Modigliani… après coup

Note di Pier Giorgio Curti alla mostra “Modigliani et ses amis(Pisa, Palazzo Blu, ott. 2014 – febbr. 2015)

Il dovere reale è di salvare il tuo sogno
(Modigliani)

L’incontro con l’opera di Modigliani, ultimamente accaduto con la Mostra pisana tenuta a Palazzo Blu Modigliani et ses amis, produce in me un duplice effetto: fretta nella visione delle opere – quasi disinteresse – e poi ruminazione del pensiero, insistenza della “figura” e della “carne” dell’opera nei giorni successivi alla visita; è ora di interrogare l’ambivalenza di questo stato d’animo.

Modigliani in una sua lettera scrive: “il valore di un’opera deriva da quello che giunge ad esteriorizzarsi come concetto, a staccarsi dal creatore per dargli vita affettiva e lasciare la via aperta a quello che non può e non deve essere detto”: cosa non può e non deve essere detto in un’opera, come quella di Modigliani, che sembra segnata dall’estetica dell’eccesso? Non confondiamo qui “Dedo”, il pittore maledetto che ha fatto della sua vita una continua tensione, che potremmo definire, con l’estetica odierna, una performance, consumata tra alcol e droghe, con l’opera, appunto, che deve “staccarsi dall’autore”. Non confondiamo il seduttore incallito, il don Giovanni in cerca di prede da aggiungere al proprio catalogo, con l’autore di nudi in cui si disvela “la donna”. Già Andrè Salmon nel 1922 scriveva: “Modigliani è il nostro solo pittore di nudi. Ricordatevi quelle donne svestite e gettate tutte tremanti su dei drappi qualsiasi, queste nudità dai visi attenti, dagli occhi fermi, queste bocche tinte di rosso scuro, questo respiro deciso dei petti. Un amore oltraggiante e diretto della natura, dove il pittore cercava di liberarsi, tormentandola”.

Se l’arte, come ci insegna Freud, è un appagamento sostitutivo della pulsione e se lo spettatore è complice nella visione o, per meglio dire, appartiene a questa stessa visione, dove ci conduce Modigliani? La sua ricerca artistica cerca nelle forme elementari, che gli stimoli dell’arte primitiva e del primo cubismo gli offrono, l’avvenimento del Reale che unisce l’uomo alla vita. Lo unisce nella maniera della sublimazione dove la pulsione gira intorno alla Cosa (Lacan), ma ritorna al solito punto, eterno ritorno senza salvezza: “un amore diretto della natura, dove il pittore cercava di liberarsi, tormentandola”.

I nudi di Modigliani non fanno più scandalo ora, non vengono ritirati dalle vetrine come nella celebre mostra alla Galleria Berthe Weill il 3 dicembre del 1917, dove a poche ore dall’apertura la mostra fu chiusa per ordine del Capo della Polizia di Parigi, anzi, ora, provocati da ben altra arte, ci invitano ad essere letti come dei classici, quasi, scusatemi, degli studi accademici. Ma questo invito è un inganno, è sabbia sugli occhi. Si pone l’artista come il noto Der Sandmann di Hofmannsthal tanto indagato da Freud? A tutta prima sembrerebbe proprio di sì.

Infatti dagli anni 1916 fino alla sua prematura scomparsa nel 1920, incomincia a gettare sabbia negli occhi degli spettatori, dipinge i volti con gli occhi velati, senza pupille, al limite chiusi, fanno eccezione solo alcuni ritratti di giovani: i dipinti non guardano più i loro spettatori, rompe il dialogo tra esteriorità e obbliga ad andare oltre la dialettica del riconoscimento.

Il potere di questi ritratti sta proprio in questa assenza-presenza, la quale senza indugi porta lo spettatore, tormentandolo, oltre il bisogno della conferma dello sguardo: lo sguardo è rivolto all’abisso interno. Potremmo dire con le riflessione che Derrida dedica alla Verità in pittura “fare l’economia dell’abisso: non soltanto alla caduta del senza-fondo tessendo e ritessendo all’infinito la trama, arte testuale del rammendo, moltiplicazione degli elementi; ma anche fissare le leggi della riappropriazione, formalizzare le regole che reggono la logica dell’abisso e che fanno la spola tra l’economico e l’anaeconomico, tra il rialzo e la caduta, tra l’operazione abissale che non può che lavorare al rialzo e ciò che in essa riproduce regolarmente la caduta”.

Arte testuale del rammendo, tessere all’infinito la stessa trama è questo richiamo all’intimità che ci invita a fare Modigliani; i suoi nudi o i suoi ritratti con gli occhi velati ci richiamano, paradossalmente, al pudore per la nuda esistenza, la vera provocazione si situa sull’insostenibilità dell’intimità. Quell’intimità che svela nella sua propria essenza il perturbante e che conduce ogni soggetto in quel punto di perdita che è contemporaneamente il suo punto di origine: esilio da ciò che ci è più proprio e che nel suo insistere come eccesso ci dispropria.

Ecco l’estetica dell’eccesso che ci presenta l’opera di Modigliani: eccesso in quanto memoria di ciò che ci è più proprio ma da sempre perduto. Chiudiamo questa breve riflessione con una poesia di Modigliani: “Ricordo…Rumore…/ Grande Rumore Silenzioso / Nella Mezzanotte dell’anima, / Oh Grido silenzioso! / Estremi, richiami / Melodie / Altissimi verso il sole / Squarci voluttuosi / Ritmi conturbanti / La / Dea / Richiami ai nomadi / A tutti i nomadi lontani / Le chiarine del silenzio / Arca della quiete / Addormentami / Cullami, / Fino alla Novella Aurora”.