AA. VV. , LA DIREZIONE DELLA CURA. Psicoanalisi e filosofia
a cura di ALEX PAGLIARDINI  e IGOR PELGREFFI
Galaad Edizioni, 2017

 

BRACCARE IL REALE

Di Francesco Filippini

Uno dei motivi per cui credo nasca questo volume collettivo è potersi servire dell’ultimo insegnamento di Lacan nella pratica clinica che, come psicoanalisti o aspiranti tali, siamo chiamati a svolgere in un’epoca in cui, sempre più, le persone che vediamo nei nostri studi, nelle istituzioni dove lavoriamo, sembrano portare dinanzi a noi una questione rispetto al godimento e quindi, semplificando brutalmente, rispetto al reale.

Il nocciolo del problema che questi nuovi pazienti pongono è come fare perché ciò che è radicalmente eterogeneo al significante, scarto disordinato per struttura, cioè il reale, risponda all’azione pacificatrice del simbolico. Di fronte a un godimento informe, fuori garanzia, “senza legge”, come si pone la prassi analitica?

Questo lavoro, La direzione della cura (Galaad 2017), prende il nome da una storica relazione pubblicata da Jacques Lacan nel secondo volume degli Scritti, più di quarant’anni fa. (1)
Ed è proprio in questo intervento che troviamo la famosissima citazione, sulla quale molti lacaniani si sono soffermati, riguardo la funzione dell’interpretazione: “a quale silenzio deve obbligarsi oggi l’analista per individuare al di sopra di questo pantano il dito alzato del San Giovanni di Leonardo, perché l’interpretazione ritrovi quell’orizzonte disabitato dell’essere dove se ne deve dispiegare la virtù allusiva?” (2) L’interpretazione, secondo il Lacan degli anni ’50, deve seguire la direzione del dito del San Giovanni, per consistere in un’interpretazione “allusiva”, cioè un semi-dire, enigmatico, che lasci al soggetto, o meglio all’inconscio del soggetto, il compito dell’interpretazione.

“L’interpretazione è il nodo della pratica analitica”(3), Freud ne stabilisce le basi fin dall’Interpretazione dei sogni (4) e Lacan non ha mai smesso di rinnovare il posto, lo statuto, la funzione dell’interpretazione nella sua pratica clinica.
Esistono nell’insegnamento lacaniano diversi “regimi” d’interpretazione: l’interpretazione secondo il senso o la molteplicità del senso, l’interpretazione che non deve dimenticare di mirare l’oggetto (a) fra le righe, ma anche l’interpretazione (è lecito chiamarla ancora così?) che giocando sull’equivoco si trova radicalmente fuori dal territorio del senso. Quello che credo si possa dire oggi, è di una sfiducia sempre maggiore, non solo tra gli analisti, nei confronti di uno dei pilastri della pratica analitica, l’interpretazione. Non trovo parole migliori di quelle di Miller per dire che “l’era dell’interpretazione è alle nostre spalle”, e cioè “l’interpretazione non sarà mai più ciò che è stata. L’era dell’interpretazione, l’era in cui Freud scombussolava il discorso universale tramite l’interpretazione, è chiusa”.(5) Frequentare la “procedura” psicoanalitica a partire dalla dimensione radicale della non garanzia ci impone di considerare ciò che del parlessere rimane inarticolabile al registro del simbolico e alla parola, per abbordare la “consistenza” del reale per come si dà nell’esperienza analitica.
Lacan, nella sua riflessione, che lo porta piano piano a sfondare il muro del significante, propone un altro tipo d’inconscio, non più strutturato come un linguaggio, ma che includa l’istanza del reale come “causa della ripetizione”,(6) quello che da alcuni commentatori dell’opera lacaniana viene isolato nella dimensione dell’Uno-tutto-solo.

È giusto dire che questa concezione dell’inconscio (reale) è stata solamente abbozzata da Lacan verso la fine del suo insegnamento, ed è stata riordinata e concettualizzata da Miller nei suoi corsi universitari. Per esempio nel Seminario Il Sinthomo Lacan parla proprio del “reale dell’inconscio”, e subito dopo precisa “ammesso che l’inconscio si reale”(7). Possiamo apprezzare in questo passaggio, forse, uno dei primi tentativi di stabilire un’equivalenza tra inconscio e reale.

Un inconscio evidentemente disabbonato dal senso. Il senso è situato da Lacan come il campo tra il registro immaginario e il registro simbolico, mentre il reale rimane fuori dal dominio del senso, ma anche distinto dall’asse immaginario. Il reale non è scrivibile e non è nemmeno dicibile e il soggetto si trova ad avere a che fare con questo indicibile e inscrivibile.

Lacan dice “È solo in quanto il reale è svuotato di senso, che possiamo coglierlo un po’.” Possiamo coglierlo solamente un pochino, quando lo vediamo sfuggire dal senso e dal sembiante.
Quello cui dovrebbe condurre la psicoanalisi, se prendiamo sul serio l’ultimo Lacan, è “una ex-sistenza ripulita dal senso”(8), perché “tutto quello che fa senso è sospetto”,(9) ha a che fare direttamente con la religione. Quindi una psicoanalisi molto lontana da un’ermeneutica, cioè un processo che ripari l’esistenza dall’insensato, piuttosto una psicoanalisi che si ponga a tutti gli effetti come un’anti-ermeneutica, che intende uscire dalle spirali dell’interpretazione.
In questo tornante mi viene in mente quello che Badiou (1)0 ha posto come il pericolo più insidioso per la psicoanalisi, la filosofia: la psicoanalisi deve sapersi sottrarre alla filosofia, il suo pericolo più proprio è rappresentato dalla filosofia, che rischia di trasformare la psicoanalisi in un’ermeneutica del senso, la cura in una “chiacchiera altezzosa”, dimenticando l’atto analitico.

Quindi la domanda che a questo punto mi sembra giusto formulare è: esiste un’interpretazione che “fallisce meglio” nel frequentare il reale? Di fronte a questo reale che non dipende per nulla dagli psicoanalisti, che però proprio per questo sono chiamati e tenuti ad affrontarlo.
E ancora, se la risposta alla precedente domanda fosse un secco “no”, se quindi l’analista disertasse sul piano della parola, in che modo è convocato a operare in una cura? In quale forma è messo in funzione il desiderio dell’analista?

Se in un tempo non molto lontano la specificità dell’analista era quella di interpretare, un analista era sicuramente colui che interpretava, tale proprietà oggi, lo abbiamo detto, è in dissolvenza.

