Alberto Russo Previtali
Il destinatario nascosto. Lettore e paratesto nell’opera di Andrea Zanzotto,
Franco Cesati Editore, Firenze, 2018.

Proponiamo di seguito alcuni passi del libro.

 

Per Zanzotto la verità della poesia scava nella sublimazione freudiana qualcosa che non rientra nello spazio del riconoscimento sociale (rispetto al quale l’idea di un’arte progressista si pone, per certi aspetti, come un’apoteosi): un desiderio puro che riporta la sublimazione alla sua radice poietica, ovvero alla possibilità di investire la propria libido in un’azione creativa il più possibile disinteressata all’ottenimento di “onore, potenza, ricchezza, gloria, amore” (1) sulla scena sociale.
Freud fissa come verità soggettiva di ogni desiderio artistico ciò che Gramsci degrada a degenerazione egotistica; semplificando al massimo: se non si scrive per accrescere l’egemonia del proletariato, si scrive per divenire ‘grandi uomini’, per porre una distanza gerarchica tra sé e gli altri. È su questo aspetto inaggirabile che Freud mette l’accento, sulla soddisfazione sociale della pulsione. Lacan invece, nel seminario sull’etica (seminario VII), quello cioè in cui delinea in modo più significativo la sua concezione della sublimazione, attraverso la figura di Antigone mostra un’irriducibilità del desiderio artistico sia rispetto al riconoscimento sociale che al discorso progressista. La lettura lacaniana cerca proprio di liberare la figura di Antigone dalla sua identificazione a eroina rivoluzionaria, simbolo di un’insurrezione contro il potere (2). Sostenere che “è sempre controcorrente che l’arte compie il suo miracolo” (3) significa porre la morale artistica in una dimensione autonoma, dotata di proprie leggi. Nella sublimazione guidata dal desiderio puro sembra che Lacan postuli che, laddove si dia veramente del nuovo, del nuovo estratto ex-nihilo dall’inesauribilità del reale, vi sarà anche, prima o poi, un pubblico all’altezza della sua verità:

I miei libri sono definiti incomprensibili. Ma da chi? Io non li ho scritti per tutti, perché siano capiti da tutti. Anzi, non mi sono minimamente preoccupato di compiacere qualche lettore. Avevo delle cose da dire, e le ho dette. Mi basta avere un pubblico che legge. Se non capisce, pazienza. Quanto al numero dei lettori ho avuto più fortuna di Freud. I miei libri sono persino troppo letti, ne sono meravigliato. Sono anche convinto che fra dieci anni al massimo chi mi leggerà mi troverà addirittura trasparente, come un bel bicchiere di birra. Forse allora si dirà: questo Lacan, che banale (4).

Questo passo illumina compiutamente la concezione lacaniana dei rapporti tra desiderio, sublimazione e pubblico. Potrebbe stupire che l’oscuro Lacan riconosca la necessità di un pubblico di lettori. Tuttavia, questa necessità non si motiva a livello soggettivo, ma va inscritta nel quadro teorico da lui tracciato.
Il tu, l’altro, sono implicati in qualsiasi atto di enunciazione del soggetto, in quanto soggetto di linguaggio:

non v’è parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio, purché essa abbia un uditore […] sta qui il cuore della sua funzione nell’analisi […]. Quel che io cerco nella parola è la risposta dell’altro. Ciò che mi costituisce come soggetto è la mia questione […]. L’inconscio è quella parte del discorso concreto in quanto transindividuale (5).

Il rapporto intersoggettivo è un fatto di struttura, la presenza dell’altro è ciò che permette alla pratica psicoanalitica di esistere, e di fare esistere l’inconscio.

Si potrebbe facilmente obiettare che questa concezione del rapporto tra sublimazione, desiderio e pubblico può sostenere la scrittura delle teorie psicoanalitiche, che mantengono un rapporto con la verità di tipo scientifico, ma che è improponibile sul terreno della scrittura letteraria. È invece proprio questa concezione la più adatta per indagare le ragioni profonde della poesia di Zanzotto. L’obiezione infatti sorge tanto naturalmente quanto più si sostiene su un’idea data della scrittura letteraria, su un’idea non problematizzata di che cos’è un prodotto letterario. Tuttavia, proprio nella tensione intrasoggettiva verso il ‘tu’ si vede come la tensione poetica zanzottiana trascenda perfino i discorsi che vogliono definire “quell’incognita che, mancando un miglior termine, si continua a chiamare ‘testo’” (6).
Il testo è comunque, nella sua indefinibilità, tentativo di comunicazione totale sotto la spinta di quello che Zanzotto chiama, sovvertendo il noto concetto freudiano, piacere del principio, ovvero “qualche cosa che sta prima, al di qua, del principio di piacere”, e che è in relazione al fatto che “ogni volta che l’essere appare ‘prova piacere’ di apparire in qualche modo, ed in ciò si autogiustifica, si autoapprova. Si dovrebbe partire dunque dal postulato di un certo qual ‘piacere’ che l’essere ha di essere” (7).
Sotto questa spinta, il testo viene a prodursi come un processo che, allo stesso modo della parola psicoanalitica, presuppone l’altro, anche se il suo fine primo non è la comunicatività, ma appunto il raggiungimento di un dire in cui si realizzi una “presa globale sulla realtà, presa che sia al tempo stesso emotiva e razionale” (8). Questa presa non può realizzarsi compiacendo i bisogni di un destinatario:

uno non si pone il problema ‘per chi scrivere’, sente che deve scrivere. Diciamo che l’interlocutore è velato, il destinatario è nascosto; non sappiamo chi ci sia dietro l’ombra. Comunque lo scrivere è sempre un rompere la clausura in cui uno si sente immerso e soffocato (9).

