Contro il sacrificio

Intervento di Luca Bagetto sul libro di Recalcati

Massimo Recalcati, Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale,
Milano, Raffaello Cortina, 2017.

In questo libro Contro il sacrificio Recalcati si propone di traumatizzarci, come è bene che accada. Vuole sollecitare un taglio, il separarsi da qualcosa. Immergendosi nella narrazione biblica, attualizza in essa il richiamo a liberarsi dal sacrificio e dai suoi fantasmi di risarcimento. Come nella vicenda di Abramo sul monte Moriah, si tratta di una storia di coltello, che invece di colpire per il sacrificio va a tagliare la legatura di Isacco. Va a interrompere il legame sacrificale della legge del sangue e del suo flusso circolare di tornaconti.
Da quel taglio nasce anche la capacità della psicoanalisi di far ripartire un’esistenza. Essa si intrattiene intorno a un trauma non già per evitarlo, e neanche per chiuderlo e suturarlo, ma perché si impari a cavalcarlo.
Non è stato forse un trauma l’evento stesso della psicoanalisi, nell’ordine del pensiero occidentale? Quando abbiamo registrato che il soggetto non è padrone in casa propria, non è stato forse uno choc per tutti noi? Non abbiamo forse dovuto rinunciare al sogno di perfezione che ci inseguiva da duemilacinquecento anni, di afferrare la verità del mondo attraverso l’afferramento della verità di noi stessi?
Questa ferita, questo taglio, questo trauma, è originario – questa è la tesi. Sta nell’inizio: è la mancanza di garanzia che costituisce l’elemento in cui si muove l’esistenza. Ci accompagna dal nostro primo respiro, dopo il taglio del cordone ombelicale col coltello di Abramo. Da allora si ripete come costante debito d’ossigeno, secondo il fiato corto e tagliato del nostro spirito. Che dobbiamo appunto imparare a respirare, per volgerlo sempre di nuovo verso un nuovo inizio. Se accettiamo che non si dà garanzia di niente, dissolviamo il sacrificio e i suoi debiti.
E tuttavia, quel taglio è un trauma destinato a essere denegato. La perfezione a tutto tondo, legata a una presenza piena e garantita, senza mancanze, è un sogno, e quindi un desiderio. Solo l’analisi del sogno e quindi del desiderio ci insegnerà a rinunciare alla perfezione. Ma chi vorrà mai rinunciare alla perfezione? Essa ci impone di aggrapparci a quei discorsi che, quando si parla di ferita, non fanno una piega.
Sono quei discorsi che cercano riparo e garanzia nella tradizionale logica della verità. Che è sempre la logica del cerchio, cioè del ritorno di qualcosa. È la logica della forma perfetta che fa tornare i conti. È la logica circolare dell’uscita della nave dal porto e dell’adeguato rientro a casa, per circoscrivere l’inter-esse, cioè il rischioso tempo di mezzo, e capitalizzarlo in una rendita. La logica del cerchio è sempre una logica del risarcimento e della garanzia di restituzione, per annullare il rischio.
Qual è invece il discorso traumatico, e biblico, della psicoanalisi? Si potrebbe dire che essa ama il rischio. Non va mai alla ricerca della garanzia e del risarcimento. Insegna a prender congedo dalla forma perfetta, con tutti i suoi ritorni nevrotici, cioè coi suoi fantasmi narcisistici e auto-protettivi. Recalcati, scrivendo Contro il sacrificio, invita a rompere la forma perfetta del cerchio e delle sue garanzie narcisistiche di compensazione, che guidano il pensiero del sacrificio. E invita ad aprirsi a un discorso senza garanzie, che si sporga rischiosamente verso una mancanza.
Rispetto al cerchio tradizionale della verità come ritorno e adeguazione, questo libro Contro il sacrificio disegna piuttosto un’ellisse. L’ellisse è una mancanza – secondo il suo nome – per la sua forma ec-centrica, per la mancanza di un centro e della sua perfetta funzione ordinante. È una forma che ha perso la sua sterile perfezione proprio come l’ombelico di una donna incinta, che ora possiede una bellezza appunto ellittica: la bellezza di ciò che ospita un eccesso, una protuberanza, apre un vuoto al centro della perfezione, nell’atto di accogliere il doppio fuoco della forza di una vita nuova.
Se si ha la forza di andare al di là del fantasma sacrificale, si accede infatti a una vita nuova. Evocando la forza traumatica ed ellittica della psicoanalisi, Recalcati mostra qualcosa che sta al di là dell’eterno presente della perfezione, e che va verso la fecondità dell’imperfetto, secondo la lezione di Lacan e di Derrida. Il passaggio che descrive in questo libro, dal cerchio del ritorno garantito all’ellisse della vita nuova, è il passaggio dal sacrificio nevrotico alla capacità emancipativa di separarsi dall’ideale della perfezione.
L’idea del sacrificio nevrotico è infatti guidata da un fantasma di compiuta perfezione. È un fantasma che alberga nelle linee millenarie della nostra civiltà, e che evoca perciò la necessità di una loro forzatura, per mostrare qualcosa che le eccede. Recalcati apre infatti l’immenso capitolo del congedo da un cristianesimo sacrificale, a vantaggio di un cristianesimo paolino, della forza della vita nuova.
La volontà di sacrificarsi cela la struttura psicologica e logica della ricerca di un risarcimento, di una restituzione e di una garanzia di ritorno, al cospetto dell’esperienza del venir meno della presenza. Per evitare la perdita, per non essere schiacciati dalla finitezza e dalla morte, si ricerca il saldo di un tornaconto (110; 141; 143). Perché è un sacrificio nevrotico? Per il fatto che il bisogno di colmare la mancanza – il desiderio di essere ciò che completa la Madre – fa del nevrotico il rappresentante dell’accurata garanzia della presenza. Essere nevrotici significa sentirsi sempre in debito rispetto a quel completamento totalizzante che dovrebbe garantire la restituzione dell’intero. Sentirsi in debito è già il modo di colmare l’angoscia della mancanza.
