Il miracolo della maternità

Intervista a Massimo Recalcati

a cura di A. Russo e G. Ricci

D. Ci sembra che il fulcro teorico del suo ultimo libro, Le mani della madre, sia da rinvenire nella rottura di uno schema che situa il patologico sul lato materno, e la possibilità della vita su quello paterno. Lei dice che alla madre è data la possibilità e la responsabilità di trasmettere il desiderio attraverso la sublimazione materna. È dunque sul lato materno che secondo lei occorre oggi cercare la soluzione al vuoto lasciato dal padre? L’evaporazione del padre non potrebbe lasciare spazio, a livello sociale, istituzionale e giuridico, alla diffusione di una sorta di maternalismo sociale (nuovi dirittti, nuove tutele, protezionismo, garanzie, primato del privato, familismo, ecc.)?

Il maternage sociale è un grande problema del nostro tempo. Esso viene al posto della grande paranoia patriarcale che aveva dominato il secolo scorso e generato i mostri del totalitarismo. Dopo la contestazione del ’68 si apre lo scenario che Lacan ha denominato con l’espressione “evaporazione del padre”: il Nome del padre non svolge più una funzione orientativa, non è più la bussola infallibile che guida la vita degli individui e quella delle masse. In questo contesto il maternage sociale è un sintomo più che una soluzione. Jean Pierre Lebrun ne parla come di un mère-version che gioca col termine lacaniano père-version. Attendersi che sia l’Altro ad offrire garanzie e diritti è una visione del campo sociale intrisa di maternage. E’ il fantasma fondamentale che abita ogni statalismo e che situa il soggetto in una posizione di tutela passiva. In altre parole, potremmo dire che il padre padrone dell’ideologia patriarcale e il maternage o la mère-version del nostro tempo sono due facce della stessa medaglia. Solo che nel primo caso la tutela assumeva forme autoritarie, mentre nel secondo quelle di un accudimento perpetuo biopolitico che solleva il soggetto dall’impatto con la propria responsabilità singolare. A sua volta questo accudimento può coprire il potere assoluto della madre come figura dell’onnipotenza che può arbitrariamente abbandonare il proprio frutto: eccesso di presenza e accesso di assenza sono i due volti egualmente aberranti che può assumere la distorsione del materno nel nostro tempo.
Lo snodo in cui ci troviamo è quello di oltrepassare questo orizzonte senza ripiegarsi su quello dominato dall’autorità feroce del padre-padrone. E’ certo che il maternalismo generalizzato non può essere la soluzione giusta al problema dell’evaporazione del padre. E’ una figura che cronicizza la nostalgia della tutela. Nel mio lavoro sulla madre mi muovo in tutt’altra direzione. La lezione più alta che possiamo ricavare dalla maternità non è affatto quella del maternage ma quella di una cura che sa essere cura del particolare. Nel nostro tempo dominato dal nichilismo del discorso del capitalista in primo piano è un’incuria assoluta. La città, le relazioni umane, la comunità civile, il nostro stesso pianeta sono travolti da un iperattivismo mortale il cui unico scopo è quello di un godimento senza Legge. La madre come figura che sa incarnare una cura che non dimentica di fare posto al particolare più particolare della vita è un punto di resistenza critica a questa deriva. E’ una delle cifre più politiche del mio lavoro.

D. Lei valorizza molto il desiderio della madre come ciò che le permette di essere non-tutta-madre, ovvero di far continuare a fare esistere la donna nella madre. Non crede però che nel discorso sociale contemporaneo sia la madre a essere cancellata dalla donna? I due statuti di madre e di donna non risultano troppo inquietanti in una società che punta al sesso unico?