Tra Freud e Lacan il posto dal quale opera l’analista in una cura è evidentemente cambiato: la prassi analitica ha mano a mano lasciato sempre più spazio a qualcosa che Lacan nel Seminario XV ha chiamato l’atto analitico, così che l’analista “non opera più a partire dalla sola significazione del fallo, sia per quanto riguarda il sintomo, sia per quanto riguarda il fantasma”(11).
Significa che se l’analista “interpretante” ha abbandonato la scena analitica, “dipende dal fatto che egli non contribuisce più, come faceva Freud, né a sostenere le identificazioni sessuali, né per le stesse ragioni, contribuisce a mantenere il significante Nome Del Padre, come chiave di volta del desiderio”(12).
L’atto analitico, nel magistrale intervento di Alex Pagliardini che trovate in questo volume, si può considerare come “un prendere posizione rispetto all’inconsistenza dell’Altro ed è un prendere posizione rispetto al reale”(13).
Giungiamo così a un modo di intendere la “procedura” psicoanalitica all’insegna del primato del reale, piuttosto che del simbolico. Una clinica del reale, una clinica del declino dell’interpretazione che passa dalla centralità della verità alla centralità del godimento: da una psicoanalisi che operava con il senso, cioè con la connessione, sia essa la connessione dell’associazione libera, tanto quanto la connessione dell’interpretazione, a una clinica della “sconnessione”. La clinica del reale opera intorno a “un taglio o a una sconnessione del rapporto del significante con il significante”, che è un altro modo per tradurre il matema lacaniano “S di A barrato”, che non significa nient’altro che non c’è “Altro dell’Altro”.
Una psicoanalisi che intende abolire il senso e la produzione dell”effetto di senso, per ritrovarsi sulla via del reale, “dove s’incontra l’Uno, che è il residuo della sconnessione”(14).
La seduta analitica non costituisce più un’unità semantica, un “delirio di senso” agganciato al Nome Del Padre, piuttosto un’unità a-semantica che riporta il soggetto all’opacità del proprio godimento.
Il risultato è una “nuova” psicoanalisi, dove “il godimento è il passato trascendentale del desiderio”(15), dove il celebre slogan lacaniano del “non c’è rapporto sessuale” è rovesciato nel “c’è solo del non-rapporto”(16), “c’è dell’Uno” sganciato dall’Altro e dalla negazione.

NOTE
1 J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, 2 voll., Einaudi, Torino 2002, vol. II.
2 Ivi, p. 637.
3 J.-A. Miller, L’orientamento lacaniano. L’inconscio reale, in La psicoanalisi, n. 47/48, Astrolabio, Roma 2010, p 208.
4 S. Freud, L’interpretazione dei sogni, in Opere, 12 voll., Bollati Boringhieri, Torino 1989, vol. 3.
5 J.-A. Miller, Il rovescio dell’interpretazione, in La psicoanalisi, n. 19, Astrolabio, Roma 1996, pp. 121 – 124.
6 R. Ronchi, Comprensione e ripetizione, in (a cura di) A. Pagliardini, I. Pelgreffi, La direzione della cura, Galaad, Giulianova 2017, p. 148.
7 J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII, Astrolabio, Roma 2006, p. 97.
8 J.-A. Miller, L’orientamento lacaniano. L’inconscio reale, cit., p 200.
9 Ivi, p. 197.
10 A. Badiou, Lacan, Orthotes, Napoli – Salerno 2016.
11 M.-H. Brousse, Note sull’interpretazione oggi, in La psicoanalisi, n. 19, cit., p. 138.
12 Ibidem.
13 A. Pagliardini, L’atto psicoanalista, in A. Pagliardini, I. Pelgreffi, La direzione della cura, cit., p. 187.
14 J.-A. Miller, L’orientamento lacaniano. L’inconscio reale, cit., p 199.
15 R. Ronchi, Gilles Deleuze, Feltrinelli, Milano 2005, p. 38.
16 Ibidem.

Come inizia e come finisce un’analisi? Che cosa è un sintomo? Come intendere e maneggiare il transfert? Che cosa è un atto? Chi lo compie? A partire dal testo di Jacques Lacan La direzione della cura e i principi del suo potere, filosofi e psicoanalisti si confrontano su alcune questioni fondamentali della pratica e della teoria psicoanalitica che necessitano, oggi più che mai, di essere rimaneggiate e attualizzate, in qualche modo persino forzate, verso una determinata direzione: quella del reale.
Il presente volume, oltre a perseguire e realizzare questo compito, apre a una domanda di carattere più generale sulla direzione, la cura e il potere: quale percorso intraprendere oggi in psicoanalisi e in filosofia, nelle nostre esistenze singolari e collettive?

Con i contributi di: Simona Bani, Alessandra Campo, Ivan Colnaghi e Pino Pitasi, Marco Gatto, Francesco Giglio, Federico Leoni, Franco Lolli, Vincenzo Marzulli, Mauro Milanaccio, Alex Pagliardini, Igor Pelgreffi, Chiara Tartaglione, Nicolò Terminio, Rocco Ronchi, Alessandro Siciliano, Francesco Vandoni

Nella Rubrica Saggi del Blog é disponibile la lettura del testo di Franco Lolli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensione di Alex Pagliardini a

cimattiFelice Cimatti,
“Il taglio. Linguaggio e pulsione di morte”
Quodlibet,
Macerata 2015

