Terrorismo e informazione

Note sul più-che-straniero e strategie mediatiche

di Alberto Russo Previtali

Riportiamo alcuni passi del saggio di Alberto Russo LA STRATEGIA MEDIATICA DEL TERRORISMO, tratto dal QUADERNO LETTERA n. 6, 
sul tema LO STRANIERO, IL NOME DELL’UOMO. PSICOANALISI E FORME DELL’ALTERITA’,
Mimesis, Milano 2016.

 

Nella nostra società il nome dello straniero evoca oggi in primo luogo due fenomeni: gli attacchi terroristici sul suolo di paesi occidentali e l’afflusso dei migranti e dei profughi verso l’Europa. Questa affermazione è difficilmente smentibile, pur avendo ben chiaro che l’“attualità”, ovvero quanto è posto “all’ordine del giorno”, è in larga parte un’elaborazione selettiva della realtà, costruita ora per ora, giorno per giorno, dagli organi di informazione. Nonostante l’espansione della Rete e dei media digitali, questa costruzione dell’attualità (agenda setting), è ancora prevalentemente gestita dai media su larga scala organizzati a broadcasting (televisione, stampa, radio), e in particolare dai telegiornali generali e dai giornali. 
 L’attività creatrice del “porre all’ordine del giorno” è rilevabile nell’etimo del termine informazione: dare forma. Dare forma al giorno, ogni giorno. Fondare continuamente una rappresentazione unitaria e centralizzata della realtà; rispetto a questo fine il principio della fedeltà oggettiva ai fatti può perfino apparire secondario: mera questione di genere o di ideologia. Le narrazioni giornalistiche si danno cioè come estrazione dalla massa informe dei fatti di una storicizzazione in fieri, che si pone immediatamente nel qui e ora come realtà valida per tutta la collettività. 
 In una prospettiva psicoanalitica, il dare forma giornalistico quotidiano non può che apparire come un fattore importante nel funzionamento di quella forma di legame sociale che Jacques Lacan chiama “discorso del padrone”: un legame fondato sul rispecchiamento degli individui negli ideali, nei valori e nei timori ufficiali, nelle parole d’ordine della collettività […].
Ma che cosa si ripete veramente, ogni volta, nelle immagini (foto e video) riportate e commentate dai giornali e dai telegiornali? Che cosa viene rappresentato? Viene rappresentato il non-sapere del discorso giornalistico sull’evento. L’evento viene mostrato e presentato nello stile oggettivo dell’informazione che ha come fine di trasmettere l’essenziale sull’evento, solo che questo essenziale manca sempre nell’informazione che ha come oggetto gli attentati suicidi. Così, ciò che viene trasmesso, è il rovescio dell’informazione piena: la lista delle informazioni mancanti; ciò che si mette in mostra è allora lo scacco del dispositivo, visibile nella discrepanza tra stile oggettivo della comunicazione e mancanza del materiale su cui realizzare l’oggettività (il pathos di maniera assunto dai telegiornali in queste situazioni si alimenta di questa mancanza). Ciò che manca non è solo la causa dell’evento, ma la possibilità di sostenere il fantasma onnisciente della narrazione giornalistica, differendo la spiegazione dell’evento, aspettando informazioni sulla colpevolezza di chi lo ha commesso. Non perché non ci sia qualcuno che possa dare delle informazioni (che puntualmente emergono) di tipo biografico, organizzativo, militare ecc., ma per il fatto che quell’attentato è un suicidio. 
 Scrive Lacan: “la morte è avvicinabile solo con un atto, anche se affinché sia riuscito bisogna che qualcuno si suicidi sapendo che è un atto, cosa che non avviene se non molto raramente”.1 Il suicidio è l’atto che più si avvicina alla compiutezza perché esso si dà come discontinuità pura, al di là del senso e della Legge. Nel contesto del terrore, possiamo dire che l’attentato suicida non lascia resti su cui possa innescarsi la ricerca del vero. Il resto lasciato dall’attentato terroristico non suicidario riguarda soprattutto la dimensione etica: un possibile sapere sul male. Come insegna il caso Eichmann considerato da Hannah Arendt,2 il male è tale solo se è perpetrato da un soggetto che non soccombe al male che infierisce. Solo la sopravvivenza del carnefice può garantire l’esistenza della colpa, e solo se vi è colpa può esservi male. Ma la colpa, appunto, non ha nessun plus di verità, è un fenomeno banale, solo inerente al fatto che, dopo aver inferto ad altri la morte (come annientamento o sofferenza) il carnefice sia ancora in vita, possa ancora godere. 
 L’esistenza della colpa fornisce un quadro di senso al terrorismo non suicidario, e offre alla narrazione giornalistica la possibilità di fare esistere la finzione referenziale, limitando la sovversione delle sue funzioni. Riportare la notizia con stile oggettivo e con enfasi di ufficialità, parlare il più possibile dell’evento terroristico, può presentarsi come utile alla necessità di trovare i colpevoli (gli esecutori materiali e i mandanti) […]. 