La cultura del sesso unico, dell’unisex, fa il paio con quella che assimila indifferentemente il genitore 1 al genitore 2. E’ ai miei occhi un’altra deriva sintomatica del nostro tempo. Mi sembra che l’insegnamento di Lacan ci conduca a reperire nella donna e nella sua alterità la prima figura del Nome del padre. Solo se una madre non si identifica integralmente con il proprio essere madre, solo se sa rispettare la donna, se sa mantenere viva in se stessa la donna, ella può realizzare una madre sufficientemente buona. La donna è cioè la prima sbarratura della madre che impedisce la sua versione sacrificale che finirebbe fatalmente per porre il bambino nella posizione dell’oggetto esclusivo del suo godimento e per ridurre il proprio mondo all’essere del suo bambino. E’ l’esistenza della donna che preserva il bambino dal suo possibile abuso incestuoso e mantiene la madre aperta alla trascendenza del proprio desiderio. La patologia prevalente della madre del patriarcato era quella di annullarsi come donna nell’esercizio del suo essere madre. Lacan ne fornisce un ritratto cruciale nella figura della madre coccodrillo che divora i propri figli. Nell’epoca dell’evaporazione dell’ideologia patriarcale la patologia sembra sbilanciarsi sul lato della donna che vive il proprio diventare madre come un attentato alla propria femminilità, come un ingombro o un ostacolo alla propria legittima carriera professionale. Parliamo a questo proposito da anni della madre narcisistica per indicare questa nuova patologia. Ma la madre non è la sua patologia. E un altro obiettivo di questo libro: smarcare la madre dalla sua versione patologica, liberarla dalla psicopatologia. Madre è infatti il nome di un’alleanza  feconda tra l’essere donna e l’essere madre. E’ possibilità di unire e non di opporre la dimensione della cura con quella del desiderio.

D. Nel suo libro, lei delinea due modi di essere madre, una madre del desiderio (madre del segno) e una madre del godimento (madre del seno). Ora, nell’epoca del trionfo dell’oggetto e della tecnica medica in tutti i domini fondamentali dell’umano, non crede che la maternità desiderante sarà sempre meno possibile? Come può un soggetto educato all’etica del godimento e a una visione scientista del mondo, recuperare, nel momento in cui è chiamato ad occupare un posto materno, la capacità di sublimare la sua posizione? Come  si può sfuggire al destino di diventare una “madre narcisistica” ? O una madre che si relaziona al figlio con uno stile “consumista”?

Il miracolo della maternità può avvenire sempre. Anche in mondo senza Dio e senza speranza, anche in un mondo asservito alla prepotenza della tecnica, ridotto a risorsa da sfruttare, anche in un mondo disabitato da ogni senso umano; il miracolo della maternità è un miracolo che può sempre avvenire. Lo racconta anche Mc Carthy nella apocalisse de La strada. Esiste una madre che alla fine raccoglie nella sue braccia il bambino che ha perduto il proprio padre. La maternità non è mai a rigore spinta consumistica all’appropriazione del figlio-oggetto, così come la paternità non può mai essere confusa con l’esercizio brutale della Legge. In questi casi siamo confrontati a delle aberrazioni del materno e del paterno. La maternità non è esperienza di centramento ma di decentramento, non è esperienza di chiusura ma di apertura, non è esperienza di prolungamento del proprio essere ma di discontinuità, non è esperienza dell’avere ma del dono. In questo senso ho proposto di vedere nella figura evangelica di Maria la dimensione più pura della madre: Maria porta nel suo ventre un figlio che non è radicalmente suo, ma che appartiene ad un Altro, porta nelle sue viscere, nella sua carne, nel suo corpo il figlio di Dio. Ebbene non accade questo sempre in ogni maternità? Ogni maternità sufficientemente buona non è esperienza di portare con sé il figlio di Dio? Un figlio che non è nostro pur essendo nostro, che non è il mio oggetto pur avendo abitato il corpo materno, che è assoluta trascendenza pur essendo venuto al mondo in un’immanenza assoluta con il corpo della madre? Ogni madre non è chiamata a perdere il proprio figlio? Non conosce profondamente il destino in perdita della generazione? Ogni figlio non è forse per ogni madre destinato ad essere perduto, a morire sulla croce?

D. Lei ci spiega che la madre è il primo Altro incontrato dal soggetto, un Altro più antico di quello paterno. Tenendo lo sguardo sulla realtà delle famiglie monoparentali, le chiediamo: la madre è dunque più “necessaria” del padre? 