Da sempre l’immanenza è una questione filosofica delicata e per certi versi intrattabile, almeno per la filosofia. Negli ultimi decenni – non è qui importante definire quanti – il problema dell’immanenza è diventato, almeno per un filone minoritario della filosofia, il problema della filosofia – è diventato in sostanza un’urgenza a cui affrettarsi a rispondere. Chi fa filosofia – evidentemente sono pochissimi i filosofi a fare filosofia – per fare filosofia, deve occuparsi del problema dell’immanenza, deve maneggiare e frequentare il “clamore” dell’immanenza – detto altrimenti il reale della vita, il fatto che prima di tutto e dopo di tutto non c’è che «UNA VITA» (G. Deleuze, L’immanenza: una vita… in “Due regimi di folli e altri scritti”, Einaudi, Torino, 2010, p. 321). Una vita, «eccola l’immanenza, la completa aderenza della vita alla vita stessa, la tautologia che l’humanitas non riesce a sopportare» (Cimatti, p. 32). Occuparsi di questo problema, del problema di «una vita senza trascendenza, una vita che coincide senza resti con la vita stessa» (p.22). è il compito unico di chi decide di fare filosofia, di praticarla.
In questa direzione l’ottimo lavoro di Felice Cimatti, Il taglio. Linguaggio e pulsione di morte, (Quodlibet, 2015), è un libro di filosofia. Lo è non solo perché ha il grande merito di mettere all’orizzonte, dunque al centro, il problema dell’immanenza, definendola apertamente come l’unico e vero problema della filosofia, ma soprattutto perché fa ciò in modo non retorico ma legando il problema filosofico dell’immanenza alla vita materiale e superflua di ciascun essere umano, finendo così per intrecciare il problema dell’immanenza non a sterili sofismi ma al compito disumano per ogni essere umano di costruire, cioè accettare, l’immanenza della vita: «l’animale che parla deve imparare a smettere di essere proprio ciò che è, l’animale intrinsecamente scisso» (p. 127).
Il lavoro di Cimatti ha inoltre il merito di portare avanti tutto ciò con molto rigore e con una certa originalità, non mancando, per fortuna, di consegnare al lettore alcuni passaggi problematici. In quest’ottica un primo aspetto degno di nota risiede, a mio avviso, nella postura suggerita dall’autore. La filosofia per trattare il problema dell’immanenza deve “andare in analisi”, cioè deve interrogarsi interrogando la psicoanalisi come paradigma di una possibile pratica dell’immanenza. La psicoanalisi è quella pratica che ha costruito un processo attraverso il quale l’essere umano che vi si sottopone, quell’essere strutturalmente trascendente, cioè altro da sé che è l’essere umano, corre il rischio di diventare reale, cioè di coincidere con quel che è, una vita, una vita che prende corpo. Interrogarsi interrogando la pratica psicoanalitica, questa pratica nella quale al centro c’è un modo di diventare quel ‘c’è’, una vita, è l’unico modo che ha la filosofia per continuare a essere tale, o ricominciare a essere tale, ossia una pratica discorsiva che si occupa in modo incisivo e non retorico di come per l’animale che parla sia possibile «diventare, finalmente, un corpo» (p. 11).
In quest’ottica la psicoanalisi alla quale Cimatti si rivolge è una e solo una, quella che in vari modi – anche dissidenti come nel caso di Laplanche – si inscrive all’interno dell’insegnamento di Lacan. Questa e solo questa psicoanalisi è una pratica dell’immanenza. Altra psicoanalisi «ha fatto la sua scelta di campo, ha scelto la trascendenza» (p. 123).
Non è un caso dunque che nel maneggiare il problema dell’immanenza Cimatti non rinunci – questo è uno degli aspetti decisivi del suo lavoro – a uno dei gesti centrali dell’insegnamento di Lacan, uno dei gesti paradigmatici del primato strutturale della trascendenza nella vita umana. Si tratta del primato del linguaggio, ossia del fare dell’incidenza del linguaggio sull’essere vivente il fondamento stesso di quell’essere vivente che chiamiamo ‘essere umano’. L’essere umano è effetto dell’incidenza del linguaggio sulla propria vita, l’essere umano è affettato, è tagliato – ecco il taglio del titolo del libro – dall’incidenza, dall’impatto del linguaggio sul proprio statuto di vivente, e in quanto tale, cioè in quanto effetto e affetto dal linguaggio, l’essere umano è sia un essere separato dalla vita che vive, altro da sé, mancante, (ecco la trascendenza costitutiva) sia un essere abitato da un dispositivo – il linguaggio – che lo trascina sempre fuori di sé, lo porta e lo costringe sempre oltre se stesso (ecco la trascendenza costitutiva).
Cimatti non solo non rinuncia, ma non mette minimamente in discussione questo gesto – cosa che invece fa con forza e convinzione uno dei grandi filosofi dell’immanenza, cioè Deleuze – anzi con molta precisione argomenta nel dettaglio le ragioni di questo primato del linguaggio e sostiene, dunque rafforza, la posizione di Lacan, attraverso le tesi di autori spesso considerati distanti, se non incompatibili, con lo psicoanalista francese – su tutti Wittgenstein e Chomsky.
