L’inaudito

Ciò di cui ha paura Jacques -Alain Miller

di Simone Regazzoni

“RECALCALTI, LUI, PARLA: È INAUDITO!” OVVERO CIÒ DI CUI HA PAURA JACQUES-ALAIN MILLER

Simone Regazzoni
(saggista, filosofo, studioso di Derrida, autore di diversi libri)

La guerra scatenata contro Massimo Recalcati presenta diversi fronti, ma in fondo si gioca tutta attorno alla questione dell’eredità: di cosa significa “ereditare” e, in particolare, “lasciare in eredità”.
Massimo Recalcati ha una colpa, agli occhi di chi lo attacca. Una sola, vera colpa. Certo, il successo. Certo, l’engagement politico al fianco di Renzi. Ma la colpa è un’altra. Lui, Recalcati, parla. Recalcati parla, e la sua parola fa parlare Jacques Lacan.  Recalcati ha osato (far) parlare: Jacques Lacan.
Far “parlare” significa in verità fare intendere Jacques Lacan altrimenti, far circolare la sua parola al di fuori del campo familiare in cui la circolazione della voce del Padre è controllata dal nome che si suppone ne detenga la verità: il nome dell’altro Jacques, Jacques-Alain Miller, questo grande orecchio di Lacan; l’orecchio attraverso cui si suppone che Lacan si sia inteso, sarà stato inteso e, dunque, si debba intendere.
Ecco le accuse del grande orecchio di Lacan contro la parola di Recalcati, ecco le colpe dell’allievo che risuonano nell’orecchio di Miller: “La sua eloquenza”… “era ascoltato”. Recalcati parla e interferisce con il circuito chiuso della circolazione-riappropriazione della parola del Padre attraverso l’orecchio di Jacques-Alain che lo avrebbe fatto intendere. E così l’altro Jacques, “Jacques-Alain l’orecchio”, si confessa impotente, attraverso di Ciaccia, a fermare la parola di Recalcati, che vorrebbe mangiare come un padre il proprio figlio-logos.
La questione del successo di Recalcati, che ferisce l’orecchio di Miller con la sua eloquenza, è la questione di un figlio che parla ad altre orecchie, che rompe con la circolazione interna del logos del Padre, che ha il coraggio di prendere la parola senza sacrificarla preventivamente all’orecchio del Padre – mentre Miller aveva sacrificato la propria parola per diventare “l’orecchio di Lacan”, l’orecchio che restituisce a Lacan la verità della sua parola che infine, attraverso di lui, si intende. Perché è noto a tutti che Jacques Lacan si intende attraverso Jacques-Alain.
Recalcati prende la parola, prende la parola a suo nome e fa intendere Lacan ad altri, lo fa intendere altrimenti da come si suppone si sarà inteso attraverso Jacques-Alain l’orecchio, lo fa intendere senza prima averlo fatto passare attraverso l’orecchio (di) Miller.
Ma questo significa che la verità di Lacan, se parla, parla in molti modi. Ma questo significa, allora, che “ereditare” vuol dire in primo luogo parlare: compiere un atto di parola inaudito rispetto alla logica dell’orecchio del Padre.
“Recalcati, lui, parla: è ‘inaudito’!” protesta impotente Miller tappandosi le orecchie. Recalcati è, per Miller, il problema dell’inaudito di Lacan. Di ciò che Jacques-Alain l’orecchio, nella sua ossessione di ascolto, non sarà stato in grado di intendere.
In questa guerra scatenata contro Recalcati ritroviamo la questione che Derrida, proprio occupandosi di Lacan, ha battezzato “fallogocentrismo” e che prende vita proprio  a partire dalla struttura di autoaffezione fonica, tra la bocca e l’orecchio, là dove si costituisce la parola dotata di senso, il logos.
Ecco cosa si invidia a Recalcati: il fallo-logos che Miller si suppone abbia restituito a Lacan, per possederlo attraverso di lui, attraverso un Padre di cui non avrà mai osato essere davvero figlio, un figlio degno di questo nome. Che cos’è un figlio degno di questo nome? Colui che, a partire dal padre, desidera parlare altrimenti. Un figlio è il desiderio di parola inaudita di/per un padre. E che cosa significa essere padri se non lasciare parlare il figlio là dove non lo si può più intendere – quindi riappropriare – ma solo amare, amare l’inaudito, amare il desiderio di inaudito come figlio? Non si ama altrimenti.