La lingua che langue

Note a “Il presente non basta” di Ivano Dionigi

di Lucia Simona Bonifati


Note a margine de
Il presente non basta. La lezione del latino, di Ivano Dionigi (Mondadori 2016)

di Lucia Simona Bonifati

Il presente non basta. La lezione del latino. Ecco il titolo scelto da Ivano Dionigi per questo suo testo encomiabile la cui portata, per la ricchezza e varietà di suggestioni che propone, non ridurrei affatto ad un elogio del latino – per quanto di certo la lingua latina sia valorizzata, attraversata nella sua storia, nelle sue vicissitudini ed evoluzioni oltre che nella sua incidenza sulla nostra lingua italiana.
il-presente-non-bastaLa lettura di questo testo ha smosso in me, pur non essendo di certo una latinista, una varietà di corde. Queste “note a margine” non si pongono come una recensione nel senso stretto del termine, ma piuttosto come una riflessione su alcuni aspetti che mi paiono avere una risonanza straordinaria con quanto, da psicoanalisti, si può osservare sulla situazione del nostro contemporaneo rapporto con il linguaggio e con l’uso della lingua.
I termini in cui inquadrare le riflessioni di Dionigi, almeno pßer quello che ho colto o ho voluto io scorgere nel testo, non sono semplicemente quelli di un tentativo di riabilitazione della lingua latina come un bene prezioso da recuperare in nome della restaurazione di un passato, in un senso nostalgico se non conservatore o reazionario. Si tratta piuttosto a mio parere di un messaggio molto più fine ed al tempo stesso più ampio. Vale a dire che colgo in questo testo – a partire dalla constatazione della progressiva perdita nella nostra lingua italiana di un legame che ci dovrebbe far sentire in un rapporto di debito simbolico nei confronti dell’eredità avuta in dono – in senso lato una riflessione sulla nostra epoca e sull’incapacità, che traspare anche nell’uso attuale della nostra lingua, di rapportarsi con l’eredità linguistica.
Il latino si trova in uno stato di “rimozione” (p.11), ci viene detto in questo testo che tuttavia non vuole affatto essere un’apologia del latino in una direzione idolatrica o feticistica. La valenza del legame ereditario che viene valorizzata piuttosto si oppone alla deriva feticistica in cui la lingua, depurata dal legame con il latino, dalla sua eredità e dalla sua memoria, rischia di pietrificarsi e fissarsi.
Mi pare che a questo lavoro si possa dunque dare una lettura in una direzione più metaforica, che punta a farci riflettere sul nostro rapporto con il passato e sulla sua incidenza sia nel presente che nello sguardo verso il futuro, su come per noi oggi sia possibile ereditare e sapercene fare qualcosa dell’eredità, anche, ma non solo, linguistica.
Come pure mi pare che la questione sia quella del modo con cui attraverso l’eredità linguistica entri in gioco un patrimonio che travalica in senso stretto la lingua, laddove si tratta di una triplice eredità: “il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica” (p. 10).
Le considerazioni sullo stato attuale della nostra lingua evidenziano quella che potremmo definire una contraddizione epocale, ossia la difficoltà di comunicazione crescente in cui siamo calati in concomitanza con la proliferazione dei mezzi di comunicazione.
Nella disamina della modalità di funzionamento della società contemporanea, viene messa in rilievo la presenza di una “devianza culturale” che ci governa e che ci fa “credere che la novità sia la verità e che la verità sia sempre nuova” (p.47) di modo che il presente viene ridotto alla novità e la novità viene identificata con la verità.
Si assiste quindi a quella che in modo efficace Dionigi definisce un’“ubriacatura di nuovismo” (p.47) che sembra imperare – con un chiaro rimando non solo al godimento insito nel termine ubriacatura, ma anche allo svuotamento soggettivo ed all’obnubilamento che lo stato di ebrezza comporta.
A partire da questo inquadramento socio-culturale, il testo affronta le critiche conseguenze di un’epoca, in cui siamo immersi, in cui il rapporto con la lingua dei padri, o per altri versi con la lingua madre, sembra essere diventato un filo molto debole, un qualcosa di cui sembra che si creda di poter fare a meno senza conseguenze, indifferenti o inconsapevoli.
Ecco che questo taglio, questi spunti forniti da Dionigi, hanno subito sollecitato delle affinità, non di poco conto, tra le osservazioni da lui effettuate ed il discorso critico che la psicoanalisi può muovere nel momento in cui, calandosi nell’epoca contemporanea, analizza una serie di fenomeni sociali correnti, che vedono i soggetti sempre meno in presa diretta, se vogliamo, con la parola e con il linguaggio.