La tesi di fondo è dunque la seguente: 1) la condizione dell’essere umano è quella di sorgere tramite il linguaggio, dunque di essere nella e per la trascendenza; 2) dunque l’immanenza è qualcosa da conquistare da questo essere intrinsecamente trascendente; 3) perché questo compito di costruire e conquistare l’immanenza è così importante? Per vivere, sembra dire Cimatti.
Proprio analizzando con cura la concezione di Lacan di incidenza del linguaggio sul vivente, Cimatti ne coglie e mette in evidenza un aspetto peculiare e problematico, ossia che il linguaggio è la pulsione di morte: «la natura umana è segnata dalla pulsione di morte, che coincide con quella stessa facoltà di linguaggio che lo rende umano» (p. 69). Facendo leva su questa peculiarità Cimatti mette a fuco la sua particolare idea di costruzione dell’immanenza e sempre su questa peculiarità il suo lavoro ci lascia, per fortuna, un problema aperto.
Che significa affermare “il linguaggio è la pulsione di morte”? Si tratta di una tesi assurda? Siamo così abituati, anche e soprattutto nel “campo” della psicoanalisi, a intendere il linguaggio come ordine, razionalità, forma, e la pulsione come caos, forza, irrazionalità, che l’affermazione “il linguaggio è la pulsione di morte” ha tutta l’aria di essere un errore. Ma l’abitudine è malsana, e l’affermazione “il linguaggio è la pulsione di morte” è di grande importanza perché permette di separarsi da sterili dualismi e mettere in prospettiva l’omologia linguaggio-pulsione dalla quale trarre qualcosa di decisivo per intendere il problema dell’immanenza.
Il testo di Cimatti mette in prospettiva l’omologia linguaggio-pulsione dando grande rilievo, e sviluppando, una delle tesi centrali dell’insegnamento di Lacan, quella presente nello Scritto La lettera rubata: il linguaggio è la pulsione di morte perché innesta nell’essere vivente, finito, mortale, limitato, un dispositivo infinito, ripetitivo, acefalo, il linguaggio appunto, un dispositivo che proprio perché così costituito costringe questo stesso essere vivente oltre se stesso, oltre i propri limiti vitali e biologici, sempre altrove, senza fine – lo costringe oltre la vita, ecco la morte a cui allude il significante “pulsione di morte” (niente a che vedere dunque con la distruttività, la violenza ecc…).
Intendere l’immanenza senza rinunciare alla dimensione trascendente dell’incidenza del linguaggio e al contempo declinare questa stessa incidenza come omologa alla pulsione di morte, è a mio avviso la mossa decisiva del lavoro di Cimatti, mossa che ci consegna la sua versione particolare della costruzione dell’immanenza. Mossa che da un lato ribadisce un presupposto fondamentale, ossia che l’immanenza è qualcosa da costruire. Mossa che dall’altro lato indica il come di tale costruzione. Costruire l’immanenza è il compito per l’essere umano di uscire dal linguaggio attraverso il linguaggio. Ma l’omologia linguaggio-pulsione di morte permette di sostenere al contempo che non c’è uscita dal linguaggio verso l’alto – ossia nella costruzione di un linguaggio più abitabile per l’essere umano – e non c’è uscita dal linguaggio verso il basso – verso la dimensione pulsionale della vita, in quanto appunto la dimensione pulsionale è dell’ordine del linguaggio. Ecco allora che l’omologia linguaggio-pulsione di morte chiama in causa la psicoanalisi in quanto pratica paradigmatica di come Felice Cimatti intende la costruzione dell’immanenza, ossia la costruzione di un’uscita dal linguaggio attraverso il linguaggio. La psicoanalisi – una certa psicoanalisi, decisamente minoritaria – è quella pratica nella quale l’uscita dal linguaggio attraverso il linguaggio non avviene né verso l’alto né verso il basso ma nel – ecco il verso della pratica analitica – diventare corpo del linguaggio stesso. Questo è il punto: l’uscita dal linguaggio consiste nel divenire corpo del linguaggio (ed è qui che la questione dell’uscita attraverso il linguaggio assume tutta la sua portata).
Un’analisi è un’esperienza nella quale c’è il diventare corpo del linguaggio che permette il diventare corpo di chi vi si sottopone – l’analizzante. Proprio perché c’è un divenire corpo del linguaggio: «un significante che non parla più, ma che appare, che si impone come reale sensibile» (p. 112), c’è un divenire corpo del corpo, di un corpo che fa della «coincidenza con sé stesso la propria singolarità» (p. 132). In ciò consiste la costruzione dell’immanenza: «il compito assolutamente non trascendente di ogni essere umano» (p. 127).
Questa mossa decisiva del lavoro di Cimatti produce al contempo una questione, che mi limito qui ad accennare. L’insistenza sull’omologia linguaggio-pulsione e, di conseguenza, sul divenire corpo del linguaggio, non ci costringe a riconsiderare proprio lo statuto trascendente dell’incidenza del linguaggio? Portando alle sue estreme conseguenze l’omologia linguaggio-pulsione – ossia che la pulsione è il farsi corpo di un processo che non consiste che nel suo accadere, cioè il linguaggio, che poi in Lacan si chiama lalingua proprio per differenziarsi dal linguaggio come macchina di rinvio, dunque trascendete in sé, – non incontriamo forse il rovescio dello statuto trascendentale dell’incidenza del linguaggio? Non incontriamo cioè che il linguaggio non è che taglio e che l’immanenza non è che questo taglio in sé?

