La radice fantasmatica del capitalismo contemporaneo

di Federico Chicchi

Vorrei provare a declinare (sotto forma di alcune schematiche note) alcune questioni che riguardano il rapporto tra il concetto psicoanalitico di fantasma e la qualità dei processi di soggettivazione nel capitalismo contemporaneo.

La prima questione concerne l’opportunità di assumere il concetto di fantasma come chiave interpretativa privilegiata per comprendere la cifra soggettiva del capitalismo biopolitico e governamentale – per dirlo alla Foucault. La governamentalità – diversamente dal paradigma sovranitario e disciplinare – si definisce biopolitica perché produce soggettivazioni, mette in opera processi di soggettivazione, iscrivendo (e per certi versi diluendo) la padronanza direttamente, senza mediazioni, all’interno delle singole vite e dei loro tessuti relazionali. Detto altrimenti il mio tentativo sarà quello di mostrare la funzione dispositiva che il fantasma – messo al servizio del discorso del capitalista – svolge nella messa in forma della soggettività contemporanea. La seconda questione deriva immediatamente dalla precedente. Il fantasma – anche in virtù del suo stretto rapporto con il registro dell’immaginario – è lo spazio privilegiato per la scrittura fenomenologica del biopotere nel capitalismo contemporaneo. L’azione di presa e cattura del soggetto (da parte del potere sulla vita che lo costituisce) avviene a mio avviso a questo livello, al livello dell’en-je, ed è per questo motivo che il discorso capitalista si fa così astuto (per citare Lacan) e quindi difficile da contrastare: perché, inscritto nel luogo più intimo e sacro del soggetto, produce un discorso (e una pratica) rarefatto, acefalo e atonale. Ma su quest’aspetto specifico tornerò con maggiore dettaglio successivamente.

Mi limito però subito qui a precisare, anche per evitare fraintendimenti, che a mio avviso è proprio questa configurazione dispositiva del fantasma che produce il rischio sociale del prodursi del soggetto senza inconscio. In altre parole la colonizzazione fantasmatica del capitalismo ha come rischio proprio quello di portare a consunzione il fantasma stesso. È la tesi che sostiene Massimo Recalcati ne L’uomo senza inconscio quando descrive l’affermarsi del godimento monadico della soggettività ipermoderna: “il godere monadico appare invece tendenzialmente sconnesso dal fantasma inconscio e dalla castrazione… si tratta di un godimento che non esige la scenografia del fantasma, di un godimento meccanico, evacuativo appunto, legato all’esigenza indifferibile della scarica motoria, sganciato dall’inconscio, puro strapotere dell’Es. (p. 202).

Se quello che cerco di sostenere è per lo meno plausibile (molta ricerca supplementare servirebbe perlomeno a rendere sistematica l’analisi) è possibile allora affermare che il capitalismo agisce da un lato consumando progressivamente i codici di organizzazione sociale dell’ordine simbolico (premoderno prima, e moderno poi) e dall’altro coniugando il rapporto individuo/società fantasmaticamente, riducendo tendenzialmente il fantasma all’osso degli oggetti di godimento. Occorre, evidentemente, spiegarsi meglio.

Il primo processo di consumazione cui ci siamo riferiti è quello che Deleuze e Guattari hanno definito, riferendosi al capitalismo, come processo schizo di de-territorializzazione e ri-territorializzazione. Scrivono: “Il capitalismo è certo il limite di ogni società, in quanto opera la decodificazione dei flussi che le altre formazioni sociali codificavano o surcodificavano. Tuttavia ne è il limite o il taglio relativi, perché sostituisce ai codici un’assiomatica estremamente rigorosa che mantiene l’energia dei flussi vincolata sul corpo del capitale come socius deterritorializzato, ma anche più spietato di ogni altro socius. Si può dire che la schizofrenia è il limite esterno del capitalismo o il termine della sua tendenza più profonda, ma che il capitalismo stesso non funziona se non a condizione di inibire questa tendenza, o di respingere e di spostare questo limite” (L’Antiedipo, p. 279).

