La trincea della Guerra Matta

L’uso della psichiatria in guerra

di Francesco Migliorino

Trascorso un secolo dalla prima guerra mondiale, con questo intervento, uno storico del diritto si inoltra in una lettura storica relativa all’uso massiccio della psichiatria come dispositivo terapeutico e punitivo. Circa quattro decenni dopo uscirà negli USA la prima edizione del DSM.

Pubblichiamo la prima parte del testo di Francesco Migliorino (Professore Ordinario di Storia del diritto medioevale e modermo a Catania) tratto da:“Io sento che la terra mi passa sotto i piedi ed è pesantissima”. La trincea della Guerra Matta, in Potere e violenza. Concezioni e pratiche dall’antichità all’età contemporanea, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2012, pp. 149-166.

Noi storici non facciamo un lavoro rischioso. Non ci accade di restare tramortiti sul selciato, precipitando dalle impalcature con cui costruiamo le nostre belle visioni d’insieme. Il peggio che ci può capitare è di non smascherare ‘il colpevole’ dinanzi alla forza distruttiva della Grande Guerra e delle ingiurie inferte alla mente di migliaia di fanti contadini. Siamo troppo abbagliati dalla magniloquenza della Storia per ammettere che, nel nostro lavoro, traversiamo di continuo un intricato campo di battaglia, in cui ogni piccola insignificante storia “col suo pesante fardello di concretezza corporea” fa volentieri a meno dell’interminabile prosa di discorsi in cui è venuta alla vita. Torna a vivere solo quando viene raccontata. Per come essa è, senza dare spiegazioni.

Eppure, nonostante la nostra tranquilla routine, rischiamo ad ogni passo di inciampare sulle pretenziose (ed empie) mappe dei cartografi di Borges, i quali s’industriarono ad assecondare le lusinghedell’imperatore, spingendosi al punto da disegnare una carta geografica che aveva la grandezza stessa dell’Impero e con esso coincideva esattamente[1]. Se ho evocato le «Rovine della Mappa», è per dire che, per un argomento come il nostro, la realtà eccede di molto la sua rappresentazione. Tanto più quando pretendiamo di raccogliere sotto il titolo «nevrosi di guerra» vicende singolari che reclamano il loro tragico destino personale. Nel fantasmatico teatro della guerra, ognuno “nel suo piccolo” faceva la sua misera parte: smemorati, depressi, mutacisti, alienisti, eroi, codardi, simulatori, comandanti. Alla fine, tutti insieme erano solo minuscole rotelle di un grande portentoso dispositivo.

La logica dell’astratto annichiliva le ragioni del concreto. Le velava sotto una muta e nuda superficie. Nel frattempo, la macchina della guerra faceva valere le sue ragioni e collaudava le prodigiose modalità del suo funzionamento. Benevola “come sapevano essere le Benevole” essa elargiva a ciascuno un’identità, faceva diventare necessari gli uni agli altri. L’importante era che ciascuno facesse la sua parte: chi col suo amor di patria, chi col suo sfrenato eroismo, chi con le sue mille paure, chi con la sua mente in frantumi.

E la psichiatria? Marciava come un dispositivo terapeutico e punitivo[2]. Come in tempo di pace, attribuiva la variegata congerie di sintomi e affezioni morbose dei soldati alla cattiva costituzione, alle tare ereditarie, alla scarsa forza di volontà che “negli epilettoidi e negli isterici” si accompagnava alla «suggestione emotiva» e al collasso del giudizio morale[3]. L’«ambiguità morale» dello shell shock «che potenzialmente comprendeva indisciplina e ribellione» serviva anche a frantumare un fenomeno che, preso nel suo insieme, rischiava di far propagare l’idea della follia come rifiuto generalizzato alle ragioni della guerra patriottica. Gli ufficiali medici «non erano semplicemente dottori che curavano malattie», ma parti di un dispositivo disciplinare che era al lavoro «per l’solamento del deviante, e per il suo trattamento su base individuale in un contesto medico anziché giudiziario»[4]. Insomma, un vero capolavoro della Guerra industriale: da una parte essa favoriva l’avvento della ‘massa’ nella scena della storia, dall’altra piegava una tragica esperienza collettiva in decine di migliaia di singolari storie cliniche.