Prefazione di Alex Pagliardini al libro di
Nicolò Terminio, Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana,
Galaad Edizioni, 2016.

FREQUENTARE LACAN

Frequentare l’insegnamento di Lacan con assiduità – un’assiduità che può permettere a volte di frequentarlo fino a disfarsene – è un’esperienza considerata da molti, e non senza ragioni, faticosa, tortuosa, criptica. Detto altrimenti, e forse con più precisione, frequentare l’insegnamento di Lacan è un’esperienza impossibile, o quanto meno, per essere più cauti, è un’esperienza che ha a che fare con dell’impossibile.
Il testo di Nicolò Terminio ci conduce con cura – cioè con rigore e pazienza – all’interno di questo insegnamento, rendendolo meno impossibile. La cosa avviene con una certa originalità. Nei primi dieci capitoli vengono affrontate altrettante questioni dell’insegnamento di Lacan, tutte con estremo rigore – un rigore che Terminio cede a Lacan, ossia leggere con rigore Lacan rivela Lacan stesso come un teorico e un clinico rigoroso, a volte spietatamente rigoroso. Il libro rivela una particolarità che si coglie nella capacità dell’autore di lasciare spazio a Lacan, nello scrivere di Lacan – il che non significa lasciar spazio alle citazioni di Lacan. Ma l’originalità del testo, almeno della sua prima parte, sta in un altro aspetto, ossia nella capacità di coniugare il rigore non tanto e non solo con la semplicità – cosa non da poco per altro – ma con la forma breve. Qui Terminio da un lato sembra fare la scelta di scrivere ammettendo la possibilità di perdere del sapere – ad esempio scrivere in quattro pagine del desiderio dell’Altro significa aver deciso di non scrivere molto di quel che si sa sul desiderio dell’Altro e aver scelto un punto e solo un punto –, dall’altro sembra aver deciso di concedere qualcosa alla nostra epoca invece che ignorarla o contrastarla. Nella nostra epoca non si può stare in sospeso su niente, ci vuole un punto, una conclusione rapida e comprensibile. Terminio decide che la psicoanalisi, in particolare l’insegnamento di Lacan, può essere attraversata, con rigore, tenendo conto di queste determinanti della nostra epoca – ma lo si può fare solo se si è disposti a perdere qualcosa. Ciò non toglie che questa decisione presenti anche qualche insidia, in primis la trasformazione dell’insegnamento di Lacan in un insegnamento universitario, insidia che tuttavia questo libro riesce a schivare.
Di questi primi dieci capitoli, i passaggi decisivi mi sembrano due. Il primo è quello nel quale viene sottolineata la divisione interna all’inconscio, dunque il passaggio dalla divisione tra conscio e inconscio alla divisione interna all’inconscio stesso: «Se nel primo Lacan la distinzione tra le moi e le je, tra l’io e il soggetto consisteva nello scarto tra la dimensione dell’io della coscienza e il funzionamento linguistico dell’inconscio, nel Lacan del Seminario XI è lo stesso inconscio che trova una sua dipartizione, una nuova divisione: da un lato l’inconscio strutturato come un linguaggio e dall’altro l’inconscio come pulsazione» (infra, p. 75).
Proprio all’interno di questa divisione dell’inconscio sorge il grande problema del reale del godimento, vera e unica posta in gioco in un’esperienza di analisi, che non a caso è al centro di quello che mi pare essere il secondo passaggio decisivo della riflessione teorica di Terminio: «Una delle tesi principali a cui giunge Jacques Lacan consiste nel definire l’esperienza del reale come un incontro mancato tra l’Uno e l’Altro. La dimensione più intima del soggetto riecheggia nel rumore dell’autismo pulsionale e dell’erranza: c’è qualcosa che non partecipa al legame, che rimane fuori legame pur essendo il fondamento e il motore di ogni forma di relazione tra l’Uno e l’Altro. Il versante pulsionale dell’esperienza non si lascia mai metabolizzare del tutto dall’apparato del linguaggio: c’è qualcosa che sfugge sempre e che tuttavia è sempre presente: è l’Uno senza Altro. In tal senso la prospettiva lacaniana si contraddistingue per l’accento che viene posto sul non-rapporto tra Uno e Altro, un non rapporto che trova il suo fondamento in quel qualcosa che non si presta a entrare in risonanza con l’universo simbolico dell’Altro. C’è un’esclusione radicale che separa l’Uno e l’Altro, c’è un rapporto che l’Uno ha con sé che non è mediato, in cui non interferisce nessuna mediazione riflessiva, c’è un qualcosa che esiste indipendentemente da ogni possibile postura riflessiva sul proprio esserci. È di questo qualcosa che si parla in analisi: si tratta di un resto irriducibile al senso, c’è dell’Uno che non trova fondamento nel senso, che non rimanda a nulla se non a se stesso. In un’analisi si tratta allora di costruire non soltanto una trama narrativa che colleghi gli eventi e gli elementi decisivi per restituire un senso alla propria vita. In analisi risulta cruciale poter arrivare fino al punto in cui ciò che conta non è più il rilancio del senso, ma poter accogliere ciò che non ha senso. E ciò che non ha senso non si lascia maneggiare attraverso il saper dire, ma attraverso un saperci fare» (infra, pag. 93) – se dovessi scegliere un passaggio come testimonianza del lavoro di Terminio sceglierei senz’altro questo.
Il percorso teorico all’interno dell’insegnamento di Lacan sviluppato nei primi dieci capitoli ha come propria causa e al contempo come proprio fine la pratica clinica, in particolare la logica della pratica clinica. La seconda parte del libro è dedicata proprio a tale logica. Quattro punti mi sembrano particolarmente significativi.
Il primo è relativo al transfert. Con Lacan possiamo e dobbiamo dire che nell’analisi è solo il transfert che cura, non l’interpretazione, non la comprensione, non la consapevolezza.
Terminio nell’occuparsi del transfert mette l’accento su un punto decisivo, ossia che anche il transfert, così come il sintomo, così come il desiderio, così come l’amore, è attraversato da una divisione interna. Il transfert è da un lato apertura dell’elaborazione inconscia, della catena significante, dall’altro è chiusura della stessa, arresto della sua articolazione, ma – ed è qui che si vede come Lacan maneggia la divisione – tale chiusura-arresto è la presentificazione di quel che è fuori significante, irriducibile alla sua articolazione, il reale del godimento, reale che al contempo è la causa di tutto il movimento significante, dunque da ultimo anche del movimento di apertura del transfert stesso.
Il secondo punto è relativo alla logica del taglio della seduta. Tale logica ci deve permettere di capire, senza esitazioni, che non può esserci propriamente esperienza di analisi senza il taglio della seduta – il taglio della seduta non garantisce che ci sia psicoanalisi, la sua assenza garantisce invece che non ci sia psicoanalisi, cioè, per dirla con una battuta, che «non si va al tappeto».
Così Terminio entra nel merito della logica del taglio della seduta: «Il carattere pulsatile dell’inconscio, di questo inconscio dove situiamo il soggetto del desiderio, fonda la concezione clinica del tempo variabile della seduta: il tempo della seduta (il tempo dell’Altro – ovvero dell’inconscio strutturato come un linguaggio) viene articolato con il tempo del soggetto (l’inconscio come pulsazione), dove ciò che emerge non è soltanto la serie dei significanti maître, ma anche la posizione del soggetto in riferimento al desiderio dell’Altro. La gestione del tempo che fa l’analista (l’Altro del linguaggio) è un modo per indurre e sottolineare la posizione del soggetto in rapporto all’Altro del desiderio. Con il tempo variabile della seduta si vuole far emergere quel reale che si condensa nell’oggetto a, che è appunto quel versante dell’esperienza soggettiva che un analizzante tenta di elaborare in una psicoanalisi». (infra, pag. 155).
Il terzo punto è relativo all’interpretazione. Elemento della tecnica dello psicoanalista, di una tecnica che però non può più essere distinta dall’etica, l’interpretazione finisce per essere, secondo Lacan, l’atto con cui l’analista indica nel discorso dell’analizzante non il senso o i punti di densità del senso, non le connessioni o i legami nella e della sua storia, ma il niente, il nucleo di fuori-senso che abita il suo discorso e la sua storia, che risuona al loro interno, e che proprio per questo causa il proprio modo di desiderare e di godere, dunque il proprio sintomo.
Questo nucleo di fuori-senso è in fondo l’esigenza pulsionale del soggetto, la sua urgenza, e non a caso è in relazione a questa che Lacan colloca l’interpretazione: «l’interpretazione dev’essere presta per soddisfare all’interprestanza».
Il quarto punto è relativo alla fine analisi. Bisogna leggere bene gli ultimi tre capitoli di questo testo! Bisogna leggerli bene per cogliere il filo che intreccia in modo serrato la logica dei quattro discorsi, dunque la logica del discorso dell’analista, con la logica della fine analisi, dunque con la logica di tutta l’esperienza analitica. Solo se l’analista sa cestinarsi regolarmente, farsi ripetutamente scarto, l’analizzante può diventare quel che è – il che da un lato comporta il non poter più patire di quel che si è e dall’altro il non potersi più separare da quel che si è.
Mi sembra di poter dire che l’articolazione di questi quattro punti indichi il fondo che attraversa il lavoro di Terminio, fondo che nel testo «sale alla superficie, senza cessare di essere fondo», fondo che è il trauma del reale, la sua ripetizione, il suo impossibile trattamento.
L’insistenza di questo fondo mi sembra infine permetta di cogliere tra le righe del testo qualche risposta alla domanda insistente e insistita posta da Lacan: «come diamine un analizzante può aver voglia di diventare psicoanalista? È una cosa impensabile», domanda che non a caso intreccia la logica di fine analisi dunque, ripeto, di tutta l’analisi. C’è infatti, afferma Lacan, una soddisfazione che segna la fine analisi e «poiché dare questa soddisfazione è l’urgenza a cui l’analisi presiede, chiediamoci in che modo qualcuno possa votarsi a soddisfare tali casi di urgenza».

