Pubblichiamo alcuni passi del lungo saggio di ALESSANDRA CAMPO sul libro
di Massimo Recalcati, Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale
Cortina 2017)

Il saggio di Campo è interamente pubblicato su questo Blog alla sezione SAGGI.
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5. Molto spesso, per cogliere qualcosa dell’intuizione che anima un saggio, quando è ben fatto, ci si può affidare alle prime e alle ultime battute dello stesso. “Gli uomini – scrive Massimo Recalcati in apertura al suo nuovo lavoro – per secoli hanno praticato riti sacrificali. Hanno offerto ai loro Dei esseri umani e animali per placarne l’ira e la violenza imperscrutabile o per accaparrarsene i favori” (p. 11). E tuttavia, questa è la conclusione del suo: Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale (Cortina, 2017), “Gesù non muore sulla croce perché ha la certezza di essere salvato dal Padre suo che è nei cieli, ma si salva perché decide di morire sulla croce, perché resta fedele al proprio desiderio (…) In questo gesto egli libera l’uomo dalla paura della morte, che è la paura che, più di altre, incentiva ogni pratica sacrificale” (p. 144). Applicando un singolare metodo delle prime e ultime ragioni l’intuizione al cuore dell’ultima fatica di Recalcati si lascia, per qualche istante, afferrare: per paura della morte, una paura atavica, l’uomo ha da sempre praticato riti sacrificali. E lo ha fatto, diversamente da Gesù crocifisso, per assicurarsi qualcosa: qualcosa come la certezza di essere salvato. La tesi del libro, infatti, è questa: la paura della morte è la causa, efficiente e finale a un tempo, di ogni sacrificio perché il sacrificio – tale è la sua funzione – è un esorcismo: l’esorcismo della paura della morte. Ma di quale morte e di quale sacrificio si sta parlando?
Coerentemente con l’insegnamento del suo maestro, Jaques Lacan, Recalcati distingue tra due dimensioni del sacrificio cui corrispondono, non troppo implicitamente, due dimensioni della morte: una dimensione simbolica e una dimensione immaginaria. Ma dal momento che il simbolico, lo sappiamo soprattutto quando leggiamo il Seminario XXV, è doppiato dal reale, bisogna dire che c’è una dimensione simbolico-reale del sacrificio e una immaginaria. In ciascuna, però, sacrificio significa castrazione. Nel suo versante simbolico-reale, la castrazione definisce ogni esistenza in quanto umana e finita. Nel versante immaginario, essa delimita i confini di un’esistenza in quanto nevrotica o perversa. Nel primo caso abbiamo una legge che vale per tutti; nel secondo una legge che vale solo per alcuni, Io escluso. Da un lato, precisa Recalcati, c’è la legge del padre, legge etica della parola che unisce e libera, dall’altro il desiderio della madre, desiderio tirannico che è legge solo a sé stesso. Patibolare, repressiva, la legge del Super-Io è, infatti, una “legge senza legge” (p.72), “contro l’uomo e non con l’uomo” (p. 129); una legge che, perciò, lo divide e lo lacera.
6. Quando è simbolica, la castrazione afferma l’assenza di un sapere e di un godimento assoluti. Castrazione, da un punto di vista simbolico, significa divieto d’accesso alla Cosa, incesto interdetto, principio di realtà. Al cortocircuito della scarica incestuosa, l’ingresso nella civiltà impone di sostituire “un giro più lungo” (p. 24), un giro che consiste nel differimento del piacere immediato e che, nel migliore dei casi, permette la sublimazione. Freud ha mostrato che si tratta di un giro necessario: anche per il fondatore della psicoanalisi umanità significa saper tenere le distanze, distanze anzitutto da se stessi e dai propri impulsi. Lacan misura il valore dell’umanità in libbre di carne e pezzi di godimento staccati perché, anche per Lacan, il passaggio dallo stato di natura alla società civile comporta un sacrificio: la libbra è la misura di una rinuncia pulsionale indispensabile alla vita comunitaria, il prezzo che si deve pagare per poter vivere, il più possibile sicuri, in mezzo agli altri. La libbra è la versione lacaniana del consenso hobbesiano e spinoziano perché, se il diritto come esercizio della propria potenza è l’attributo originario, cioè diritto=potenza, il principio di autorità decade. “Nessuno – precisa Deleuze nelle sue lezioni dedicate a Spinoza – può vantare un’autorità superiore. In questi termini la formazione della società va a dipendere esclusivamente dal consenso di coloro che vi partecipano – e non perché un uomo sapiente mi indicherà il modo migliore di realizzare la mia essenza” (Deleuze, 2007, p. 89). Pur essendo l’analogo del consenso, il pagamento della libra non è, però, libero, facoltativo (come del resto non lo è il consenso). Il saldo in libbre pulsionali non è qualcosa che possiamo decidere di non effettuare: la libbra la paghiamo a nostra insaputa, prima di nascere come Io e proprio per nascere come Io. Questo significa rimozione originaria. Per il solo fatto di dire “Io”, abbiamo perso qualcosa. E “per il solo fatto” significa “contemporaneamente”: non c’è prima la perdita e poi l’Io. C’è del linguaggio (il significante incide il corpo), c’è della perdita (il corpo si fa “deserto di godimento”). Immediatamente.
Immaginaria, la castrazione lo diviene quando si crede di poter riparare a questa perdita, quando cioè, la si confonde con una privazione momentanea. Nel suo versante immaginario, il sacrificio è il mezzo con cui si tenta di porvi rimedio ribaltando le carte di Ananke. “Rivoglio la mia libbra di carne!”, protesta il soggetto del lamento, “e per riaverla, per smettere di soffrire, sono disposto a fare qualsiasi cosa, sono disposto a fare di tutto per l’Altro!”. Il soggetto del lamento, cuore che batte in ogni anima bella, è il soggetto del sacrificio, ma di un sacrificio immaginario. Recalcati parla di “dispositivo magico-superstizioso” (p. 62) perché il sacrificio immaginario è un fantasma di sacrificio, nient’altro che un fantasma sacrificale. Dunque un modo per godere. Soffrire è un modo di godere, un modo compatibile col Super-Io sadico. Si vede bene nell’anoressia: il sacrificio, simbolico, del godimento è rimpiazzato dal godimento, immaginario, del sacrificio.

