Jacques Lacan

La clinica psicoanalitica. Struttura e soggetto.
Note sul volume di Recalcati

di Giancarlo Ricci

“Della psicoanalisi si può dire tutto quello che si vuole, ma non fare tutto quello che si vuole, ha dichiarato un volta Lacan”. Potrebbe essere questo, fra i tanti, un esergo forte e chiaro a questo secondo volume di Massimo Recalcati dedicato a Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica. Dopo quattro anni dal primo volume (Desiderio, godimento e soggettivazione) che esponeva il pensiero teorico del grande maestro, quest’ultimo volume porta un sottotitolo efficace: struttura e soggetto. In altri termini non si tratta più di un approccio fenomenologico e nemmeno strutturalista del soggetto; piuttosto ne va della stoffa della soggettività e della parola, la sua particolare e specifica vicissitudine abitata da un’istanza di verità sempre coniugata al singolare. “La psicanalisi, diversamente dalla filosofia – osserva Recalcati – costruisce il suo sapere sempre a partire dai suoi casi clinici, dai nomi propri, singolari, intraducibili”. Lacan 2

Lavoro complesso e monumentale quello di reperire ed esporre, a proposito della pratica clinica, i suoi capisaldi concettuali, le differenze di struttura, la natura dei sintomi, la dialettica tra desiderio e godimento, le prospettive di cura. La complessità di Lacan, che pure permane, si trova qui disarticolata nei suoi elementi costitutivi, elementari. In un certo senso è una complessità che procede anche per via di “accumulo” se pensiamo che il suo percorso di clinico prende avvio da una solida formazione psichiatrica fino ad approdare, non senza polemiche e dissidi, a una rigorosa rilettura di Freud che ha preso le distanze dagli accomodamenti scolastici e burocratici delle istituzioni psicoanalitiche, soprattutto anglofone. La clinica lacaniana si è svolta di pari passo con gli avanzamenti teorici elaborati nel corso di quasi mezzo secolo.
E’ una vera e propria architettura quella che traccia le linee portanti che incardinano questo volume, composto appunto da dodici tematiche disposte tra loro in adiacenza o con adeguate distanze. Da una parte la clinica delle psicosi: la paranoia, la schizofrenia, la melanconia. Dall’altra le nevrosi ossia l’isteria e la nevrosi ossessiva. Infine il grande tema della perversione. Ma questo trittico sembra duplicarsi lungo un ulteriore e necessario svolgimento che, per così dire, affronta il battito pulsante della pratica analitica: la tecnica, il transfert, la direzione della cura. “Tutta la clinica della psicoanalisi – ricorda puntualmente Recalcati – si struttura sulla possibilità misteriosa che la parola possa toccare e modificare il reale”.
Il pensiero clinico di Lacan non è esente da ciò che accade nella vita intellettuale del suo secolo, le cui stagioni non mancano di suggerirgli una lettura che in filigrana individua tensioni e punti di fuga. Recalcati non si lascia sfuggire la notazione per cui “se Freud ha inventato la psicoanalisi a partire dall’isteria, Lacan vi è entrato dalla porta d’ingresso della paranoia”. Ricordiamolo appena: questa porta d’ingresso, siamo all’inizio degli anni ’30, è diventata nel giro di pochi anni la voragine in cui è precipitato tutto il Novecento. La paranoia dei totalitarismi, potremmo dire, è stata la malattia che ha devastato il secolo breve. “Lacan attraverso la psicosi – osserva Recalcati – incontra l’asperità scabrosa del reale”.
Poi il dopoguerra, una sorta di convalescenza. Il suo primo seminario Lacan lo avvia nel 1953 dedicandolo agli Scritti tecnici di Freud. Il suo ritorno a Freud acquista il senso di riprendere il filo spezzato della psicoanalisi là dove si era interrotto. “In ogni capitolo di questo libro – scrive Recalcati – ho cercato di mostrare l’intenso corpo a corpo di Lacan con il testo di Freud”. Trascorre poco più di un decennio e giungono i bagliori del ’68 che rilanciano una miriade di questioni relative al funzionamento istituzionale, alle trasformazioni sociali e alla logica capitalista. A riprova di come la clinica non sia avulsa da una dimensione epocale e storica, in fondo al volume troviamo un’Appendice intitolata: “Teoria dei quattro discorsi e il discorso del capitalista”. Dunque Lacan estende la sua riflessione clinica cercando di analizzare quanto stava accadendo nella società del suo tempo. Esattamente come Freud quando, dopo gli anni ’20, incomincia a occuparsi di alcuni nodi essenziali del disagio della civiltà.
Lacan 1 Nell’Introduzione l’autore scrive che si congeda da “due tomi dal sapore novecentesco”. Più che una battuta sembra una riflessione che allude a un ponte lanciato verso il nostro millennio. La psicoanalisi nasce nel Novecento e approda alla complessità del nostro tempo. Senza partecipare all’enfasi scientista o ai trionfi della tecnologia la psicoanalisi è anche portatrice, proprio nel delicato campo della clinica, di un’istanza etica. Tra i punti irrinunciabili della sovversione operata da Lacan ritroviamo che entrambe, clinica ed etica, sono intrecciate indissolubilmente e che procedono lungo un’incessante rielaborazione. L’eredità del grande maestro si riassume semplicemente in quella piccola frase che Lacan ripete: “ogni psicoanalista reinventa il modo in cui la psicanalisi possa durare”.
Potrà durare la psicoanalisi nel nostro tempo? Questo volume, a modo suo, lungo un’effettualità a venire, forse è già una risposta a questa domanda. E’ una risposta che cerca un’altra prospettiva. Indica una svolta. Segna un altro tempo della psicoanalisi. Probabilmente questi due volumi marcano un momento particolare della storia della psicanalisi italiana. Come è accaduto a suo tempo ad altri volumi: dal Trattato di Musatti uscito nell’immediato dopoguerra (1949) e che lascia la sua impronta per un ventennio all’Enciclopedia della psicanalisi di Laplance e Pontalis che esce nel 1968 quando Freud era poco tradotto o al Trattato di Psicoanalisi a cura di C. A. Semi pubblicato al tempo della caduta del muro di Berlino (1989). Ecco: ogni stagione ha i suoi capisaldi e i suoi lettori, alcune generazioni si sono confrontate e formate a partire da questi testi basilari. In una prospettiva generazionale i due tomi di Recalcati “dal sapore novecentesco” forse assomigliano al primo passo con cui la psicanalisi, non solo lacaniana, mette piede in questo secolo. Tutto dipenderà dai lettori che questi volumi incontreranno.
Varcata una soglia capita che emerga uno sguardo retroattivo. In tal senso è singolare che in un recente articolo su “Doppiozero” http://www.doppiozero.com/materiali/elvio-fachinelli-una-nuova-lingua-la-psicoanalisi  dedicato a una raccolta di testi di Elvio Fachinelli, Al cuore delle cose (Derive Approdi, Roma), Recalcati si soffermi con uno sguardo storico su una delle “figure più notevoli della psicoanalisi italiana”. L’accento cade sullo sforzo con cui Fachinelli cercava di esplorare, nella pratica, una nuova via della psicoanalisi. Si trattava e quanto mai oggi si tratta, osserva Recalcati, di “mettere in movimento un’altra logica. Di nuovo risorge il problema della lingua, di un’altra lingua per la psicoanalisi”. Ecco riproporsi come una scommessa, un modo nuovo con cui la psicoanalisi possa interloquire fecondamente con la contemporaneità.