Due recensioni al libro di
Alex Pagliardini, Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale,
Gaalad Ed., Roma 2016:

L’intervista  di Felice Cimatti è uscita su “Doppiozero” il 24.7.2016

Di che si occupa la psicoanalisi? In particolare quella lacaniana? Si occupa del reale, è la risposta netta dello psicoanalista Alex Pagliardini, nel libro che ha da poco pubblicato con le edizioni Galaad: Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale. È una risposta non scontata, al contrario, perché il senso comune pensa che la psicoanalisi abbia a che fare soprattutto con parole e interpretazioni, con spiegazioni, con il senso “nascosto”; in sostanza con il linguaggio. No, la psicoanalisi si occupa invece del corpo. Ma di un corpo particolare, il corpo pulsionale. Lacan ci ha fatto comprendere che si diventa umani quando nel corpo di un piccolo mammifero entra il Simbolico. Fra simbolico e corpo comincia così una lotta all’ultimo sangue che non è sanabile, perché Homo sapiens coincide con questa lotta. Il reale del corpo, allora, è una condizione da conquistare, proprio perché il corpo umano, in quanto corpo simbolico/pulsionale, non è mai soltanto o esclusivamente corpo. Pagliardini segue questo movimento – dal simbolico verso il reale del corpo – attraverso dieci ricchi capitoli, che esplorano in dettaglio (talvolta anche nel dettaglio dell’analisi dell’autore) le forme che questo stesso reale assume, o può assumere, nelle nostre esistenze. Abbiamo pensato che il modo migliore per presentare questo lavoro fosse lasciare la parola all’autore, a partire da alcune domande che la lettura del libro aveva sollecitato.

Cimatti. Cominciamo con una domanda più generale: Jacques Lacan. Ti sarai fatto una idea del perché, in questi anni, e in Italia in particolare, Lacan sia diventata una figura così presente e discussa, sui quotidiani, in Tv, ma anche in diversi dipartimenti universitari di Filosofia, quegli stessi Dipartimenti che per tanti anni lo avevano dimenticato? Un ruolo decisivo l’ha svolto sicuramente Massimo Recalcati, che ha saputo portare Lacan all’attenzione di un vasto pubblico che, finora, l’aveva probabilmente percepito come troppo difficile, se non del tutto incomprensibile. E però forse c’è anche altro. Che ci dice, Lacan, proprio ora?

C’è qualcosa di decisivo in Lacan. Chi ha a che fare con la sua pratica, o più semplicemente con il suo insegnamento, lo avverte – prima o poi. In estrema sintesi direi che sono tre i vettori che scrivono il tratto del decisivo in Lacan. Il primo. Avere dimostrato che l’Io è una iattanza e, al contempo, che l’Altro – l’alterità, la differenza, ecc… – è un’impostura. Il secondo. Avere affermato, con sempre maggior convinzione, che la materialità dell’inconscio – dunque della vita per la psicoanalisi – sta nel fuori senso, e al contempo aver messo a punto una pratica clinica, una logica della direzione della cura, “tarata” sul fuori senso e sulla indispensabilità, per ogni analizzante, di stabilire con esso un rapporto singolare. Il terzo vettore. Avere intrecciato linguaggio e pulsione, simbolico e corpo, significante e godimento. Intreccio niente affatto dialettico. È il linguaggio a essere degradato, a essere ridotto a fracasso, a rumore. È il linguaggio che cessa di essere la casa dell’essere, che cessa di essere luogo della parola, che cessa di essere spazio della rappresentazione, per diventare marchiatura in atto del vivente, taglio in atto, ed è questa marchiatura in atto, questo taglio in atto a essere il godimento, la pulsione – qui va collocato, finalmente, il maneggiamento del problema dell’Uno dell’ultimo Lacan.  Il nostro tempo sta facendo risuonare questi tre vettori, ma, e qui è bene non equivocarsi, lo sta facendo attraverso una modalità tipicamente sintomatica, ossia attraverso l’orrore e il rifiuto. Proprio per quel che il nostro tempo sta facendo, ovviamente senza aver la benché minima idea di farlo, dei tre vettori di Lacan, per il modo sintomatico di trattarli, il nostro tempo invoca Lacan.

Cimatti. Il titolo del tuo libro mette insieme due concetti, a parte il nome di Lacan: sintomo e reale. Partiamo dal sintomo, che rimanda all’idea di una malattia, di un malanno che si rende manifesto attraverso, appunto, un sintomo. Qual è questa malattia?

Il titolo del libro viene da un passaggio del Seminario XXIII di Lacan: «Ho veicolato molte delle cose che vengono chiamate freudiane. Ma per quanto riguarda quello che chiamo il reale ho inventato, giacché mi si è imposto. Si tratta di qualcosa che posso dire di considerare né più né meno come il mio sintomo. È nella misura in cui Freud ha veramente fatto una scoperta che si può dire che il reale è la mia risposta sintomatica». Per certi versi l’intero libro non è che una spiegazione di questo passaggio. La coppia che tu proponi, malattia-sintomo, il sintomo come manifestazione di una malattia, è stata debellata da Freud, e Lacan ha continuato in tale direzione. Seguendo la direzione che tu proponi troviamo comunque un’altra coppia, trauma-sintomo. Il sintomo è l’effetto di una causa, causa che è il trauma. Sul trauma torneremo. Mi preme qui sottolineare un aspetto sul quale Lacan è decisivo. Il sintomo è un effetto, ma un effetto che è risposta alla causa e non conseguenza della causa. La causa non è un qualcosa che è accaduto, non è la combinazione di molti qualcosa, non è la storia di ciascuno, con i suoi intrecci e le sue dinamiche, che determinerebbe di conseguenza alcuni effetti. La causa per Lacan è una discontinuità in atto, una distorsione permanente della vita e nella vita di ciascuno. Il sintomo è il modo fisso in cui ciascuno risponde alla discontinuità della causa. Si tratta di una risposta fondata sul rifiuto della discontinuità della causa, si tratta cioè di una difesa, di un tentativo di incapsulare la discontinuità della causa in una strategia. Tale strategia è destinata al fallimento e a essere disturbata dalla discontinuità che essa cerca di incasellare. L’analisi deve permettere di operare una torsione del sintomo in modo tale da renderlo il modo fisso in cui ciascuno acconsente al farsi causare dalla discontinuità. A questo punto il sintomo diventa quel che Lacan chiama sinthomo. Il titolo corretto del libro sarebbe stato dunque Il sinthomo di Lacan. Ma è lui stesso a mantenere l’ambiguità tra i due termini, e lo fa per delle buone ragioni.