Grazie ai nevrotici e ai simulatori, la psichiatria meritava anno dopo anno nuove benemerenze. Si accingeva a diventare la Scienza (con la maiuscola) che aveva il potere di dire la verità sulla follia di guerra. Avanzava nuove pretese e fondava nuove riviste. Nei recinti asilari e negli ospedali da campo. Curava gli incurabili, smascherava i codardi, rimandava in prima linea i frenastenici. Eppure, al suo interno, le sue voci erano più variegate di quanto ci si possa aspettare. Diamo solo qualche cenno. Sante De Sanctis individuava nelle forme isteriche il segno degli «strapazzi fisici», della «prolungata tensione emotiva», dello «shock emozionale (per scoppio di granata a distanza, per bombardamento improvviso o prolungato)»[5]. Per Vincenzo Bianchi, la nevrosi spesso «apparisce cagionata dai molteplici ed esaurienti fattori della guerra», e non sempre è frutto di una predisposizione ereditaria, «ma sembra che basti una semplice debole resistenza»[6]. Con una stupefacente sensibilità per il ‘dinamismo psichico’, Giuseppe Pellacani (Professore a Bologna) descrive i malati da trauma emotivo come «confusi, inaccessibili, inconsapevoli»: essi «hanno vivaci estese reazioni di difesa per stimoli di nessuna entità, trasaliscono, sbarrano gli occhi, tremano, impallidiscono, assumono atteggiamenti di difesa, fuggono, si nascondono sotto le lenzuola». Fa il caso di «uno cui scoppiò il fucile mentre sparava» e della «confusione terrifica di un soldato che aveva fatto parte di un plotone di esecuzione»[7].

Di sicuro sarebbe una semplificazione additare gli ‘alienisti in divisa’ come i colpevoli o, peggio, i carnefici delle sofferenze psichiche dei soldati. Nella maggior parte dei casi, essi erano mossi da passioni autentiche: se non curare, e se non capire, almeno esercitare la professione con dignità e decoro. Non è questo il punto. In proposito, viene da pensare all’insegnamento di Foucault: nelle relazioni di potere, l’affrontamento è interminabile, lo scontro è indecidibile, l’ambiguità è ineliminabile. Ciò vale per ogni singolo attore, qualunque sia stata la sua posizione nelle procedure di partage. Era la guerra a maciullare, incorporare, divorare, annullare anche le migliori intenzioni di diagnosi e di cura. La maschera antica della follia si insediava nei campi e nelle trincee battute dal fuoco tagliente, vestiva gli sguardi assenti e i deliri di uomini lasciati senza via di fuga. Una «terra di nessuno» in cui le trasformazioni del mondo mentale si mostravano come uno dei prodotti più autentici della modernità, con tutto il suo aurorale corredo di artifici meccanici[8].

[1] J.L. Borges, L’artefice, a cura di T. Scarano, Adelphi, Milano, 1999, p. 181.

[2] Le nevrosi di guerra costituirono anche per la psicoanalisi un campo di sperimentazione clinica e di elaborazione teorica. Si pensi solo all’impiego della tecnica catartica impiegata da Ernst Simmel nell’ospedale da campo di Posen; alla discussione nel V Congresso internazionale di piscoanalisti (Budapest, settembre 1918) convocato appositamente sul tema; alla relazione stesa da Freud nel 1920 per la commissione d’inchiesta nominata dal parlamento austriaco sulla terapia elettrica inflitta ai soldati internati. Pur con diversi accenti, l’interpretazione analitica vedeva la nevrosi come l’esito di un conflitto inconscio «tra il vecchio io pacifico e il nuovo io bellico del soldato», tra il senso del dovere e l’istinto di conservazione.

[3] S. De Sanctis, L’isterismo di guerra, «Rivista Sperimentale di Freniatria», XLII (1916), pp. 463-504.

[4] Cfr. Leed, Terra di nessuno, pp. 220 sgg.; su cui anche Gibelli, L’officina della guerra, p. 125.

[5] De Sanctis, L’isterismo di guerra, p. 474.

[6] Citato da De Sanctis, L’isterismo di guerra, p. 475.

[7] G. Pellacani, Le neuropatie emotive e le psiconevrosi dei combattenti, «Rivista Sperimentale di Freniatria», XLIII (1919), pp. 409 sgg. Cfr. Gibelli, L’officina della guerra, p. 127.

[8] Per Gibelli, L’officina della guerra, pp. 122 sgg., nel «campo oscuro della follia» si colloca «la ricerca spasmodica di una via di fuga, e insieme l’impossibilità di trovarla».