Incontro con la violenza

Ancora sulla complessità del femminicidio

di Claudia Rubini

I numerosi fatti di cronaca parlano, ogni giorno, di violenze perpetrate all’interno di legami affettivi; in diversi casi, purtroppo, se ne parla perché ragazze o donne vengono uccise da chi si presumeva dovesse amarle.


Si sa sempre molto poco di queste donne e delle loro storie, ma c’è un aspetto comune che si trova sempre quando si legge di loro: “è stata una tragedia annunciata”; il passaggio all’atto violento che ne ha de- terminato la morte avviene, solitamente, dopo mesi o anni di maltrattamenti e violenze.

I numerosi fatti di cronaca parlano, ogni giorno, di violenze perpetrate all’interno di legami affettivi; in diversi casi, purtroppo, se ne parla perché ragazze o donne vengono uccise da chi si presumeva dovesse amarle. Si sa sempre molto poco di queste donne e delle loro storie, ma c’è un aspetto comune che si trova sempre quando si legge di loro: “è stata una tragedia annunciata”; il passaggio all’atto violento che ne ha de- terminato la morte avviene, solitamente, dopo mesi o anni di maltrattamenti e violenze.

Cosa si può fare per contrastare il fenomeno della violenza? Cosa si può fare “prima che sia tardi”? Da un lato, l’operazione che a livello culturale, sociale, mediatico si sta tentando di produrre è una focalizzazione sul maschile; tra i temi trattati, in primo piano c’è sempre di più quello che interroga gli uomini, la loro posizione di carnefici e come questa possa evolversi, modificarsi, produrre un possibile cambiamento […].

Quando si parla di violenza sulle donne si parla davvero delle donne? O si parla di quante botte hanno preso, quante costole rotte, quali organi danneggiati, come sono state uccise? Solitamente sappiamo da quanto tempo stavano con il loro carnefice. Ma sulla loro posizione ci si interroga mai? Su cosa le abbia portate lì, sul perché, sul loro modo di desiderare, di amare, etc. Questo è il pane quotidiano di uno psicoanalista, certo. Ma quello su cui vorrei portare la riflessione è se questo piano non manchi, appunto, per altri motivi. Non c’è forse una confusione tra colpa e responsabilità che invece andrebbero ben distinte? Sì, la nostra cultura ha indubbiamente avvallato per decenni una certa posizione di “colpevolezza” e di subordinazione femminile, anche dal punto di vista giuridico. È del 1975 la legge del diritto di famiglia che stabilisce l’uguaglianza tra i coniugi.

In un recente articolo sul “Fatto quotidiano”, Lidia Ravera affermava che le donne fino a un trentennio prima della fine del secolo scorso valevano solo come oggetto dell’uomo prima che si attuasse una rivoluzione che le vedesse come soggetti desideranti e “non più prede”. Ma quarant’anni dopo, se si avvalla una posizione femminile, rispetto alla violenza all’interno di un legame di coppia, che la esclude dalla dinamica veri- ficatasi, se si dice sì alla posizione “io non c’entro nulla, ero la vittima”, dunque l’oggetto dell’Altro, quali possibilità si danno a una donna di essere un soggetto che desidera, ama e sceglie della propria vita? Così facendo, il rischio non è lo stesso di quasi mezzo secolo fa, quello per cui lo statuto della donna era quello di una possibile “preda”? È proprio qui che diventa necessario distinguere il piano della colpa, da quello della responsabilità. Una donna ha colpa delle violenze che ha subìto? No, quindi, qual è la responsabilità cui mi riferisco? Cercherò di mostrarlo nel corso di questo contributo. Il mio desiderio è di parlare di questo, delle donne, delle ragazze, di cercare di affrontare il fenomeno della violenza dalla posizione femminile perché se ci può essere una prevenzione alla violenza, a mio avviso, non si può prescindere da questo.

Ma come si fa a parlare delle donne? La psicoanalisi ha mostrato bene come questo sia impossibile. Freud si arrestò proprio su questo punto: che cosa vuole una donna? O, detto altrimenti, cosa rende tale una donna? Freud è stato considerato uno dei nemici delle femministe, che trovavano inaccettabile che la femminilità fosse ricondotta alla famosa invidia del pene.. Ma se si legge più approfonditamente Freud, si scopre che non dice esattamente questo ma piuttosto individua che c’è un primato fallico, talmente evidente quanto invisibile, su cui si basa la civiltà. Il fallo è il modo non solo di esprimere il valore, ma la misura, la prestazione, l’avere, le insegne che servono all’essere umano per potersi definire, per darsi un’identità. Per questo, è una funzione che accomuna sia il maschile che il femminile, sebbene sia strutturalmente preponderante nel primo. La funzione fallica è anche ciò che struttura la sessualità in quanto umana, che la differenzia da quella animale, che diffe- renzia il desiderio dall’istinto. Il punto innovativo introdotto da Jacques Lacan, una delle menti più brillanti della psicoanalisi post-freudiana, è che le donne non sono tutte sotto il primato del fallo, c’è qualcosa della loro natura che sfugge a questo e lo eccede. Mentre per l’uomo è più difficile staccarsi dall’ingombro fallico, la donna grazie alla sua struttura, grazie alla sua mancanza costitutiva ha la possibilità che questa non si traduca solo nella rivendicazione infinita di voler essere come un uomo, ma di accedere a una soddisfazione supplementare. Il problema che Lacan solleva è che non c’è un modo per definire questa altra soddisfazione ed è per questo che non si può parlare della donna. In sintesi la donna non esiste, esistono le donne, esistono una per una, ognuna portatrice di un’eccezione, di una particolarità.

