Re Mida a Wall Street

Da LETTERA n. 5, Fachinelli su “La ricerca dell’oro”.

di Elvio Fachinelli

Pubblichiamo questa pagina di Elvio Fachinelli tratta dal suo articolo “La ricerca dell’oro” che viene riproposto nel numero dei Quaderni Lettera, dal titolo: “Re Mida a Wall Street. Debito, desiderio, distruzione tra psicoanalisi, economia, filosofia” (n. 5, Mimesis)).
“La psicoamalisi parla di economa psichica e l’economia è in fondo una branca della psicoanalisi […]. E questo – afferma Federico Leoni, curatore del volume – perché entrambe frequentano l’enigma del segno e del tempo che esso dischiude”.

Il denaro, nella sua sgargiante veste aurea, è il primo, cocente amore del giovane capitalismo. La teoria mercantilistica ne è il codice cortese. È una forte, grande passione illuminata da tutto uno scintillio romantico. Per guadagnarsi il sospirato possesso della bella, l’innamorato compie ogni prodezza; discopre ignote plaghe, guerreggia guerre sempre nuove, costruisce lo stato moderno e distrugge, così, per fanatismo romantico, il fondamento di ogni romanticismo, il Medioevo. Col passar degli anni, peraltro, egli si fa ragionevole. La teoria classica gli insegna a non lasciarsi abbagliare da romantiche apparenze, e a creare in casa propria una solida economia domestica, la fabbrica capitalistica. Egli ricorda adesso con orrore le magnanime follie della giovinezza, che gli facevano disprezzare la felicità domestica. Ricardo lo fa riflettere sui danni che derivano da una costosa liaison con l’oro. Con lui, il capitalismo deplora adesso l’improduttività dello “high price of bullion” (è il titolo di un celebre libello di Ricardo del 1810, in cui l’economista, esponente di punta della Scuola bullionista, voleva limitare l’emissione di carta moneta, in uno stretto rapporto con le riserve di oro). Onde su titoli, banconote e cambiali scrive la lettera di addio all’amata. Ciò nondimeno egli cerca di conservarsi certi atout, talché la Scuola metallica deve metter l’accento sulla maggiore modestia della carta, per trattenerlo da eventuali ritorni alle troppo lussuose abitudini dell’amica d’un tempo. Sempre più raffinate divengono le esigenze del capitalismo ormai maturo. Egli ha goduto in gioventù: ora la passione costosa e spossante non gli piace più. Il suo corpo è percorso dai primi brividi mistici: solo la fede può dare la felicità. John Law annuncia il nuovo vangelo: il vecchio gaudente disgustato disprezza la carne e si rifugia nello spirito; ancora una volta, prova le gioie più intense. A questo punto, però, dopo tanta astinenza, l’antico desiderio repentinamente lo scuote. La speranza di trovare la felicità nella fede pura dilegua d’un tratto: egli cerca affannosamente di dimostrare a se stesso che ha conservata intatta la propria potenza. Ma il credito si spezza, ed egli, piantato in asso, ritorna disperatamente al primo amore: l’oro. È scosso dalla febbre della crisi; per lui ormai nessun sacrificio è troppo grande per riguadagnare l’antico amore. Così, quando si credeva affrancato dalla tirannide di quella passione, egli va incontro al più terribile dei disinganni e, disfatto dal panico, è costretto a riconoscere, non senza rabbrividire, d’esserne schiavo ancora.

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