e i principi del suo potere (1958) e nei suoi Seminari tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta. In questa fase del suo insegnamento, Lacan articola un passaggio ulteriore della sua riflessione, isolando l’anima isterica dell’anoressia. Il rifiuto anoressico, in questi anni, è letto da Lacan come un’operazione orchestrata dal soggetto per affermare l’irriducibilità del desiderio al registro del bisogno e della domanda. L’anoressica mette in atto la sua manovra per rifiutare di essere ridotta a organismo portatore di bisogni, per mantenersi vivo come soggetto di desiderio. L’anoressia, in questi anni, è per Lacan una forma di appello, una chiamata, un’interrogazione rivolta all’Altro. È una modalità che il soggetto adotta per far mancare l’Altro. Ne La direzione della cura e nei Seminari coevi, l’anoressia è concepita come uno scudo e un supporto del desiderio.
Il quinto capitolo è dedicato, come già si è detto, a una figura presente in filigrana nel corso di tutto il testo, ma che ci pareva meritevole di un affondo specifico: quella della madre. Se per un verso abbiamo voluto evitare qualunque tipo di riduzione della complessità dell’interrogazione clinica di Lacan sull’anoressia, dall’altro ci è parso evidente, alla fine della nostra navigazione tra le sue note, che almeno un tratto ritorna con evidenza in ognuna di esse. Madre onnipotente, inappagata, insoddisfatta, fauci spalancate, buco beante della testa di medusa: così Lacan dipinge la madre dell’anoressica. Nelle sue note sull’anoressia emerge con imponenza, come in un movimento ologrammatico, l’immagine di una madre terribile. Una mostruosa figura materna, pulsazione inarrestabile di corpo, sembra ergersi dal fondo di queste pagine. Nonostante le aporie, gli slittamenti e i cambi di scena, la madre dell’anoressica, nel pensiero di Lacan, ci sembra sempre abitata da un eccesso ingovernabile, superegoico e cannibalico.
(…)

Quarta di copertina:

Jacques Lacan non ha mai dedicato all’anoressia un’esposizione sistematica. Nell’arco del suo vastissimo insegnamento, si rintracciano solo poche note, a volte molto brevi, spesso ricche di aporie e cambi di prospettiva. L’anoressia, di volta in volta, è intesa da Lacan come fissazione alla madre, come effetto traumatico dello svezzamento, come abbandono alla morte, come manovra di separazione, come scudo e supporto del desiderio. Questo testo prova a tenere aperte le contraddizioni e a valorizzare la ricchezza clinica e teorica delle vie praticate da Lacan nella sua interrogazione intorno all’anoressia. È questa la bellezza del suo insegnamento: ancora una volta, Lacan si rivela capace di fare emergere la verità nello scarto generato da diverse prospettive sullo stesso oggetto, scardinandola dal luogo di una cristallizzazione monolitica, facendola vivere nel movimento stesso del suo pensiero.