Badiou, oltre il dire

Sul seminario di Badiou del 1994-1995 su Lacan.

di Franco Lolli

L’intervento qui pubblicato è uscito presso DoppioZero il 3.1.2017.
Ringraziando, rinviamo al sito: http://www.doppiozero.com/materiali/alain-badiou-oltre-il-dire

Nel corso dell’anno accademico 1994-1995, Alain Badiou dedicò il suo seminario allo studio dell’opera di Jacques Lacan, definito dallo stesso Badiou un ‘compagno essenziale’: di quel seminario, pubblicato in Francia nel 2013, è finalmente uscita la traduzione italiana, (A. Badiou, Lacan. Il seminario. L’antifilosofia) grazie al pregevole progetto editoriale della casa editrice Orthotes e all’accurata e rigorosa traduzione del filosofo Luigi Francesco Clemente. 
Come noto, questo seminario si inscrive in una più ampia operazione speculativa che vide il filosofo francese impegnato a misurarsi con le posizioni teoriche di quattro grandi pensatori – Nietzsche, Wittgenstein, San Paolo e, per l’appunto, Lacan – accomunati dalla medesima passione “antifilosofica”. La presenza di Lacan in questo elenco è giustificata da Badiou in virtù dello sforzo dello psicoanalista parigino nel promuovere un ritorno a Freud emancipato dalla deriva ermeneutica che qualificava (e, tuttora, qualifica) gran parte dell’arcipelago psicoanalitico postfreudiano, rivitalizzato, al contrario, dall’introduzione di una nuova categoria concettuale: il reale.
Questa è stata, in effetti, la vera ‘invenzione’ di Lacan, la sua autentica innovazione, il contributo più importante allo sviluppo della teoria psicoanalitica: la sistematizzazione teorica di una dimensione dell’esistenza umana che la cura psicoanalitica mette in evidenza in maniera inequivocabile, come insistenza, ostinazione, inerzia di un nocciolo di esperienza non simbolizzabile, non elaborabile, né conoscibile né inconoscibile, resistente alle lusinghe dell’interpretazione e al potere della parola. Ed è intorno a questo concetto che Badiou fa ruotare il suo intero insegnamento annuale, ponendo al centro della sua riflessione la grande questione dell’atto analitico, questione, a ragione, considerata come l’inequivocabile segnale del carattere antifilosofico del lavoro di Lacan. Laddove l’atto filosofico, infatti, è l’atto – sostiene Badiou – attraverso il quale il filosofo ‘si appaga’, raggiunge la beatitudine garantita da un guadagno di sapere, da un surplus di conoscenza, dalla ricerca di una verità che sembra finalmente rivelarsi, l’atto analitico è l’atto che il soggetto compie quando ‘non c’è che la possibilità di scelta’, l’atto al quale il soggetto è condotto per smarcarsi dalla propria (nevrotica) impotenza e assumere la condizione di impossibilità alla quale l’umano è strutturalmente condannato (elevazione dell’impotenza a impossibile che, secondo Badiou, dovrebbe contraddistinguere la filosofia in generale), l’atto che pone il soggetto di fronte all’orrore dell’assoluta assenza di garanzia.
L’atto analitico è la ‘postura’ attraverso cui il soggetto si misura con il limite dell’ermeneutica, con il reale inteso come scarto ineliminabile dell’operazione significante, con ciò che ogni analisi – aggiunge acutamente Badiou – ha il compito di ‘dimostrare’, de-montrer piuttosto che montrer. Laddove, pertanto, la comunità analitica postfreudiana pone la ricerca del senso del sintomo, del suo significato, della sua costruzione storica e soggettiva al centro dell’operazione di cura – supponendo (ingenuamente, direi) che una eventuale comprensione delle cause sia in grado di intaccare l’economia libidica – la psicoanalisi lacaniana muove in una direzione differente: consapevole dell’impotenza della parola di incidere compulsioni ripetitive di particolare gravità, afferma la necessità di passare attraverso un uso speciale del significante, attraverso un dire non più legato alla semplice decifrazione (dunque, allo svelamento di un senso sepolto, in attesa di essere riportato alla luce), ma all’indicazione del valore di godimento che lo stesso significante include (al di là di ogni riferimento a un possibile significato), alla ‘superficie’ del significante (per nulla superficiale), all’inconscio reale nel suo valore di lettera piuttosto che di significante.
 L’atto analitico, pertanto, testimonia lo sforzo del simbolico di ‘toccare’ il reale, la sua unica possibilità di ‘raggiungerlo’: indica la sua ambizione di modificare l’attitudine pulsionale sintomatica e di intervenire nel dispositivo di godimento inconscio in modo permanente. Qualcosa, dunque, di assolutamente eccentrico rispetto all’operazione filosofica: la psicoanalisi di Lacan, afferma Badiou nell’introduzione, è un dialogo continuo tra nodo e taglio, labirinto e interruzione, sentieri tortuosi e schiarite rischiose, tutt’altro che un progressivo e lineare percorso di disvelamento della verità soggettiva. Si comprende, in questo modo, il profondo debito che il pensiero di Badiou ha nei confronti dell’elaborazione teorico-clinica di Lacan: debito che, come ci ricorda Clemente, lo stesso Badiou ha più volte dichiarato di avere, riconoscendo esplicitamente il legame di alcune delle sue proposte più innovative con spunti di riflessione provenienti dai seminari di Lacan.

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