 Torniamo ora all’atto suicidiario. Chiediamoci: quale posizione occorre assumere rispetto a quei soggetti che diventano l’incarnazione di atti capaci di instillare l’angosciosa estraneità nel nostro corpo sociale? Quando la reazione affettiva, immaginaria, di fronte a quelle vittime che sono doppi di noi stessi, non porta ad annullare completamente il riconoscimento dell’esistenza della soggettività del terrorista, cadendo nel tranello dell’odio mimetico, accettando il farsi dell’altro nemico più-che-straniero – come lo chiama Jean-Claude Milner – , ci si ricorda che, nella maggior parte dei casi, i terroristi suicidi sono giovani, a volte addirittura adolescenti, e che, nella maggior parte dei casi, sono individui nati e cresciuti in Europa e sono cittadini europei. 
 Se, come si è detto, il loro gesto può essere letto in correlazione con la vocazione alla chiusura dell’Altro, e dunque come un fatto di struttura, allora può anche essere interpretato come un sintomo; dunque come un messaggio rivolto agli altri e all’Altro, in cui, al di là dell’adesione alla “causa” dello jihad a livello dell’io, può leggersi, in estrema istanza, l’espressione di un’insistenza del desiderio nella forma di una provocazione rivolta all’Altro […].
Ecco dunque che al di là dell’odio speculare inevitabile è il rimbalzare ovunque di questa domanda: perché un ragazzo nato e cresciuto in un paese avanzato, nel pieno della giovinezza, decide di farsi straniero e di sacrificare la propria vita per nuocere il più possibile al suo paese? 
 Il carattere sovversivo di questa posizione rispetto allo Stato e alle sue esigenze di controllo può essere compresa rifacendoci alla metafora dello “straniero interno” usata da Sigmund Freud per indicare il rimosso,3 e a quelle di “interno escluso”, di “esteriorità intima” e di “estimità” usate da Lacan per situare la Cosa.4 Queste metafore permettono di pensare in termini rigorosi la strategia sovversiva implicita nel farsi straniero del terrorista. 
 Il primo effetto ricercato è quello di infliggere una ferita narcisistica all’Occidente, incrinando la sua immagine di luogo privilegiato del pianeta, desiderato da tutti,5 come attesta quotidianamente l’epopea tragica dei migranti. Il terrorista straniero interno con il suo gesto esibisce il suo rifiuto profondo per i valori occidentali, ovvero per i valori della globalizzazione trionfante votata all’“autoesportazione”. 
 Questo rifiuto pone l’immagine del terrorista come rovescio speculare di quella del migrante: il primo rifiuta, sacrificando la propria vita, la condizione che il secondo desidera al punto da rischiare la vita per ottenerla. Si potrebbe leggere il gesto del terrorista estimo come un messaggio ai migranti: non troverete quello che cercate. I vostri figli, e i loro figli, e i figli dei loro figli, saranno sempre stranieri ed esclusi. 
 Il secondo effetto ricercato è quello di mettere a nudo, su un altro piano, l’incapacità di realizzare a pieno l’ideale del controllo. Il terrorista fattosi straniero, spesso impegnato nella dissimulazione della propria radicalizzazione prima di passare all’atto (taqiyya), rivelando l’impotenza dei sistemi di controllo poliziesco, li chiama a un’intensificazione, spingendoli naturalmente al confronto con la loro potenzialità totalitaria. Così le destre, più o meno estreme, invocano ovunque misure anticostituzionali e lo stato d’emergenza in cui viviamo da mesi è divenuto ordinario. 
 Il manifestarsi del terrorista come interno escluso esaspera così la fantasia ossessiva dell’intrusione (così intimamente connessa alla struttura dello Stato nazione), e si pone come sua paradossale conferma; a essa contribuisce inoltre l’accresciuto flusso di migranti e di profughi dal Medio oriente e dall’Africa, un fenomeno che pone gli stati e la massa di fronte a un’umanità ridotta a bisogno, nella quale viene a incarnarsi, nella realtà, la scena familiare rimossa (perturbante), scongiurata dall’Altro ipermoderno. 
