Joyce glossografo

Questione del padre e costruzione della lingua, tra glossolalia e profezia

di Gérard Pommier

Nel suo ultimo libro Finnegans Wake, Joyce utilizza un procedimento letterario che evoca la glossolalia. In primo luogo ricorderò rapidamente che cos’è la glossolalia: in preda a forze spirituali, qualcuno si mette a parlare, a gridare in una lingua inesistente.


Questo fenomeno “vocale” è probabilmente esistito in tutte le religioni, ma ha avuto massima estensione nel cristianesimo, prima ancora di essere classificato come una manifestazione psicotica in psichiatria e ancora prima di trovare rifugio nella letteratura poetica dove diventa glossografia.

Nella cristianità essa si manifesta tra i primi discepoli di Gesù nel momento della Pentecoste: “e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2, 4). Questo genere di urla fu considerato come la radice di tutte le lingue, manifestazione dell’universalità del messaggio di Cristo, in un linguaggio ecumenico. San Paolo scrive, nella Prima lettera ai Corinzi: le lingue? Esse taceranno. La scienza? Sarà abolita, e un po’ più avanti: “Chi infatti parla con il dono delle lingue non parla agli uomini ma a Dio” (1Cor 14, 2).

L’esegesi religiosa vede nel “parlare in lingue” della glossolalia una lingua antecedente la Torre di Babele, la lingua del Paradiso, ma più precisamente il segno postbabelico di una redenzione nel giorno di Pentecoste. È perché gli apostoli sapevano “parlare in lingue” che potevano predicare al mondo intero. Si potrebbe dire che si tratta di un tentativo di ritornare all’orda primitiva, sotto la guida del padre, Urvater. Oppure, un tentativo di ricongiungere i genitori, separati tra l’enunciazione paterna e la lingua materna. Quindi evidentemente, sarebbe un errore considerare la glossolalia come un equivalente de lalangue nel senso di Lacan.

Una definizione semplice che si potrebbe dare è la seguente: ecco qualcuno che, sotto l’influenza di Dio o di un grande Altro, è in preda a visioni, a rappresentazioni, insomma ad allucinazioni e improvvisa- mente si mette a urlare, a farneticare, a inventare una lingua propria, in una parola, resiste alla presa allucinatoria. Per farla breve, il padre parla al glossomane che si mette a parlare. Egli parla perché il padre gli parla e si mette a parlare più forte di lui. C’è questo rapporto reattivo originale nel momento della messa in moto della lingua: è la lingua di un’identificazione al padre primitivo. Si ha l’impressione che il glossolalico parli la lingua dell’Altro. Assolutamente no! Si tratta della sua lingua, attraverso un’identificazione al padre primitivo.

In Finnegans Wake, Joyce cita il caso di una glossolalica, Hélène Smith, dicendo: “Miss Smith, onamatterpoetic”. Joyce colloca la poetica sotto il segno della matter, vale a dire non già della madre, anche se l’equivoco esiste, ma della materia (matter) delle parole (onoma). Il grido glossolalico è il punto di resistenza a ogni sorta di lingua materna. Resistere all’invasione allucinatoria materna corrisponde a un atto mistico di fede in Dio, nella misura in cui il padre si oppone alla madre. Si tratta di parlare la lingua del padre, piuttosto che di parlare una lalangue. San Paolo diceva che c’era una preghiera ineffabile e segreta rivolta a Dio, l’unico in grado di comprenderla. Il che è un modo di dire, dato che si tratta nel contempo dell’atto di sostituire il padre, il Pater, con il filioque, vale a dire ucciderlo. Dio non potrà mai sentire alcunché delle urla e delle preghiere che gli si rivolgono, perché ne morirebbe! C’è un’esperienza soggettiva di fondamento della parola, fondatrice di ogni significazione ulteriore. Poiché cosa si può fare una volta che abbiamo crocefisso il padre? Ci si mette a parlare per spiegarsi e giustificarsi. Il parricidio è il motore della parola. Questa glossolalia primitiva comporta quindi dall’inizio un’identificazione al padre primitivo. Una volta che l’abbiamo capito, ciò permette di ri- sparmiarsi un mucchio di problemi: non c’è più bisogno di supplenza, di sinthomo, di nodi borromei, che non sono altro che illustrazioni.

La resistenza si stabilisce prima per identificazione al padre, successivamente con l’eliminazione di quest’ultimo come nella Pentecoste. Lo Spirito Santo che scende sugli apostoli in fondo non è altro che il parricidio che unisce i figli al padre, che li unisce al padre per un’indissolubile colpevolezza: è la massima pater filioque, che ha opposto Roma a Costantinopoli.

Non è quindi la lingua materna, ma il grido di godimento del padre. D’altronde, bisogna chiedersi se la lingua che si tratta di sovvertire sia così tanto materna! Essa è piuttosto femminile, e identificarsi al padre attraverso la glossolalia è un modo per evitare di essere la sua donna – il che è resistere a una forma della forclusione. Nel momento in cui la sodomia divina diventa una minaccia è il momento di cacciare un urlo, come farebbe qualsiasi donna in circostanze analoghe.

Comunque sia, se questa lingua glossolalica è quella di Dio, essa è ecumenica, universale, ed è sorprendente che con l’estendersi dell’ateismo, a partire dal XIX secolo, siano state inventate decine di nuove “lingue universali”, con lo stesso progetto universalista di sostituire la diversità babelica delle lingue.

Faccio questo richiamo alla glossolalia per mostrare la sua storia, dalle religioni politeiste fino al monoteismo, dove è stata immediatamente valorizzata grazie all’iconoclastia, all’assenza d’immagine di Nome-del-Padre, che ha fatto che il padre, l’Urvater, si ritrovasse in ogni manifestazione vocale del figlio. Dopo Cartesio, la glossolalia è caduta nel campo della psicopatologia e solo da un secolo ha preso una piega letteraria, introducendosi attraverso le novlangues nella psicopatologia, e di lì nella scrittura, mentre è un fenomeno totalmente differente: in primo luogo, la glossolalia è puramente vocale, è l’affermazione della presenza del soggetto nel suo rapportarsi a Dio che, come lui, è senza immagine. Orbene, la lettera è un’immagine! È ciò che San Paolo aveva ben notato dicendo che non si poteva profetizzare parlando in lingua. San Paolo ha contrapposto glossolalia e profezia, per quanto entrambe siano carismatiche.

La profezia porta un messaggio mentre la glossolalia è l’espressione pura della presenza divina, senza essere mai destinata alla trascrizione. Non si può trasmettere l’urlo glossolalico, l’urlo di un assassino, pura presenza del soggetto animato dallo Spirito Santo, la Grazia secondo san Paolo, il solo che l’abbia detto così chiaramente: c’è l’assunzione di colpevolezza dell’assassino, redento dal suo atto di peccatore. È in seguito la Felix culpa, la felicità della colpa di sant’Agostino, che Lutero ha saputo mettere a frutto, ma scaricando la colpa sui poveri, sugli indiani, i negri, i fumatori e i malati mentali classificati dal DSM.

(da LETTERa n. 3)

Condivi su
FacebooktwitterFacebooktwitter