7. Attraverso il sacrificio “la vita gode della sua mortificazione” (p. 42) anziché della sua soddisfazione. La negazione del godimento diventa la forma del godimento perché “il sacrificio si impone come il risultato, masochistico, dell’azione sadica della legge” (p. 43). Una legge che può anche essere erotizzata, come mostra il caso, terribile, del masochismo morale. Terribile perché, laddove il male è desiderato come se fosse il bene, desiderato al posto del bene, conclude un Freud assai pessimista, la cura ha ben poche chances di riuscire. Eppure, a distanza di quasi cent’anni dall’articolo dedicato al masochismo come problema economico bisogna chiedersi: è davvero il male che il soggetto desidera? Di quale male parliamo quando ne facciamo l’oggetto di un desiderio?

Per Recalcati il fantasma sacrificale ha come suo fondamento economico la speranza di sanare un debito e, come suo fondamento religioso, la credenza nella possibilità di espiare una colpa: la colpa della vita. Captato malevolmente dall’immagine di una terra promessa, il soggetto crede che l’offerta di ciò che viene sacrificato tuteli la vita che compie il sacrificio. E tuttavia, quando è immaginario, il sacrificio è lo strumento per riparare una perdita che lo è altrettanto. Immaginaria, allora, sarà necessariamente anche la riparazione. L’economia del sacrificio è, infatti, un’economia truccata: il rimosso torna, nei sintomi, nei sogni e negli agiti. E torna perché, malgrado la credenza inconscia suggerisca il contrario, la perdita è reale. Proprio perciò, d’altronde, è insopportabile. Irriducibile al trattamento assicuratole dal dispositivo sacrificale posto al servizio delle intenzioni nevrotiche e perverse, la perdita perdura. Perdura come la pulsione, “pura perdita che perdura” la definisce Lacan in Télévision. Di questa perdita il nevrotico e il perverso non vogliono, però, saperne nulla. Alla perdita pulsionale, ciascuno sostituisce una perdita volontaria, calcolata: la sola in grado di assicurare il massimo guadagno.

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