Nel mio libro chiamo Madre innanzitutto l’Altro che risponde alla domanda di soccorso del soggetto. Chiamo madre le sue mani, definisco le mani il primo volto della madre. Distinguo la madre dalla figura della genitrice. Cosa voglio dire? Voglio dire che madre è, al di là del sesso, della stirpe, del sangue, della discendenza, il nome delle mani che tengono in vita altre mani, delle mani che sanno sporgersi al di là del proprio Io; voglio dire che madre è il nome dell’Altro senza la cui presenza non c’è, non si dà possibilità di umanizzazione della vita… E’ un’altra cifra politica del libro: dove c’è capacità di risposta al grido della vita, non c’è Altro soccorritore – come si esprimeva Freud – c’è esperienza della madre… Il padre ha un altro compito. Quello di mostrare come possibile l’alleanza generativa tra la Legge e il desiderio…Ho scritto molto su questo… Si tratta di due forme dell’eredità differenti che l’ideologia del genitore 1 e genitore 2 rischia di non cogliere. Il padre trasmette al figlio il senso della Legge come supporto del desiderio; la madre il senso stesso della vita.

D. Il suo libro ci restituisce una immagine “simbolica” della madre. Ma fino a che punto secondo lei la madre è implicata nel fare in modo che un bambino, oggetto d’amore duale basato sul suo desiderio, acceda allo statuto di figlio, soggetto chiamato ad entrare nel movimento della trasmissione dell’eredità simbolica?

Nei miei lavori sul padre mi sono sforzato, rischiando di essere preso per un reazionario, di tenere fermo il valore insostituibile della testimonianza paterna. Ma mentre difendevo l’importanza del padre mi impegnavo a liberare la sua figura dalla biologia, dalla natura, dal genere, dal sangue e dalla stirpe. L’ultimo cinema di Clint Eastwood mi ha indicato, insieme alla mia lettura di Lacan, la via: padre non è il nome del genitore ma di un’esperienza radicale di adozione simbolica della vita. Lo ripeteva anche Dolto: San Giuseppe è l’immagine più pura della paternità proprio perché non è genitore… La maternità è senza dubbio, assai più significativamente della paternità, un’esperienza del corpo. Non credo di aver trascurato questo aspetto che è letteralmente precluso ai maschi… C’è un’estasi, una gioia, una perturbazione nel diventare madri che portano nel loro corpo la vita di un altro… Non possiamo come psicoanalisti non sottolineare l’incidenza di come una madre, per esempio, ha vissuto la propria gravidanza sulla vita del bambino. Lacan lo ripete insistentemente: il desiderio della madre nutre il bambino che arriva alla luce del mondo… L’assenza di quel desiderio lo lascia cadere nell’insensatezza con tutte le conseguenze cliniche che questo, come sappiamo dalla nostra pratica, comporta… Ma questo non significa che madre sia anche il nome di un’accoglienza della vita che trascende il piano della natura e della biologia… Per questo io credo che per intendere davvero il desiderio della genitorialità in generale bisogna sempre guardare ai genitori adottivi… E’ il gesto simbolico dell’adozione che espone i genitori alla responsabilità illimitata della loro funzione… Questo gesto è infinitamente più significativo di uno spermatozoo o di un utero…Una ragazza che resta incinta di uno sconosciuto con il quale dopo un rave party ha avuto un solo rapporto sessuale ubriaca, del quale non ricorda nulla, è madre? E’ questa giovane madre più madre di una donna lesbica che insieme alla sua compagna, legata da un lungo e intenso rapporto d’amore che ha saputo superare anche momenti difficili e crescere generativamente, decide di adottare o di generare un figlio ricorrendo alle tecniche di inseminazione artificiale?

D. Lei ha fatto spesso riferimento nelle sue analisi sulla contemporaneità al discorso del capitalista teorizzato da Lacan, approfondendone le relazioni con l’evaporazione del padre. Se il discorso del capitalista è un modo di dire l’evaporazione paterna, quali sono le relazioni e gli effetti di questo discorso sul lato del materno? Che cosa fa della madre il discorso del capitalista?

Tende, come ho detto prima, a generare una nuova patologia della madre, quella della madre narcisistica. Tende a cancellare la dimensione stessa della cura. Tende a fare della maternità un desiderio di possesso. La scienza può colludere con questo fantasma solo narcisistico della libertà: volere avere un figlio diventa sempre più possibile in qualunque condizione. La tecnica ha liberato la maternità dalla necessità del coito e dell’appartenenza al genere. Io penso che un figlio debba sempre essere il frutto di Due e mai di Uno. Penso che il Due dell’amore sia un’esperienza indispensabile per, da un lato, sottrarre il figlio dal rischio di diventare tutto il mondo dell’Uno e fargli, dall’altro lato, sentire che esiste Altro al di fuori di lui, che esiste l’amore dei Due come primo confine del mondo.

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