Il grafo del desiderio

Presentazione di Mauro Milanaccio a “Il grafo del desiderio. Formalizzazioni in psicoanalisi“, Mimesis/Studi di psicoanalisi 2015.

Il testo che avete tra le mani è la traduzione di un libro uscito da alcuni anni in Argentina che riprende un corso tenuto dall’autore presso la facoltà di psicologia di Buenos Aires nel 1993. Ci sono dunque tra le parole di Alfredo Eidelsztein e il presente testo, due passaggi e uno scarto temporale. Il primo passaggio, dall’orale allo scritto nella stessa lingua, il secondo dal testo spagnolo al testo italiano. Sono dunque in gioco alcune perdite: la presa in diretta della trasmissione orale subisce un certo congelamento al diventa- re parola scritta, e, successivamente, la traduzione in un’altra lingua, seppur affine, inevitabilmente, porta con sé alcuni slittamenti e cambiamenti che rendono il testo di arrivo parzialmente diver- so da quello di partenza. Un’ulteriore sfasatura riguarda lo scarto temporale di questi vent’anni. Da allora ad oggi, infatti, l’autore ha continuato la sua ricerca e alcune questioni sono state da lui approfondite, affinate o riviste. Nonostante queste variazioni, il te- sto conserva una potenza di trasmissione notevole, grazie al rigore concettuale con cui l’autore imposta e sviluppa le sue riflessioni sulla psicoanalisi lacaniana, rigore che le rende attuali, interessanti e ancora pienamente valide. Questo accade perché Eidelsztein raccoglie e fa suo lo sforzo di Lacan verso una trasmissione dei concetti psicoanalitici che scommette sulla possibilità di una argomentazione, la cui articolazione si sostiene sulla formalizzazione piuttosto che sull’evocazione o l’effetto retorico.

L’opera di Eidelsztein è, più in generale, un importante con- tributo al recupero di una possibile lettura di Lacan che rischia di venir soffocata da altre letture, oggi molto diffuse, spesso in sintonia con il discorso attuale, che a dispetto degli intenti critici, contribuiscono invece al disagio della civiltà contemporanea. I lavori di Eidelsztein, molto conosciuti in America Latina, ancora per lo più ignorati in Italia, ruotano infatti attorno all’idea di rendere possibile, in psicoanalisi, la discussione dei temi e delle questioni al di là del prestigio o dell’autorità di chi argomenta, al di là anche della diffusione di certe idee o della loro evidenza intuitiva. È perciò una battaglia contro il dogma, contro il pregiudizio e la soggezione.

Si tratta di un progetto a sostegno della causa analitica, a cui l’autore lavora da più di trent’anni, che mira a recuperare le novità sepolte nell’opera di Lacan. Novità rimaste nascoste, sia a causa della loro stessa originalità – in fondo tendiamo ad imparare solo ciò che già sappiamo – sia per effetto di alcune divulgazioni, che, come dicevo, sono in continuità con le tendenze del pensiero contemporaneo: individualismo, nichilismo, biologizzazione del soggetto, solo per indicarne alcune.

Già dai titoli di alcune tra le opere principali di Eidelsztein pos- siamo individuare il taglio con cui affronta i temi psicoanalitici: Modelli, schemi e grafi nell’insegnamento di Lacan, Le strutture cliniche a partire da Lacan (Vol. I e vol. 2), La topologia nella clinica psicoanalitica. Un taglio topologico che annoda scienza ed etica. Un taglio che ha come finalità quella di favorire una chiarificazione dei concetti, per articolarli adeguatamente alla pratica dello psicoanalista.

La topologia è dunque un asse portante del piano di ricerca dell’autore. Ma perché la topologia? Perché studiare e approfondire all’interno del campo psicoanalitico un sapere, quello topologico, da molti ritenuto difficile quando non astruso e diffusamente considerato non necessario per la clinica? Se si va alla ricerca delle questioni topologiche presentate da Lacan nel suo insegnamento si scopre che, lungi dall’essere un capriccio o un fraintendimento degli ultimi anni, le questioni topologiche sono presenti fin dai primi anni del suo insegnamento e abbondano negli scritti. Le ricorrenze dei termini relativi alla topologia hanno una continuità senza uguali e complessivamente superano il migliaio. È lo stesso Lacan a esplicitare con estrema chiarezza di cosa si tratta:

La questione può essere formulata in un modo molto gentile ed ingenuo: è veramente necessario imparare la topologia per essere psicoanalisti? […] La topologia non è qualcosa che si deve apprendere in più, come se la formazione dello psicoanalista consistesse nel sapere con che latta di colore dovrà dipingersi. Non c’è da porsi la questione de egli dovrà o meno imparare qualche cosa che riguarda la topologia poiché la topologia, per come la intendo, è la stoffa stessa in cui taglia, lo sappia o non lo sappia. Poco importa che apra o no un libro di topologia: dal momento in cui egli fa della psicoanalisi, [la topologia] è la stoffa in cui taglia, in cui egli taglia il soggetto dell’operazione psicoanalitica. Ciò che può essere in causa in ciò che va scucito e ricucito, se la sua topologia è fatta ingannandosi, è a spese del suo paziente. Non è da ieri, ovviamente, che ho cercato di dare forma a questa costruzione, queste reti, questi cartelli indicatori, queste reti orientate che successivamente si sono chiamate “schema L”, “schema R”, grafo, o, dopo qualche anno, l’uso delle superfici dell’ analysis situs (J. Lacan, Il seminario. Libro XIII. L’object de la psychanalyse (1965-66), inedito. Traduzione nostra).