Abbiamo presente, noi nevrotici, quanto ci prema l’ordine della presenza dispiegata di ogni cosa, che tutto sia sotto mano e sott’occhio, che non vi siano resti, avanzi nel piatto, risposte inevase, che gli oggetti non vadano perduti, che tutto sia tenuto sempre presente e che di tutto si dia conto – nelle relazioni personali, nei riferimenti delle azioni, nelle mete delle intenzioni. Le intenzioni stesse, col loro programma, diventano la meta da raggiungere, perché tutto si colora della tinta del dover essere. Si deve corrispondere a tutte le aspettative.
Tutto il cosmo personale si presenta allora sotto il segno del debito da rimborsare. Perciò il nevrotico è predisposto a sottomettersi a un padrone. Cerca in continuazione i rappresentanti di quell’ordine che gli dà i compiti. Cerca in continuazione una legge alla quale sacrificarsi.
La legge delle cose assume quindi il volto oppressivo dell’esigenza assoluta, spietata, totalitaria (78; 92; 97). L’ingiunzione del dovere (l’ingiunzione del super-Io) non tace mai, fa la voce grossa, e il suo sguardo severo raggiunge il soggetto dappertutto (81). Addirittura, il senso di colpa arriva a precedere l’azione illecita (83), innescando una dinamica vendicativa sanguinaria, occhio per occhio, dente per dente. Infatti, per il nevrotico che si sacrifica sempre, tutti i rappresentanti del limite della legge – Dio, l’ordine delle cose, il partner… – diventano la sorgente di infiniti compiti da soddisfare scrupolosamente. Ma si tratta di una devozione solo apparente. Sacrificando costantemente il proprio desiderio per soddisfare l’Altro, il nevrotico prende la sua vendetta: trasforma l’Altro, magicamente, nel suo debitore, da fonte di debito qual era. Rovescia il debito su di lui. E mentre fa tutto per l’Altro, il sacrificio nevrotico gli incolla l’etichetta della prigione. Lo serve in tutto, e nascostamente (persino a se stesso) lo odia. Lo condanna a essere una limitazione oppressiva e gli nega la possibilità di essere, per se stesso, una limitazione liberante, che apre la vita e la forza del suo desiderio (64-65, 70-71, 104-105).
All’ordine della perfezione e del completamento cui sacrificarsi corrisponde l’idea di Dio come garante di quell’ordine. La centralità del fantasma sacrificale deriva dall’idea della metafisica della tradizione, di un Dio garante di un ordine perfetto, al quale ci agganciamo per essere assicurati del saldo delle nostre mancanze. Recalcati sviluppa qui il grande tema di Dietrich Bonhoeffer, della critica del cristianesimo religioso, del Dio tappabuchi che viene incontrato non già nella pienezza delle forze della vita, ma nel margine delle mancanze che vogliamo colmare – per essere perfetti.
Non si tratta quindi soltanto della lettura di psicologie individuali, ma anche della struttura del senso: l’Uno e l’Altro. Per opporsi a una logica nevrotica del senso, Recalcati demolisce i percorsi lungo i quali, sforzandosi di essere amabili a ogni costo, si ottempera alla legge del dovere. E suggerisce, con Lacan, che anche la logica opposta, di rendersi detestabili alla legge per testimoniare una trasgressione continua, appartiene alla medesima struttura (110). In entrambi i casi, nel rendersi servi di una legge verticale e sadica (Kant), e nel sottomettersi a una continua trasgressione orizzontale (Sade), si sacrifica il proprio desiderio (138-139). Così il nevrotico “si conforma alla domanda dell’Altro più che a quello che davvero desidera” (111).
Lo sfondo di questo libro sta in questo grande respiro interrotto, nel pensiero di Heidegger, di Lacan e di Derrida. Quest’ultimo aveva contrapposto, in Donner le temps (1991), l’eccesso del dono alla circolarità dell’economia ristretta dello scambio. Recalcati prosegue l’istanza kierkegaardiana di Derrida, circa la singolarità eccezionale del desiderio, che infrange lo specchio narcisistico del fantasma sacrificale. La prosegue esplorando le potenzialità emancipative ancora implicite nel racconto biblico.
Marcel Mauss, nel Saggio sul dono (1924), aveva sottolineato il carattere restitutivo del sacrificio. Con esso si procede a restituire qualcosa al suo proprietario originario, cioè a Dio stesso. Restituiamo, mediante il sacrificio, la cosa che appartiene a Dio, e lo facciamo attraverso i rappresentanti della divinità, i sacerdoti, coloro che amministrano il sacro. Derrida ha mostrato che il dono eccede la logica circolare del ritorno. Persino i segni sono chiamati a emanciparsi dal movimento della restituzione del senso attraverso i rappresentanti. Il senso non sta sul piano più alto dei segni perfettamente ideali e duraturi, che sopravvivono alla nostra vita imperfetta e caduca.
Quel che chiamavamo senso, va inteso come taglio, rottura dello specchio, inizio di una vita nuova, forza di sacrificare il sacrificio. Ciò che Recalcati indica, alla fine, nel rappresentante della croce. Lungi dall’essere un segno doloristico e sacrificale, essa è come il coltello di Abramo: libera la forza della vita singolare, e la chiamata del suo desiderio

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