Come non essere sensibili, oltre che concordi, anche da psicoanalisti, con queste osservazioni?
Come essere noi, psicoanalisti, insensibili, non solo a come un soggetto desidera e gode, ma anche a come parla? Come non considerare l’uso che il soggetto fa del linguaggio, il modo in cui un soggetto è calato nel linguaggio e l’uso che fa della lingua a partire dalla sua immersione nel linguaggio?
La parola, che si dispieghi verso un polo o l’altro dei “due estremi” della “gamma di realizzazioni” in cui può presentarsi, piena o vuota che sia, tramite o limite per l’emergenza dell’inconscio – che per Lacan è strutturato come un linguaggio – come entra in gioco?
Come ignorare queste questioni, noi che impostiamo il nostro lavoro sulla parola e sul linguaggio e che su questi fondiamo il nostro ascolto dei pazienti, noi che lavoriamo avendo a mente che l’inconscio è strutturato come un linguaggio e che la partita della psicoanalisi si gioca sulla parola e sull’ascolto, sulla domanda che un soggetto rivolge all’Altro a partire dallo sviluppo di una domanda di sapere, di un volerne sapere del proprio inconscio?
Quale possibile domanda di sapere sull’inconscio si può creare se la verità coincide e si identifica con la novità?
Quale possibile formulazione di una domanda rivolta all’Altro se il nuovo è già immaginariamente a portata?
Quale possibile fertile apertura, capace di accogliere il nuovo che proviene dall’incontro rivelatore con il proprio inconscio, il nuovo che travalica la ripetizione, il nuovo che può dischiudersi all’interno di un percorso analitico per un soggetto che si raccorda in modo etico con il proprio inconscio – volendo non solo saperne qualcosa, ma volendosene fare qualcosa del nuovo che emerge – se l’Altro in cui siamo immersi è sempre più schiacciato, ridimensionato, debilitato direi quasi, dalla furia manipolatrice dell’ingranaggio semplificatorio prodottosi all’interno dell’impero del discorso capitalistico in cui siamo immersi, che arriva a togliere l’anima alle parole?
Come si può dischiudere lo spazio per l’emergenza del nuovo che solo l’inconscio ed un rapporto di presa in carico, responsabile, del proprio inconscio può apportare, se la novità è già immaginariamente offerta dalla novità propinata come verità?
Allora mi chiedo se la debolezza del simbolico, l’inconsistenza dell’Altro oltre che la sua inesistenza non abbiano una ricaduta non solo sull’inconscio, e sulla difficoltà per i soggetti della contemporaneità, di farlo esistere e non estinguere, ma anche una ricaduta, se vogliamo molto empirica, sull’uso della lingua, trattata a sua volta come un gadget, uno tra gli altri, in un usa e getta di chat e messaggi digitali, scritti e subito dopo cestinati, senza lasciare traccia, senza memoria, senza storia e senza futuro.
Quale nesso possiamo rinvenire tra la debolezza del Simbolico, del luogo dell’Altro, ossia del linguaggio, in cui siamo calati, e una ricaduta anche nei termini dell’uso della lingua?
Assistiamo a quello che definirei un diffuso depauperamento dell’uso della lingua, delle sue potenzialità comunicative ed anche evocative.
I messaggi digitali proliferano con un linguaggio a dir poco contratto –TVBTVTTBTATTVUMDB…
La consecutio temporum non esiste. È un piccolo grande dramma. Ed è un problema non solo trans-generazionale, che attraversa le generazioni sempre meno differenziate e sempre più accomunate dal tratto identificatorio della giovinezza da preservare ad ogni costo, ma che, fatte le debite distinzioni e senza voler assolutizzare, travalica lo status socio-culturale di appartenenza, pur presentandosi con accenti diversi.
Ma la consecutio temporum non ci dice forse qualcosa di come il soggetto si pone nell’Altro, con l’Altro e con l’altro? Tutto è forse solo presente? E il passato? Ed il domani, l’avvenire, il futuro? No. La lingua si schiaccia su un presente che non differenzia. La consecutio temporum sembra un dettaglio, una palla al piede, una complicazione, non foss’altro perché richiede che si sappiano declinare i verbi, e il congiuntivo ed il condizionale non saranno duri da apprendere come il latino, ma si possono dimenticare amabilmente. Se ne può fare a meno….Ce ne si può “non servire”.