Lacan mette in luce che la bellezza dell’essere femminile deriva proprio da questa mancanza di definizione. Così se da un lato ciò è una risorsa incomparabile – per Lacan infatti sole le donne e i mistici possono arrivare a un vero e proprio stato di estasi – dall’altro il cammino che una donna dovrà percorrere sarà più arduo perché può perdersi, smarrirsi in questa assenza di definizione, non trovare un senso al suo essere. In tal senso una donna ha più affinità con il discorso amoroso, riesce ad entrare meglio nel campo dell’amore: perché si rivolge all’Altro cercando qualcosa che possa aiutarla a definire il suo essere. E cosa può dare senso all’essere se non l’amore? Il problema è quando questa definizione viene fatta dipendere totalmente dall’Altro, quando vi coincide indissolubilmente. Quando si parla di amore le cose si complicano sempre, perché per quanto si cerchi di darne una definizione, di trovare una consistenza in questo “essere amate”, ogni donna cercherà di fornire una risposta a partire dalla sua interpretazione dell’amore. Quest’ultima non giunge improvvisamente ma si costruisce nel corso del tempo in rapporto all’Altro familiare, a partire dunque dall’infanzia, fino a trovare la sua manifesta- zione nell’adolescenza, nell’incontro con l’altro sesso.

Come una ragazza entra nel campo ignoto dell’amore e della sessualità? Lo fa, con l’unica cosa che la orienta: l’interpretazione inconscia del posto che lei ha occupato nel desiderio dell’Altro. Detto in altri termini, la domanda inconscia che la bambina, nel corso del suo sviluppo, rivolge al suo Altro fami- liare è: come devo essere perché tu mi ami? Come devo essere per non perdere il tuo amore? Quindi, interpreta qual è la posizione che catalizza questo amore e vi si identifica; è a partire da questa che entra nel discorso amoroso. Potremmo dire che la nostra giovane ragazza ha una base di partenza, una traccia, che in psicoanalisi si chiama identificazione. Ma cosa fa sì che questa traccia possa trasformarsi in un marchio rovinoso, che può portare una giovane donna ad accettare di subire ripetute violenze all’interno di un legame definito d’amore?      Questa è la grande questione che muove l’etica e la clinica della psicoanalisi. Per la psicoanalisi non c’è determinismo diretto, ovvero dato un evento si produce inevitabilmente un effetto. Un cattivo incontro non produce necessariamente un trauma. Ma se il trauma si produce, e questo di solito accade quando il soggetto si sente totalmente lasciato cadere, quando non trova le parole per dire, quando non trova una risposta alla sua domanda muta di comprensione, ciò probabilmente innescherà una fissazione che si manifesterà come ripetizione dello stesso. Quel che, dunque, diviene centrale tra la contingenza dell’evento e la necessità inconscia di riprodurlo, è la mediazione soggettiva. Ovvero come un soggetto, esposto a un cattivo incontro, abbia la possibilità di elaborarlo, di togliersi da quella posizione di oggetto che subisce.

Torniamo alla nostra adolescente. Ciò che sto tentando di mettere in luce è che non è possibile proteggerla da un cattivo incontro, nessun genitore può garantire questo, non è possibile riparare i figli dalla contingenza della vita. Non è possibile proteggerla da come lei stessa reagirà a questo cattivo incontro; ma come l’Altro familiare, risponderà o non risponderà a questo è di grande importanza nel facilitare o meno una determinata mediazione soggettiva e dunque un’elaborazione, a scapito di una fissazione, di un trauma. Non c’è nessuna prescrizione corretta o ricetta giusta […].

Abbiamo visto, grazie all’apporto della teoria di Lacan, come i rapporti d’amore possano dare un nome all’essere femminile, possano fornirle consistenza e offrire un limite a qualcosa che la eccede. Ma, questi, possono essere anche l’incontro con una devastazione terribile quando l’uomo che s’incontra non incarna la funzione positiva del limite ma quella di un godi- mento sregolato e distruttivo, per esempio bulli, tossici, sbandati. Quella distruttiva è, però solo una faccia della medaglia, perché dall’altro lato questi ragazzi mostrano, infatti, un attaccamento e una devozione “speciale” alla loro donna. Il loro “punto di forza” immaginario è quello di mostrare un sapere che riguarda proprio ciò che la donna non sa, quello che la interroga intimamente e la muove, non solo cosa è lei per l’altro ma cosa desidera, cosa desidera una donna? Come si fa ad essere donna? Ed ecco che questi uomini rispondono immaginariamente a queste domande, mostrano di avere un sapere su quello che una donna desidera o presume di desiderare: iper-attenzioni, iper-presenza, regali continui sono solo alcuni esempi di come possa manifestarsi questo presunto sapere che può avere, per una donna, la funzione di una profonda rassicurazione. Questi tipi di rapporto che annullano le differenze e si sostengono su un incollamento simbiotico rivelano però, non solo, un potenzia- le altamente esplosivo che può sfociare nel passaggio all’atto violento quando qualcosa di questo incollamento s’incrina; ma, anche qualora questo non si verificasse, mostrano un legame mortifero da cui diventa difficile separarsi.

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