Benslama:

L’attualità della sua Dichiarazione di non sottomissione

di Angelo Villa

Il testo che qui viene presentato, (Fethi Benslama, Dichiarazione di non sottomissione. A uso dei mussulmani e di coloro che non lo sono – trad. e introduzione di Angelo Villa – Poiesis) costituisce, pur nella sua brevità, uno scritto prezioso e, a suo modo, decisamente esemplare. Per questa ragione, ci sembra lo si possa indicare come un libro a cui, di questi tempi, ci pare necessario potersi riferire, come a una bussola. È uno scritto del quale è importante sottolineare la sua doppia attualità, sia in rapporto agli eventi cui rinvia, e ancor più, per il messaggio che consegna al lettore.
Per quanto anomalo possa risultare, si tratta di un lavoro che porta la firma di uno psicoanalista. I discepoli del maestro viennese non sono, infatti, avvezzi a questo genere di scrittura. La Déclaration non costituisce, come si intuisce già dal titolo, un saggio, tra i tanti in circolazione, inerente quella che Freud denominava come “religione maomettana”. Essa non può essere considerata come un’opera appartenente a quell’ambito letterario che, da Otto Rank in poi, si tende a classificare come psicoanalisi applicata. Nella Dichiarazione filtra una tensione che trascende l’analisi pur lucida che l’anima, un’eccedenza partecipe e vigorosa che la sottrae al consueto registro del saggio ponderoso e ben documentato. Come lo è, ad esempio, un testo come La psicoanalisi alla prova dell’Islam del medesimo autore. Indubbiamente la Dichiarazione ha La psicoanalisi alla prova dell’Islam sullo sfondo, ma si spinge più avanti, si candida ad aprire una nuova prospettiva, come se tuttavia portasse a maturazione un seme in precedenza posto e, soggettivamente, esposto. Per essere precisi, La psicoanalisi alla prova dell’Islam esce in Francia nel 2002, la Déclaration viene pubblicata tre anni dopo. L’incipit del primo testo, una sorta di pubblica confessione, esplicita in termini chiari ciò che ha messo lo psicoanalista franco-tunisino al lavoro su quello specifico tema: “Non rientrava nei miei programmi, né in quelli della mia generazione, interessarci all’Islam. Ma poiché l’Islam ha deciso di occuparsi di noi, ho deciso di occuparmi di lui. Questa generazione nata con la fine del colonialismo e l’instaurazione dello Stato nazionale pensava allora d’aver chiuso con la religione, che non se ne sarebbe più parlato nell’organizzazione della città. Benché fosse stato un elemento di mobilita- zione nell’insurrezione contro l’occupante, le attribuivamo la responsabilità di avere trascinato per secoli il nostro mondo nella notte del mondo, da dove fummo ridestati dal fragore degli eserciti europei d’occupazione”.
Una puntualizzazione niente affatto casuale o di maniera sulla quale penso sia opportuno soffermarmi nel tentativo di isolare il filo rosso che attraversa la Dichiarazione stessa. Lo stoico e compassato pessimismo freudiano consigliava una buona dose di prudenza nell’accostarsi agli avvenimenti in corso, poiché “il presente deve essere divenuto passato”, affinché se possano trar- re solidi punti fermi in base ai quali giudicare il futuro. Non è, ritengo di poterlo dire, la posizione di Benslama, giustamente allarmato all’idea che il presente non divenga passato ma, piuttosto, forse, che la formula freudiana possa esser capovolta e cioè che il passato diventi il presente. Non senza che ciò coinvolga e condizioni la vita di milioni di donne e uomini. Da qui, non più l’attesa che il tempo faccia il suo giro, ma un sentimento d’urgenza che non dà tregua e induce alla mobilitazione. Benslama lo menziona, non ne fa mistero. A determinarlo è l’oggetto in questione, certamente, ma, in particolare, è la posta in gioco che l’oggetto solleva in rapporto alla prospettiva che Benslama, in quanto psicoanalista, rileva a renderne il senso e la ragione. È l’angolatura da cui si coglie l’originalità della Dichiarazione, non meno che la sua irriducibile radicalità, tali cioè da differenziarla da scritti di primo acchito analoghi come il Manifeste pour un islam des Lumières che Malek Chebel, uno tra i più noti e seri studiosi del mondo musulmano, stilò tra il 2003 e il 2004.
Come identificare, dunque, una tale prospettiva? O meglio ancora: esiste un rimando specifico che può servire a connotare una causa capace di impegnare uno psicoanalista al di fuori del suo setting, coerentemente con quella sensibilità che la prassi terapeutica gli detta? Se esiste, e credo che esista, non sia quello che rinvii a una difesa di bandiera della psicoanalisi in quanto tale, o, per lo meno, non più di tanto. Ciò che invece suppongo, invece, sia fondamentale è la promozione e la difesa di quel che proprio la psicoanalisi situa al centro della sua azione, quale cifra ineludibile del suo esserci e, se vogliamo, della sua intrinseca universalità, la questione cioè della soggettività umana. Suo vero cuore etico e vitale che è bene evitare di confondere con la sua deprecabile e narcisistica deriva psicologica, quella rappresentata dalla volubile e arbitraria deriva del soggettivismo, così foraggiato dalla superficialità contemporanea.