La punteggiatura salta. È scabroso. Ma la punteggiatura – insieme di segni che dovrebbero essere usati per separare, scandire, indicare un inizio o un termine – è diventata altro. Non è sparita, nel senso che ancora materialmente compare – virgole, punti e punti e virgola, i tanto per fare un esempio, infarciscono tutt’oggi i testi – ma senza più svolgere la sua funzione. Dunque la punteggiatura aleggia in molti scritti, come un fantasma, come un’ombra, come un segno di una vaga competenza un tempo forse acquisita, ma è presente come un decoro o come vaga aggiunta narcisistica, utilizzata come flebile impronta di una presunta competenza linguista, ma non è più funzionale all’andamento del testo ed alla sua scansione, appare sganciata dal suo scopo originario.
Cos’è la punteggiatura, se non uno strumento di cui la lingua dispone per inserire un prima e un dopo, un respiro, una pausa che scandisce un tempo e umanizza la parola nel mentre la si legge, le dà una cadenza, un andamento, un ritmo che le conferisce una valenza espressiva, senza ridurla alla sua fruizione immediata, al suo scorrere senza fiato, fino alla fagocitazione della parola stessa, che rende la parola lettera morta ancor prima di essere nata?
La punteggiatura pare ormai ridondante, è considerata un ingombro inutile, evitabile, o un orpello da inserire in modo del tutto acefalo, in nome di uno sfoggio narcisistico, non più appagabile attraverso il vetusto latino. Di modo che, così usata, viene a spezzare il senso della frase, quando non lo recide completamente, e per lo più all’insaputa degli scriventi.
Oltre a ciò che accade alla punteggiatura, regna un’“incuria delle parole” (p.39). Le parole sono contratte, standardizzate, globalizzate, inflazionate…. Inglesismi, francesismi – tra qualche tempo di certo cinesismi e arabismi se non quant’altro – infarciscono e riempiono le nostre “chiacchiere” senza il più delle volte nulla aggiungere.
Termini tecnici vengono usati come slang, utilizzati in modo stereotipato, anonimo, desoggettivato, solo per situare immaginariamente l’io che si soddisfa narcisisticamente. Ma nel vuoto, nel vuoto di senso, nella perdita del senso originario per cui certe parole sono state inserite e senza darci un senso in più, che la nostra lingua non avrebbe potuto già fornirci.
La lingua si svuota di un valore metaforico, di un valore metamorfico, di una valenza evocativa. Regna l’autoreferenzialità. Autorappresentazioni. O tentativi di autorappresentazioni.
Non impariamo la lingua dell’altro con cui ci interfacciamo ormai quotidianamente – lo straniero, l’estraneo, quando non l’intruso, ancora “non alfabetizzato” lo vogliamo semmai “alfabetizzare” – ma usiamo la lingua dell’altro, all’occorrenza, per colmare il vuoto della nostra lingua, che stiamo calpestando senza accorgercene, riducendola progressivamente ad un minimum che ci rende “non alfabetizzati” più dei presunti stranieri-intrusi, ma supponenti e tronfi perché dotati di mezzi di comunicazione che superano le barriere geografiche e che consentono pseudo-dialoghi, approcci, contatti, incontri, che valicano la cortina dell’ostacolo della lontananza geo-fisica, foss’anche attraverso un TVBTVTTBTATTVUMDB.
Ma, anche senza pensare alle infarciture della lingua italiana con termini prelevati da lingue straniere, in modo molte volte del tutto inconsistente e ridondante, in nome di un nuovismo che fa da padrone, siamo nell’epoca della lingua compressa, deformata, che nella sua contrazione stilistica riduce i tempi dello scambio di informazioni, ma contrae al tempo stesso lo spazio emotivo correlato alla parola ed alla sua valenza comunicativo-espressiva. Il godimento si espande, l’eros si contrae, il desiderio svanisce.
Quale messaggio d’amore può essere contenuto in un TVBTVTTBTATTVUMDB? Quale espansione emozionale, quale intelaiatura affettiva si può liberare in questo sciorinare di messaggi criptati se non criptici, omologati e omologanti, in cui tutti utilizzano lo stesso gergalismo senza iniettare qualcosa di sé nell’usare il linguaggio?