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L’avevo dimenticato, l’immagine della copertina, un fotogramma estrapolato da un film di Mario Schifano, Umano troppo umano… Una donna nuda sullo sfondo, in un letto ricoperto da lenzuola bianche, e un uomo in primo piano (Carmelo Bene), vestito, seduto sul ciglio del letto, che tiene in mano un giornale, una sigaretta in bocca, lo sguardo assorto. È un’allusione alla celebre frase di Lacan, “Non c’è rapporto sessuale”?
La foto di copertina sta per molte cose. In primis sta per il mio amore per Carmelo Bene. Ti confido che ogni tanto penso: “non sarebbe male carmelobenizzare la psicoanalisi”. Quando CB dice “se uno è il panico il panico non costa niente”, “se uno diventa l’abbandono non può più patire l’abbandono” dice qualcosa che la pratica della psicoanalisi – per come la intende Lacan, che poco ha a che spartire con altri modi di praticarla – ha al suo fondo ma tende a dimenticare. In generale in CB c’è una frequentazione rigorosa del fuori senso, dunque lì, per lo psicoanalista, c’è qualcosa da imparare. Un piccolo esempio. Se riguardi il suo primo film, Nostra signora dei turchi, in particolare il capitolo “Il monaco” – mi dispiace ma i dvd hanno i capitoli, addirittura ora si può trovarlo estratto su youtube – vedrai una delle più nette incarnazioni di quel che Lacan intende con lalangue. L’immagine, o meglio il fotogramma della copertina, si può senz’altro intendere come un’allusione al “non c’è rapporto sessuale”, cioè al celebre aforisma di Lacan. Questo purché lo si prenda, finalmente, in termini affermativi – CB è pura affermazione. Che cosa significa prenderlo in termini affermativi? Significa non “vedere” più nell’aforisma “non c’è rapporto sessuale” la mancanza di qualcosa, l’assenza di qualcosa, ma l’affermazione pura e secca di qualcosa. Affermazione di che cosa? Affermazione di un godimento che non si rapporta a niente, di un godimento che è pura affermazione – a essere precisi dunque non si tratta dell’affermazione di qualcosa ma dell’affermazione in sé – e che in quanto tale, cioè pura affermazione, non entra nel rapporto, non si dispiega nel rapporto, ma causa il rapporto e ogni rapporto. Non a caso Lacan per far valere l’aspetto affermativo e non negativo di questo aforisma lo sostituisce, o meglio lo integra, nell’ultimissima fase del suo insegnamento, con “c’è il non-rapporto sessuale!”.

Cimatti. L’altro concetto del tuo titolo è reale. Un concetto di moda, nell’economia – dopo la sbornia del capitalismo finanziario sono lì tutti a dirci di tornare all’economia reale (come se esistesse ancora …), nella filosofia, il nuovo realismo di Maurizio Ferraris – nella critica moralistica dei social media: tornare ai rapporti in carne e ossa, basta con il mondo virtuale! Con questi “realismi” tu non c’entri nulla. Qual è allora il reale di cui ci parli? Come lo incontriamo, questo reale?

Tutto il libro è dedicato al reale, è occupato dal problema del reale, ogni capitolo è una variazione di quell’unica variazione che è il reale, pertanto è difficile dirti sinteticamente di quale reale si tratta nel libro. Di certo si tratta del reale di Lacan. Stringendo il problema in modo un po’ drastico isolerei tre aspetti. Il primo. Lacan ha inteso per molto tempo il reale a partire e attraverso il simbolico, la formalizzazione, la logica del significante. Qui il reale è l’impossibile. Il reale nel simbolico e a partire dal simbolico è l’impossibile. Nell’ultima parte del suo insegnamento Lacan cerca di maneggiare il reale come tale, il reale in sé – se posso dire così – il reale a partire dal reale. Per intendere ciò maneggia e ci obbliga a maneggiare, l’incidenza de lalingua sul vivente, o meglio l’incidenza in atto, il taglio in atto che l’impasto lalingua-vivente è. Il reale in quanto tale sta da queste parti. Il secondo aspetto. La riflessione di Ferraris non ha niente a che fare con il reale di Lacan. Ferraris si occupa degli accadimenti e cerca di discernere in questi il fatto e l’interpretazione. Il reale di Lacan non ha niente a che fare con gli accadimenti ma con l’accadere, è l’accadere in sé! Il terzo aspetto. Nell’ultima parte del suo insegnamento Lacan ha spesso insistito sul fatto che un corpo è qualcosa che si gode, da non intendersi in modo riflessivo – “gode di se stesso” – ma in modo attualista – “sta godendo” – il che porta a dire che c’è un si gode che prende corpo – ripetutamente. Il reale come tale sta in questo si gode.

Cimatti. Usi parole molto dure contro le psicoterapie, perché sarebbero incapaci di incontrare il reale dei loro pazienti. Mi piace questa durezza, perché mette le cose in chiaro, soprattutto in un tempo in cui, nonostante tutto questo interesse per Lacan, la psicoanalisi è attaccata su tutti i fronti, come pratica troppo lunga, troppo costosa, senza basi scientifiche. Qual è la differenza fra psicoanalisi e psicoterapia?

Hai ragione, nel libro ci sono alcuni riferimenti alle psicoterapie. Però non mi interessano le psicoterapie, non me ne occupo, dunque neanche le critico. I riferimenti che hai notato sono delle battute. L’incipit del libro è una battutaccia: «la psicoanalisi deve toccare il reale, in caso contrario è una farsa, oppure, detto altrimenti, una psicoterapia». Con questo non voglio dire che le psicoterapie – tra le quali fra l’altro occorre annoverare quasi tutta la così detta psicoanalisi – non siano efficaci, che non permettano alle persone che vi si sottopongono di stare meglio, di risolvere dei sintomi, di superare dei problemi. Ci mancherebbe altro! Ma non è questo il punto. Dico molto semplicemente che una psicoterapia – ripeto, qui includo quasi tutta la psicoanalisi – non può toccare il reale, maneggiare il reale, trattare il reale, non per incapacità, non per mancanza di mezzi, non per dei limiti, ma proprio perché è finalizzata, strutturata e concepita affinché il reale non sia in atto nella terapia e nella vita. Detto bruscamente: trattare il reale è l’etica della psicoanalisi, evitare il reale è la morale della psicoterapia. Frequentare e installarsi nel fuori senso è la logica e l’esito di un’analisi, dare senso al fuori senso è la logica e l’esito di una psicoterapia. Per questo le psicoterapie non sono altro che forme moderne di religione, ossia tentativi di dare senso al fuori senso. Per me, come mi è capitato di scrivere recentemente, “fuori senso c’è qualcosa di inestinguibile da frequentare”. Per questo cerco di occuparmi di psicoanalisi e mai di psicoterapia.

Cimatti. Il primo incontro con il reale, nel primo capitolo del tuo libro, è quello del trauma. Il trauma di cui ci parli non è un evento che capita a qualcuno, e a qualcun altro no. Il trauma è il fatto stesso di venire al mondo. L’essere umano ha a che fare con il trauma. Chi ci leggerà penserà che tu stia esagerando, che vedi il mondo con gli occhi dello psicoanalista, e che vedi dovunque quello che ascolti dai tuoi pazienti. In che senso, allora, il trauma ha a che fare anche con chi non è mai andato da uno psicoanalista, e non pensa di andarci mai? Perché il trauma ci riguarda tutti?