È, infatti, del processo di ricerca di un’effettiva soggettività che Freud ci ha fornito le mappe orientative, disancorandola dai miraggi alienanti dell’Io e ponendola in stretta connessione con le produzioni o, più esattamente, con le incursioni dell’inconscio nell’ambito della coscienza. Con tutta evidenza, un simile tragitto comporta sia una disponibilità individuale che non può pre- scindere dalla libertà del singolo sia, aspetto che si tende grossolanamente a trascurare, una condizione che lo renda possibile, nel senso cioè che ne legittimi e accetti l’opportunità, senza percepirlo come una minaccia intollerabile.
Ora è, mi sembra, proprio sulla soggettività che fa leva un testo come la Dichiarazione, in quanto manifesta- mente espressa, sollecitamente invocata, esplicitamente interrogata. Una contaminazione alla quale, ovviamente, colui che prende la parola non può sottrarsi. Ritorno, in proposito, all’incipit di La psicoanalisi alla prova dell’Islam, appena citata, un’affermazione che sancisce un passaggio, una svolta e, per taluni versi, un mutamento di direzione soggettiva che si configura quasi come un rivoltarsi all’indietro, non voluto ma necessario che assume il nobile carattere di un sottrarsi a una fuga. In un avanti, in un altrove, in un non essere lì, comunque. Come individuo, come psicoanalista. Scelta non facile, non immune da rischi che vanno ben oltre quelli propriamente professionali. Un discepolo freudiano può es- servi avvertito, ma non per questo al riparo, come qualsiasi cittadino. L’esperienza analitica indica in maniera pressoché costante come la vita di un singolo soggiaccia a una temporalità che lo trascende e che esula dal suo controllo. Il maestro viennese riadattò l’appellativo di “altra scena” per indicare il teatro dell’inconscio, il luogo enigmatico nel quale si agitano i sogni e i fantasmi più reconditi che abitano la psiche. Una dimensione, per così dire, interna che di questi tempi verrebbe da mettere a confronto con quella più specificamente esterna. Quella che si tradisce negli agiti, nei passaggi all’atto, spesso accompagnati da una disinibizione sfrontata e provocatoria che sfida qualsiasi remora sintomatica.
È, insomma, un’iperrealistica versione di questa nuova altra scena quella che si dipana, in questo caso, “fuori”, davanti e sotto gli occhi di tutti e, quindi, anche dell’individuo stesso, privato del conforto di una mediazione immaginaria rappresentativa, di un filtro protettivo che ne attutisca la brutalità. Il sociale, dunque, come inconscio all’opera, come spazio di concretizzazione di impulsi e fantasie che ignorano il limite e che non possono non ritornare traumaticamente sul singolo, così violentemente espulso dal suo “privato”, dai suoi progetti, dalle sue chimere…
L’incipit di La psicoanalisi alla prova dell’Islam mi ha ricordato, in via associativa, il tardivo moto di sorpresa di Freud che accompagna la scoperta del transfert. L’autore dell’Interpretazione dei sogni vi si è trovato infatti preso in contropiede, impegnato com’era nell’interpretazione del materiale onirico della giovane Dora, non si era avveduto di quel si stava generando nella relazione con la paziente sul piano relazionale. Vale a dire, in rapporto a quel che si genera o si può generare in un incontro, per definizione dai contorni formali e relativamente asettici, figuriamoci in altri! Il transfert, dirà poi Lacan, è la messa in atto della realtà dell’inconscio. Così come, a sua volta, lo spazio pubblico è l’arena dove il transfert e il controtransfert, passioni e fantasmi si scatenano a cielo aperto. Le ottimistiche tesi “hegeliane” di Fukuyama sulla fine della storia, così come le ambiziose aspirazioni kantiane sulla pace perpetua celano la sospetta ingenuità che nutre le illusioni. Da qui, in effetti, il trauma che ne deriva, ma, in parallelo, il tentativo che la soggettività promuove per rispondervi, per non esserne schiacciato o ammutolito, in una parola per sopravvivere: la scrittura di Benslama è la prova di una soggettività ferita, forse sconcertata dall’impatto che il ricredersi ha scandito con l’immagine che coltivava della sua consapevolezza dell’immanenza del sociale8, ma, nel contempo, ostinata e resistente.
Se La psicoanalisi alla prova dell’Islam è un libro dal taglio decisamente ermeneutico, la Dichiarazione è uno scritto decisamente politico che porta a conseguente sviluppo l’incipit del testo precedente, fornendogli la sua articolazione fattuale, il supporto per un’azione, per l’appunto, nel sociale. Il tempo di smarrimento o di ritardo, tipico dell’umana soggettività nel far fronte agli accadimenti imprevisti, è così destinato a trapassare in quello di un’indispensabile rilettura o, freudianamente, di rielaborazione degli eventi, innestando quel tempo di comprensione che prelude al momento per concludere, per rifarsi alle classiche categorie lacaniane, di cui la Dichiarazione è, a suo modo, un esito. In questo preciso senso, la Dichiarazione è un atto, non un passaggio all’atto. [Dall’Introduzione].

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