Il secondo processo è quello che cerco di approfondire in questo passaggio. Sul piano sociale e fenomenico esso ha a che fare con la diffusione capillare della materialità mediale nella società attuale, con l’avvenire della società dello spettacolo di cui profetizzava Guy Debord, con l’egemonia della fiction economy di cui ci ha brillantemente parlato Fulvio Carmagnola nei suoi lavori sull’economia dell’immaginario. Questi processi ci dicono a mio avviso della messa in forma del soggetto postmoderno in seno al fantasma (della merce). La dilatazione ipertrofica e pervasiva dell’immaginario mediale e consumistico trova infatti terreno fertile nelle soggettività senza più identità di classe, senza gravità, senza orientamento all’ideale e privata dell’appoggio normativo delle istituzioni terze del moderno (in primis la politica).

Il fantasma in questo senso mette allora in forma quello che con il Lacan del Seminario VI (Le désir et son interprétation) – come ha recentemente indicato J.-A. Miller – possiamo definire come una linea di soggettivazione al di là dell’Edipo.

J.-A. Miller in “Une réflexion sur l’Edipe et son au-delà” indica in tal senso la via del fantasma; cito: “Il fantasma, nella sua articolazione al desiderio, si situa al di là dell’Edipo, è già emancipato dall’Edipo e ha valore come elemento di struttura”. Si tratta a mio avviso di una modalità attraverso cui il discorso del capitalista produce soggettività a lui adeguata. Una soggettività che incorpora il “peso” dell’inesistenza dell’Altro dell’Altro, dell’assenza di garanzie e della liquificazione dei legami, ricorrendo ad un maniacale pieno di oggetti-gadget. Il risultato come sappiamo è quello del formarsi del soggetto tossicomane dell’antiamore (quindi caratterizzato da tratti perversi) come figura paradigmatica della psicopatologia contemporanea.

Il fantasma, ricordo qui, è un modo attraverso cui il soggetto fa i conti con il suo desiderio, è un’impalcatura costruita attorno al suo plus-godere. Il processo di produzione spettrale del soggetto nel capitalismo contemporaneo si costituisce attraverso due movimenti principali. Il primo è quello che iscrive la costruzione delle scenografie fantasmatiche di ciascun soggetto in seno ai significanti che organizzano l’episteme della merce (o del mercato, se preferite). In un certo senso il soggetto si produce attraverso la mediazione dell’Altro, nell’universo mediatico, mediascape che mette a disposizione un certo numero di significanti (indeboliti sul piano simbolico ma pregni d’immaginario) per organizzare il fantasma. In altre parole il soggetto orienta fin da subito (fin dall’infanzia) l’apertura della sua propria finestra libidica verso un orizzonte mercificato, assumendo inconsciamente una visione estetica, da un lato rivolta a percepire immediatamente il mercato come seconda natura, dall’altro a fissare l’illusione della sua libertà di azione. Come potrebbe d’altronde fare altrimenti?

Il secondo movimento è quello che organizza, una volta prodotto e fissato il fantasma fondamentale, l’oggetto a che lo costituisce dentro l’offerta di oggetti-gadget. Questo secondo movimento è possibile a causa di alcune caratteristiche strutturali del fantasma. La prima è quella che vede l’oggetto a (uno degli elementi fondamentali della formula del fantasma) non appartenere né al soggetto né all’Altro. In questo senso il fantasma è anfibio. È contemporaneamente il risultato dell’azione dell’Altro e del soggetto e potrei dire, anzi, forzando un poco l’interpretazione, che è proprio in virtù di tale caratteristica dell’oggetto a, e cioè che quest’ultimo cade come perdita (ma contemporaneamente come surplus, come eccedenza alla presa) nel mezzo tra il soggetto e l’Altro, che il fantasma oggi assume un ruolo fondamentale nel gestire i rapporti tra individuo e società senza padre. La seconda è che Il fantasma si produce attraverso il farsi oggetto del soggetto, in altre parole attraverso l’identificazione allucinatoria del soggetto con l’oggetto perduto, o meglio con un pezzo di questo. Questa direi è la sua definizione “tecnica” per eccellenza che segnala anche la tonalità perversa intrinseca al fantasma. In altre parole, l’oggetto a prima cade e si stacca dal soggetto (questo accade quando l’intervento del significante – il discorso- lo separa dal godimento assoluto della Cosa), divenendo un oggetto cerniera tra soggetto e Altro materno (secondo la condizione della doppia domanda del bambino e della madre, del soggetto e dell’Altro, che s’incontrano producendo un taglio) e poi il soggetto lo assume in modo allucinatorio identificandosi con esso.