Anche nel latino si usava la cosiddetta brevitas… Ma la brevitas latina, si inscriveva in una necessità di fare i conti con “i limiti imposti dal supporto scrittorio, quali un manifesto, una lapide, una medaglia” (p.94). Qui siamo invece in una situazione in cui gli spazi sono annullati, oltrepassati immaginariamente dai mezzi di comunicazione, ed il tempo viene contratto in una direzione che, nel passaggio dall’elettronica al digitale, “ha segnato un salto dalla socialità del noi alla solitudine dell’io” (p.103). Se cioè è vero che la riflessione “tremenda, insoluta e insolubile della parola accompagna tutto l’arco dell’antichità, in alcuni momenti essa s’intensifica, assumendo i caratteri di un autentico dramma […] Quando l’uso della parola […] si piega a gli usi e abusi del potere, quando una civiltà che del linguaggio ha fatto il proprio fondamento prende a dubitar del linguaggio stesso, e perciò, implicitamente di se stessa” (pp. 37-38).
Potremmo dire che, nella nostra epoca capitalistica, l’io, tutto solo, gode e si parla.
Così siamo immersi in monologhi. Non dialoghi. Parole vuote, non piene. Frasi senza senso. Comunicazione interrotta. E non stiamo descrivendo un quadro di struttura soggettiva psicotica – in cui la parola, sradicandosi dal rapporto simbolico e di riconoscimento con l’Altro, si cristallizza a livello immaginario e si assiste all’indebolimento se non all’annientamento della fertile ed umanizzante distinzione tra l’Altro simbolico e l’altro immaginario – ma la forma che la lingua che utilizziamo spesso prende.
La lingua necessita di quella che definirei una rierotizzazione, la nostra lingua andrebbe ridotata di uno slancio che può esservi solo laddove il godimento, dell’idiota, come ci ricorda Lacan, che sembra dominare la spinta all’istante dell’hic et nunc del godimento nella sua svilente declinazione contemporanea, venga sedato e dotato di un limite.
Il presente, ridotto alla novità che facciamo coincidere con la verità, obnubila il valore dell’hic et nunc che ha dominato la temporalità latina cadenzandone la civiltà sotto l’insegna della temporalità…. Il nostro hic et nunc si pone come tempo dell’istante – come hic et nunc godo – in cui prendere-godere e vivere, o lasciare-non godere e morire sembrano l’unico polo a-dialettico che immaginariamente ci governa.
Se non si inietta un po’ di Eros, come forza che unisce, che crea legame, che non distrugge, anche nella lingua il rischio sarà quello di una deriva che non solo porterà verso un progressivo ed ulteriore depauperamento della lingua stessa, ma verso una vera e propria “anoressia del pensiero” (p.10) che nulla e nessuno potrà risparmiare.
E perché questo possa avvenire spazio e tempo vanno tenuti insieme, non slegati, non come due poli alternativi. Ridare voce all’hic et nunc, nella valenza non deturpata dall’utilizzo corrente, non senza l’ubique et semper.
Ecco quindi che riemerge la questione temporale, nella sua congiunzione indistricabile con la memoria. “Senza il paradigma della memoria non si dà alcuna ri-nascita, ma solamente feticcio o utopia” (p.30).
Se il presente non basta è perché il presente, senza un passato, non ha nemmeno un futuro: “senza il paradigma della memoria non si dà alcuna ri-nascita, ma solamente feticcio o utopia” (p.10).
Nuovamente scorgo in questo delle grandi affinità con quanto, da psicoanalisti, ci riguarda. Che cosa delinea un percorso analitico se pensiamo a quanto Lacan ci trasmette?
La psicoanalisi, afferma Lacan negli anni Cinquanta, non punta a restituire o recuperare il passato, ma ad un’“assunzione da parte del soggetto della sua storia”, laddove la storia “non è il passato”, ma “la storia è il passato nella misura in cui questo è storicizzato nel presente – storicizzato nel presente perché è stato vissuto nel passato”.
Se dunque l’analisi non mira a riabilitare il passato in quanto già foriero di una spinta trasformativa, ma a far sì che un soggetto possa scrivere del nuovo nella propria vita, potremmo dire che nessuna pratica di risoggettivazione della propria storia può darsi se la storia, il passato, la memoria, restano rimossi. In questo caso non solo non c’è memoria, ma non c’è nemmeno possibilità di assumere alcunché del proprio desiderio né tantomeno, quindi, di ereditare, potremmo dire.
E la verità, Lacan ci insegna, non risiede nella realtà: “nell’anamnesi psicoanalitica non si tratta di realtà, ma di verità, giacché è effetto di una parola piena il riordinare le contingenze passate dando loro il senso delle necessità future”. E l’analisi “non può avere come scopo che l’avvenimento di una parola vera, e la realizzazione da parte del soggetto della sua storia nel suo rapporto con il futuro”.