La psicoanalisi è una pratica che, a seconda degli orientamenti teorici, può essere avvicinata alla pratica artistica, a quella filosofica o a quella scientifica, per nominare solo tre dei modi della conoscenza di cui disponiamo. Modi che non necessariamente si escludono a vicenda ma che hanno ciascuno delle particolarità e delle specificità che ne definiscono il campo di applicazione. Per la psicoanalisi, senza entrare nella atavica questione – che rischia di diventare facilmente bagarre – del rapporto con la terapeutica, si tratta di un saperci fare (un sapere applicato) in grado di produrre degli effetti mirati anche se spiegabili solo retroattivamente. Attraverso la discussione e il lavoro razionale – leggasi scientifico – orientato a migliorare l’articolazione teorica della psicoanalisi lacaniana, l’autore ha sempre ben presente come orizzonte l’efficacia clinica della pratica analitica.

La proposta dell’autore è di far coincidere la struttura concettuale della psicoanalisi con quella che, la stessa psicoanalisi, attribuisce al soggetto dell’inconscio. Se il soggetto dell’inconscio è un soggetto diviso, questa divisione, che attraversa il rapporto tra sapere e verità, va studiata al di là degli schemi concettuali con cui abitualmente ragioniamo su noi stessi e sul mondo. E per far questo la topologia è particolarmente indicata, per ragioni ben argomentate da Eidelsztein, grazie alla sua contiguità con il campo dell’inconscio. Anzi si può dire con Lacan che l’inconscio funziona topologicamente: nel suo dominio, la forma non ha nessuna funzione, così come non ne hanno la dimensione o la distanza; inoltre, è possibile introdurre una nuova relazione tra interno ed esterno, sovvertire il rapporto dicotomico tra soggetto ed oggetto e operare con la nozione di “invarianti”, un concetto fondamentale per fondare la diagnosi clinica sulle proprietà della struttura, indipendenti dalle differenze che si presentano caso per caso.

Un programma di ricerca di questo tipo è il risultato del con- tributo di molti, è un lavoro plurale e condiviso, fondato su un ragionamento logico e dunque opinabile e confutabile. Certo la razionalità e la logica a cui si fa riferimento non è una logica classica, binaria, ma paraconsistente. Una logica in cui saltano i fondamenti della razionalità fondata sul principio di non contraddizione e del terzo escluso, dove invece viene messa a valore la fecondità del significante che poggia sul fatto che non può in alcun modo essere identico a sé stesso (J. Lacan, Le Seminaire. Livre IX. L’ identification (1961-62), inedito, lezione del 29 novembre 1961).

La produzione scientifica di Eidelsztein dà prova, a partire da Lacan, che, con la topologia è possibile superare idee dicotomiche e schematiche che limitano la portata dei concetti psicoanalitici e conseguentemente la possibilità di decifrare le coordinate cliniche che, caso per caso, si presentano all’ascolto dello psicoanalista.

Si tenga inoltre presente che “grafo” è un termine importato da Lacan dalla topologia. Non è un “grafico” né uno “schema”. Si tratta piuttosto di una “rete” – per i matematici “grafo” e “rete” sono sinonimi – e dunque di una trama. Ma perché si chiama “grafo del desiderio” se l’invenzione centrale del percorso lacaniano, l’oggetto piccolo a, non compare in quanto tale tra i termini che compongono il grafo? Eidelsztein ci propone una lettura originale: anche se non compare esplicitamente, ed è cronologicamente antecedente nell’insegnamento di Lacan, è proprio con il grafo del desiderio che Lacan introduce l’“oggetto a” in quanto oggetto causa del desiderio. Di più, l’oggetto a è pensato come la stessa struttura del grafo del desiderio che articola tra loro i matemi ed i concetti che vi compaiono.

Il libro di Eidelsztein è dunque un’opera fondamentale per almeno due ragioni. Innanzitutto, più in generale, perché recupera un Lacan, quello che ha attinto alla topologia e alla formalizzazione matematica, in grado di offrire allo psicoanalista gli strumenti concettuali per rilanciare la psicoanalisi nel tempo dello scientismo e della misurazione sostanzialista. Poi, nello specifico, perché riapre un campo di ricerca in psicoanalisi dove si annodano in modo rigoroso e originale teoria, clinica ed etica. È necessario infatti tenere presente che solo una buona teoria di riferimento può produrre una clinica in grado di incidere sul malessere contemporaneo di cui patiscono le persone che si rivolgono allo psicoanalista […].