 La vocazione prima dei discorsi di padronanza è garantire alla massa, elevando il bisogno a fondamento della realtà, l’evitamento dell’incontro con la propria mancanza (con il proprio essere-per-la-morte), attraverso la costruzione di dispositivi discorsivi (scientifici, polizieschi ecc.) finalizzati a creare l’illusione di un controllo della possibilità di morire. Ma sia l’azione del terrorismo suicida che i movimenti dei migranti rivelano l’impotenza di questi dispositivi, ponendosi come alterità irriducibili che il discorso di padronanza può provare a trattare solo con un’intensificazione della propria logica: attraverso pratiche che facciano in modo che lo straniero sia, prima ancora che posto all’esterno del corpo sociale, reso identificabile, visibile, distinguibile al suo interno (con il rischio di un ritorno del razzismo istituzionale). Appare dunque inevitabile, nel discorso di padronanza, il sorgere della relazione speculare angosciante tra migrante e terrorista estimo: “ogni migrante può essere un potenziale terrorista”. 
 Malgrado i meccanismi di difesa e le reazioni proiettive dei discorsi di padronanza, che fanno inevitabilmente il gioco della sovversione, una questione insiste: che cosa di profondamente intimo, che cosa di più proprio del legame sociale occidentale si manifesta nell’attuale farsi stranieri dei giovani connazionali di origine straniera? 
 Questo “che cosa” deve essere ancora pensato rigorosamente. Una cosa però è certa: la buona novella neoliberale, che sotto l’egida della globalizzazione economica canta l’avvento di un’unica umanità consumistica e pacifica, senza frontiere, mostra oggi la sua inconsistenza. 
 La logica bellica del “siamo in guerra” vorrebbe poter semplificare le cose: chi compie atti contro la “nazione”, rivendicandosi straniero, è uno straniero. E invece, nell’accettare la rivendicazione del soggetto radicalizzato a farsi straniero, la logica bellica conferma spesso maldestramente una verità della sua condizione sociale: al di là della legge, egli era già straniero, lo era a un livello simbolico molto più fondante di quello del diritto. 
 L’assunzione, da parte del cittadino discendente da migranti, di una posizione di assimilazione allo straniero ostile (posizione del nemico esterno) può dunque essere letta come meccanismo di difesa, come un plus-identificarsi (Fathi Benslama) a un tipo di identificazione negativa già presente nell’Altro sociale. Tuttavia, il tratto comune (provenienza, religione) tra la componente straniera del cittadino discendente da un paese dell’Africa o del Medio oriente e l’identità dello straniero ostile non appare più come un elemento indispensabile a questa identificazione negativa. La radicalizzazione di giovani di classe media di origini europee induce a interpretare l’assimilazione allo straniero esterno nel quadro dell’indebolimento generalizzato delle appartenenze ideali e ideologiche, delle sublimazioni collettive e delle identità di genere che caratterizza la società a capitalismo avanzato. 
 Di fronte alla radicalizzazione, all’estraneazione dei soggetti rispetto al proprio (al nostro) corpo sociale, il discorso psicoanalitico permette di tenere aperto un orizzonte pedagogico autentico: cercare nel loro incontro con l’ideologia dell’islamismo la ricerca di una soluzione a problemi in cui il singolare si interseca con il sociale e con il politico nella sua attuale debolezza. È una strategia che richiede più forza della reazione puramente bellica e poliziesca, obiettivo della provocazione terroristica, il cui fine è proprio l’esasperazione del conflitto speculare, in cui l’Altro prigioniero dei discorsi di padronanza ipermoderni si rivela nella sua fragilità.

1. Jacques Lacan, Il seminario. Libro XXII. RSI. Lezione del 18 febbraio 1975 (inedito). “Il suicidio è il solo atto che possa riuscire senza fallimenti”; cfr. anche Id., Radiofonia. Televisione, Einaudi, Torino, 1982, p. 97.
2. Cfr. Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 2010.
3. Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi. Nuova serie di lezioni (1932), in Opere, cit., vol. XI, p. 170.
4. Jacques Lacan, Il seminario. Libro VII. Einaudi, Torino 2009, pp. 119-165.
5. Alain Badiou parla di “desiderio di Occidente” per descrivere una soggettività tipica del mondo contemporaneo (che riguarda la gran parte dell’umanità), animata dal “desiderio di possedere, di condividere ciò che viene vantato ovunque come il benessere occidentale. […] Ciò origina manifestamente dei fenomeni come i flussi migratori”; Alain Badiou, op. cit., p. 40.