Non è in fondo questo il meccanismo dispositivo che il capitalismo mette in atto nell’azione di governo delle soggettività sociali contemporanee? Non è spingendo il soggetto (forcluso dalle identità verticali del moderno) all’identificazione con l’oggetto-gadget che si produce l’effetto allucinatorio della perversa alienazione della soggettività nella merce? Non è l’urlo soffocato del soggetto consumatore simile a quello del bambino fattosi seno che domanda “divorami mamma!”? Non è impedendo che si compia fino in fondo il quarto momento di cui parla Freud quando descrive la dinamica del rapporto del bambino con il seno materno per la corretta produzione della sua autonomia e cioè: ho il seno e quindi non lo sono più?

In fondo, mi pare, l’inversione soggetto-oggetto del marxiano feticismo delle merci corrisponde per certi versi al processo di produzione del soggetto fantasmatico nel discorso capitalista. E la posta in gioco è esattamente la stessa che indicava Marx mentre analizzava il rapporto di sfruttamento tra Capitale e Lavoro: l’organizzazione/appropriazione sociale del plusvalore. Plus-godere che appare in tutta la sua ambivalenza: e cioè al contempo come limite strutturale del discorso e come elemento imprescindibile per il funzionamento del discorso stesso. Ancora nella metafora marxiana come effetto di resistenza insorgente e generativa di soggettività (lavoro vivo) e contemporaneamente come profitto (plus-valore) per il regime di accumulazione.

Il discorso del capitalista assume allora la castrazione come suo punto limite e fluidificando l’elemento disciplinare e costrittivo produce un soggetto fantasmatico che si rivolge alla merce per compensare lo smarrimento del suo godimento. Come dice Lacan la merce è una cattiva imitazione del plusgodere. Cioè di quel godimento generativo di desiderio che è il risultato dell’alienazione significante del discorso sociale sul soggetto.

Il risultato che produce il discorso capitalista è dunque un soggetto che si crede (perso nella sua libertà immaginaria) indiviso e libero di agire (è quello che il sociologo Ehrenberg chiama un nuovo stile di passione intrecciato all’emergenza dell’autonomia come imperativo sociale di soggettivazione) mentre invece il suo campo libidico è già fin da subito confinato nell’orizzonte della fantasmagoria della merce divenuta seconda natura. Nel matema del discorso capitalista questo è evidenziato dall’inversione dell’apparecchio di sinistra, dove i termini divisi dalla barra della rimozione S1 e $ si invertono e al contempo il vettore che ne descrive i movimenti e limiti di possibilità cambia di direzione producendo quello che Aleman chiama il farsi parvenza della verità.

Zizek chiama questa caratteristica anfibologica del fantasma il suo “scandalo ontologico”. Secondo l’intellettuale sloveno il fantasma appartiene infatti a ciò che si può definire attraverso la categoria dell’oggettivamente soggettivo. E questo è fondamentale perché spiega le ragioni profonde della necessità sia economica che ideologica della produzione di libertà nel modello di potere neoliberale capitalistico e al contempo svela il meccanismo osceno di formazione della monade iper-egoica del contemporaneo.