Lingua materna e lingua degli assassini. Sulla poesia di Celan

Alcune pagine di Mario Ajazzi Mancini dal suo libro L’eternità invecchia. Sulla poesia di Paul Celan, (Orthotes Edizioni, 2014)

Psicoanalista di formazione lacaniana, traduttore di Freud (“Il piccolo Hans” e “L’uomo dei Lupi”), Mario Ajazzi Mancini (Firenze) da tempo si dedica al rapporto tra psicoanalisi e letteratura tedesca, tra cui Rilke, Kafka, ma soprattutto Paul Celan di cui è traduttore e appassionato studioso. Ha pubblicato diversi libri tra cui segnaliamo A nord del futuro. Scritture intorno a Paul Celan (Clinamen, 2009).

Il suo recente lavoro L’eternità invecchia. Sulla poesia di Paul Celan (Orthotes, Napoli 2014) attraversa la produzione poetica di Celan, Essa racconta gli ultimi anni di una vita dedicata alla memoria e alla poesia, alla testimonianza di una ignominia (la Shoah) e alla ricerca di un dire che potesse essere innocente nella lingua di chi forse non potrà mai esserlo. La scommessa di Mancini è quella della traduzione di alcune poesie di Celan e del gesto che tale lavoro comporta: “accordare alla scrittura una fiducia tanto impossibile quanto straordinaria, per la sua capacità di fare argine, di compattarsi sul bordo dell’insensatezza” (Giancarlo Ricci).

La parola ora all’autore, alle prime pagine di L’eternità invecchia.

“Questa nuova serie di letture – o meglio, come mi piace intendere, di storie di lettura – cerca ancora di interrogare alcuni poemi di Paul Celan, mettendoli essenzialmente alla prova della traduzione – e in funzione a partire da questa. Non tanto perché non ne esista una versione forte nella nostra lingua – quelle di Giuseppe Bevilacqua e Michele Ranchetti fanno ormai testo per gli studiosi delle molteplici discipline che vi si sono dedicati –; quanto perché vi traspare di continuo un intimo fondo di resistenza, un residuo intransitabile (quasi una chiusura in sé) che sollecita spesso, nella resa, operazioni linguistiche arbitrarie – non potrebbe essere altrimenti tra- ducendo – orientate per lo più a rendere comprensibile e/o disambiguare quella diversità coincidente di sensi su cui Celan ha costruito il proprio strumento conoscitivo, ponendolo (ossessivamente) al servizio della Genauigkeit – la precisione.

Certo, con buona approssimazione, si potrebbe affermare altrettanto per gran parte della poesia novecentesca, e non solo. Con la differenza, a mio avviso sostanziale, che la lingua di Celan è a un tempo Muttersprache e Mordersprache, lingua materna e lingua degli assassini – vicenda ben nota e ampiamente discussa –, alla costante ricerca di un’impossibile innocenza, che finisce sovente per approssimarsi al silenzio, consegnandosi, per significare, a pause, interruzioni, segni diacritici… Lingua, nondimeno, di un’ospitalità sempre aperta e differita, accoglimento del visibile (Sichtbares), dell’udibile (Hörbares) – «parola tenda» che si libera (Freiwerdende Zeltwort). E pure lingua composita, mobile, meticciata. Che cancella frontiere e di- stanze, e per fare argine si riporta alla materia minima dei suoni, assonanze, allitterazioni, paronomasie. Cadenza di respiro, battuta insignificabile del ritmo, dove davvero può giocarsi la partita del significato – transfert e traduzione.

Eventi tanto insperati quanto enigmatici, perché se la cosa funziona – non sempre succede – lo sappiamo solo a cose fatte, nel dopo di quell’accadimento di senso che ha consentito di riorganizzare la struttura di un verso e sopra tutto di un pensiero, rivisitandone metro e scansione nella lingua d’arrivo. Senza dubbio, in linea col gusto e l’emozione di chi traduce, con la risorsa delle letture e la modestia della loro limitata efficacia.

Per quanto mi riguarda, traducendo (riflessione e analisi abitano un tempo logico successivo), ho tentato di patteggiare con le insidie del celanismo – quella maniera di violentare e ferire una lingua che non lo merita (la mia, almeno non più di altre): imitazione del tedesco (che ha plasticità propria), calco della sincope, riproduzione del soffocamento, del balbettio, insomma tutto il campionario di quegli slegamenti che rendono inagibile la lettura e spesso involontariamente comica la resa.

In ogni lingua si può dire tutto ciò che ci necessita, talvolta pure ciò che si desidera. Per ciascuna, tuttavia, la forma è singolare e passa per quel modo d’intendere – l’insegnamento è di Walter Benjamin – che la pone diversamente di fronte al mondo, che la dispone a renderlo abitabile. Passa per come il significato si produce da quel «fondo senza fondo» che Celan chiama Abgrund, e che gli analisti intendono come reale della lingua: misura silenziosa che ne costituisce il senso, inesprimibile positivamente in quanto valore linguistico. Pulsazione sovente taciuta, eppure Unverklungen, sempre «ancora risonante»: invariabile unicità su cui far leva per passare, pensare e tradurre – simile a uno Schibboleth.[…].

La parola che pone in causa l’eternità – la parola dell’eternità – ha questo suono rantolato, soffocato. Dice di uno stato liminare – un interstizio d’ombra appena percettibile «tra mezzanotte e mezzogiorno e mezzanotte» – che non transita in un significato, se non immaginando che l’avventura della lingua, la sua permanenza nel tempo sia già conclusa in sé; e che simile conclusione faccia per lo più riverberare effetti tardivi di un invecchiamento che l’indetermina, aprendo nondimeno a un’ulteriorità tanto imprevedibile quanto necessaria:

 

DIE EWIGKEIT altert: in

         Cerveteri die

         Asphodelen

         fragen einander weiß.

 

         Mit mummelnder Kelle,

         aus den Totenkesseln,

         über Stein, über Stein,

         löffeln sie Suppen

         in alle Betten

         und Lager.

 

L’ETERNITÀ invecchia:

a Cerveteri

gli asfodeli

bianchi si fanno domande.

 

Con biascichio di mestolo,

dai paioli dei morti,

oltre la pietra, oltre la pietra,

scucchiaiano zuppe

in ogni letto

in ogni campo.

 

Il tempo dell’uomo lavora la metà immota – l’altra, altrettanto ferma, è raggelata da orrori; le imprime una Wende verso una dimensione del parlare che si affaccenda a tracciare un’ultima frontiera, per porla in relazione alla propria e interminata estinzione (malattia e/o Vernichtung) – condizione permanente di rapporto con quanto è davvero impossibile a dirsi.

L’eternità invecchia. Era il titolo che cercavo. Teneva assieme tutti i motivi del mio interesse, intrecciando il tema della traduzione con elementi di una biografia che conduceva in Italia, nella mia lingua, per ripartire in forza dell’avventura lirica – e analitica – per eccellenza, quella dell’amore che muove…”.