Il nuovo, in questo quadro, non è la novità che viene fatta coincidere con la verità, bensì ciò che si può sprigionare nell’istante in cui la verità dell’inconscio si rivela e viene soggettivata.
La parola piena dunque, nella sua differenza dalla parola vuota, “realizza la verità del soggetto” ed è ciò che nella sua evenienza consente di “attribuire esistenza al passato, riordinandone le contingenze in rapporto alle necessità future”.
Diversamente, attraverso la parola vuota il soggetto, che “si perde nelle macchinazioni sistema del linguaggio, nel labirinto dei sistemi di riferimento datigli dallo stato culturale di cui è più o meno beneficiario”, “sembra parlare invano”, “mai si unirà all’assunzione del suo desiderio”.
Non si tratta affatto dunque di un elogio della memoria come depositaria di una possibile presunta integrità soggettiva, né tantomeno di un inno alla memoria in quanto punto di garanzia per l’accesso alla verità che l’esperienza analitica può fare incontrare – Freud stesso del resto, come Lacan sottolinea, ci rammentava “che non potremo mai fare integralmente affidamento sulla memoria” – mentre si tratta piuttosto di far sì che “la ricostruzione analitica” possa essere “autentificata dal soggetto”.
Ma ciò che mi preme sottolineare è il fatto che nella dialettica tra parola vuota e parola piena, come Recalcati precisa in modo molto chiaro, “Lacan legge simbolicamente la dialettica freudiana tra rimosso e ritorno del rimosso”, ossia che l’Io rimuove, proprio “attraverso la parola vuota il carattere scabroso del desiderio inconscio”, laddove invece all’interno della parola piena “la scabrosità di questo desiderio si riaffaccia al discorso”.
Se teniamo a mente questa preziosa distinzione e ripensiamo alla condizione di rimozione in cui si trova nell’attualità, se cioè la lingua latina è ciò che è rimosso, la nostra lingua italiana, che langue e soffre, così piena di “parole vuote”, può essere considerata nella versione attuale il ritorno, sintomatico, del rimosso o si tratta dell’impero dell’io e dell’immaginario ipertrofico che invade anche l’uso della lingua, ma senza fare sintomo?

N O T E

1. Dionigi, Il presente non basta. La lezione del latino, Mondadori, Milano 2016.
2. J. Lacan, Il Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud (1953-54), p. 61.
3. In merito al “rischio di estinzione dell’inconscio” ed all’“evaporazione del padre” rinvio alla lettura di M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, Raffaello Cortina, Milano 2010.
4. J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora (1972-73), Einaudi, Torino 1983, p. 80.
5. J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, in Scritti, Einaudi, Torino, 1974, p. 250.
6. J. Lacan, Il Seminario. Libro I…, cit., p.16.
7. In modo molto efficace, a questo proposito Massimo Recalcati ci dice che “il passato è destinato ad essere costantemente risoggettivato”, Desiderio, godimento…, cit., p. 96.
8. J. Lacan, Funzione e campo…., cit., p. 249.
9. Ibidem, p. 295
10. J. Lacan, Il Seminario. Libro I…, cit., p. 61.
11. M. Recalcati, Desiderio, godimento…, cit., p. 94.
12. J. Lacan, Il Seminario. Libro I…, cit., p. 61.
13. J. Lacan, Funzione e campo.., cit., p. 247.
14. J. Lacan, Il Seminario. Libro I…, cit., pp. 81-82.
15. Ibidem, p. 81.
16. M. Recalcati, Desiderio, godimento…, cit., p. 88.
17. E nel mentre terminavo di approntare queste note, mi sono imbattuta in una pubblicità: in edicola, ecco tra le mille proposte editoriali, un titolo mi colpisce. Un testo di una collana de La Repubblica capace di “fare innamorare della lingua italiana” e così presentata: “L’italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile. Dalle basi della grammatica all’italiano nell’era digitale, con tanti consigli utili per scrivere e parlare correttamente. E, in ogni volume, una serie di giochi per metterti alla prova. Riscopri la ricchezza e la bellezza della nostra lingua”.
Certo, con l’esca del giochino annesso e con tanto di sfida di messa alla prova… Come non essere tentati dall’acquisto…? Difficile provare ad imparare la nostra lingua. Mi chiedo se siamo solo semi-analfabetizzati o davvero anche troppo idiotizzati.