Questo passaggio decisivo illumina un aspetto importantissimo della velatura del destinatario nell’atto poetico zanzottiano: quest’atto non si dà in modo volontario, non si realizza come progetto di una scrittura che voglia farsi prodotto culturale per un pubblico definito, ma si impone al soggetto come coazione, come costrizione. L’idea di una vocazione negativa trova qui il suo nucleo: la scrittura non è né una scelta né un piacere per il soggetto, è un atto indispensabile ma doloroso, anche se il prezzo di questo dolore permette di evitare pene più gravi e di rendere la vita più sopportabile.
Possiamo citare due passaggi che ci permettono una ricostruzione di questo tipo. Il primo enuncia la differenza tra poeta e scrittore:

ho il sospetto che la poesia non sia affatto scrivere; il poeta non è scrittore nel senso corrente della parola; direi anzi che arriva a odiare lo scrivere forse perché si sente in qualche modo ‘costretto’ al suo gesto (10).

Il secondo invece chiarisce il rapporto tra la poesia e il dolore:

il caso più frequente è quello dei poeti che scrivono per riparare il danno arrecato dal dolore alla psiche, e ciò per mezzo di questo canto che diventa quasi una forma di ‘autoincantamento’. Accade che queste strofette, paragonabili agli scongiuri del mondo primitivo, servano a liberare dal dolore non solo il poeta, ma anche altri che eventualmente le leggano. Si vede da ciò come possa essere importante la funzione della poesia, anche se essa immediatamente e direttamente, sia ben chiaro, non ‘serve’ a niente (11).

Questo passaggio, oltre a motivare quanto formulato in precedenza, mette in luce due punti fondamentali (e correlati) della concezione zanzottiana della funzione sociale della poesia e del suo rapporto con il pubblico. La poesia come risposta erotica al vuoto, come trattamento linguistico della pulsione, è fuori dal campo della comunicazione veicolare (e quindi da quello di una scrittura apertamente orientata al pubblico), ma nel suo realizzarsi in modo intrasoggettivo fa esistere nel testo uno spazio simbolico universale, fruibile vitalmente da chiunque compia lo sforzo di incontrarlo nella lettura. È a partire da questa dinamica che Zanzotto può sperare nella poesia come l’unico discorso che, sebbene ipersoggettivo e astorico, possa accogliere un dire storicamente autentico (12).

N O T E

1) – Secondo Freud “l’artista è in germe un introverso, non molto distante dalla nevrosi. Incalzato da fortissimi bisogni pulsionali, vorrebbe conquistare onore, potenza, ricchezza, gloria, amore da parte delle donne […]. Perciò […] trasferisce tutto il suo interesse, nonché la sua libido, sulle formazioni di desiderio della vita fantastica”. Con il suo lavoro egli può così offrire agli altri “la possibilità di attingere nuovamente conforto e sollievo dalle fonti di piacere ormai inaccessibili del loro inconscio; si guadagna la loro riconoscenza e ammirazione, e ottiene ora, per mezzo della sua fantasia, ciò che prima aveva ottenuto solo nella sua fantasia: onore, potenza e amore”; Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere, vol. 8, Lezione 23, p. 531.
2) – Jacques Lacan, Il seminario. Libro VII. (1959-1960), Einaudi, Torino, 2008, pp. 285-334.
3) – Ivi, p. 180.
4) – Jacques Lacan, Freud per sempre (intervista con Emilia Granzotto), in Panorama, Roma, 21 novembre 1974, poi in “La Psicoanalisi” n. 41, Astrolabio, Roma, 2007, p. 15.
5) – Jacques Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in Id., Scritti, Einaudi, Torino, 2002, pp. 241, 252.
6) – Andrea Zanzotto, Poesia e televisione, Pps, p. 1322.
7 ) – Andrea Zanzotto, Tentativi di esperienze poetiche (poetiche-lampo), Pps, p. 1310.
8) – Andrea Zanzotto, Intervento, Pps, p. 1281.
9) – Ivi, p. 1287. L’atto poetico “è originato da un estremo sentimento dell’irripetibilità, dell’unicità proprie all’individuale, ma anche da un prepotente senso della necessità di partecipare ad altri questa ‘unicità’ e di ricevere quella altrui”; Andrea Zanzotto, Uno sguardo dalla periferia, Pps, p. 1150.
10) – Andrea Zanzotto, Qualcosa al di fuori e al di là dello scrivere, Pps, p. 1227.
11) – Andrea Zanzotto, Intervento, Pps, p. 1259.
12) – Sul rapporto tra la poesia di Zanzotto e la storia si veda Giorgia Bongiorno “Corpi e tempi morti nella poesia di Andrea Zanzotto”, in Hommage à Andrea Zanzotto (Actes du colloque international, 25-26 octobre 2012, textes réunis par Donatella Favaretto et Laura Toppan, avec la collaboration de Paolo Grossi), Paris, Cahiers de l’Hôtel de Galliffet, 2014, pp. 107-121.

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