Il primo capitolo è dedicato al trauma. Tutto il libro è dedicato al trauma. Attraverso la logica della fine analisi cerco di interrogare e intendere il trauma in sé, ossia: che cosa è il trauma prima che ci sia qualcosa o qualcuno per cui è traumatico – tutto il libro interroga il trauma, il godimento ecc… non a partire da che cosa è ciò per qualcuno ma a prescindere da questo qualcuno. Siamo soliti intendere il trauma come la rottura, la scissione, la frattura, di qualcosa, cioè dell’Io, del mondo relazionale, della soggettività. Lacan cerca di intendere il trauma come rottura in sé, scissione in sé, frattura in sé – dunque non di qualcosa che già c’è. La cosa lo spinge a intendere il trauma non come qualcosa di accaduto ma come quel che sta sempre accadendo. Il trauma non è una scissione accaduta nel soggetto e che si sta ripetendo, ma è una scissione sempre in atto di cui il soggetto non è che un tentativo di risposta. L’analisi è quella pratica che deve permettere la separazione tra il trauma in sé, il trauma sempre in atto, e le manifestazioni e fissazioni empiriche e fantasmatiche del trauma. Separando il trauma in sé dai vari traumi empirici-fantasmatici, l’analizzante da un lato si può staccare dai vari traumi e dalle loro fissazioni – avendo colto che questi non sono che modi per trattare e negare il trauma in sé – dall’altro ha l’occasione, o meglio la necessità, di stabilire un altro rapporto con il trauma in sé. Questo altro rapporto con il trauma in sé è la vera posta in gioco di ogni analisi. Tornando al merito della tua domanda, seguendo questo ragionamento occorre dire che il trauma non sta nel venire al mondo, ma che venire al mondo è un effetto del trauma. Il trauma sta nell’incidenza de lalingua sul vivente, o meglio nel loro incessante essere in atto. Ogni soggetto sorge, viene al mondo, come risposta a questa incidenza in atto, scissione in atto, taglio in atto che è il trauma.

Cimatti. Un altro incontro con il reale è quello dello sguardo, a cui dedichi un altro capitolo del tuo libro. C’è molta confusione, a proposito di questa faccenda dello sguardo, perché si crede che abbia a che fare con la videosorveglianza, con la miriade di videocamere che riprendono dovunque le nostre vite, con lo sguardo anonimo che controlla i nostri spostamenti sui social networks. Lo sguardo di cui parli tu non è questo, o meglio, non è solo questo. È uno sguardo che ci portiamo dentro. Noi siamo quello sguardo, il che riporta alla questione del trauma. Allora, qual è il reale dello sguardo?

L’oggetto sguardo ha un ruolo importante nell’insegnamento di Lacan, in particolare all’interno del processo di formalizzazione dell’oggetto piccolo a. In primis per far intendere che l’oggetto piccolo a non è qualcosa di concreto, non è un qualcosa, ma un taglio nel campo dell’Altro nel quale il soggetto è dispiegato – l’oggetto sguardo è dunque un taglio, una spaccatura, nel campo visivo e del campo visivo, campo (Altro) nel quale il soggetto della visione è implicato. Lacan nel Seminario XX arriva a dire che l’oggetto piccolo a non è che un sembiante rispetto al reale, il che non vuol dire che non sia importante, ma vuol dire semplicemente che l’oggetto piccola a presentifica il reale nel simbolico e non il reale come tale. La riflessione di Lacan sull’oggetto sguardo contiene un altro elemento molto significativo, sul quale nel libro ho posto l’accento. Nell’incontro con l’insorgenza dell’oggetto sguardo nel campo visivo, cioè il campo dell’Altro dove è implicato il soggetto della visione, il soggetto si ritrova a essere ridotto a oggetto sguardo, questo significa che si ritrova annullato come soggetto della visione – da intendersi sia nel senso classico, cioè del punto di vista, sia nel senso fenomenologico, cioè di soggetto preso nella visione, il che è compatibile con il soggetto preso nel campo dell’Altro, il soggetto diviso. Dunque Lacan lavorando l’oggetto sguardo non solo va al di là – o meglio al di qua – del soggetto classico ma anche del soggetto diviso di cui lui stesso ha parlato, e si ritrova a incontrare il soggetto come tale, ossia il fatto che il soggetto come tale non è soggetto ma oggetto, oggetto da non intendersi come entità passiva, ma come taglio nel simbolico o, detto altrimenti, come esigenza pulsionale. Infine la riflessione sullo sguardo permette a Lacan di ribadire con forza una nuova topologia, nella quale non ha più ragion d’essere la distinzione tra spazio interno e spazio esterno, tra dentro e fuori – insomma non ha più ragion d’essere la psicologia. Per dirla in modo spicciolo, quando guardo un quadro come soggetto dell’inconscio non solo sono nel quadro – come Io sono esterno dal quadro, ma abbiamo appunto detto che con l’Io è il caso di farla finita – ma propriamente sono nel quadro come taglio, cioè come oggetto, come porcheria.

Cimatti. Il Lacan oggi più diffuso e discusso in Italia è quello di Massimo Recalcati. Ti riporto un passo esemplare della sua lettura di Lacan, che prendo dal suo Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione (Cortina): «Lacan pensa che la psicoanalisi contenga una promessa di liberazione. Quale? Non certo quella che offrono il cinismo narcisistico o la perversione ipermoderni. Non certo quella falsa liberazione del desiderio dissociato dalla Legge della castrazione, del godimento dell’Uno separato dal legame con l’Altro, del godimento che inseguendo compulsivamente il miraggio del Nuovo ripete sempre la stessa insoddisfazione». È il Lacan della Legge, dell’Altro, un Lacan critico di questa modernità. Per un verso è difficile dare torto a Recalcati, però leggendo il tuo libro mi sono fatto l’idea che il ‘tuo’ Lacan sia più solitario, meno comunitario, meno preoccupato dalla Legge, più corporeo. A un certo punto scrivi che il compito che ha ciascuno di noi è “inventare il suo reale”. Qui l’altro non c’è più. Mi sembra che questo Lacan sia, per certi versi, più scomodo di quello di Recalcati. Qual è, allora, il tuo Lacan?

Una risposta sincera a questa domanda è “passo!”. Ma non mi voglio sottrarre del tutto. Trovo divertente la circolazione in vari contesti di questo Due, il Lacan di Recalcati-il Lacan di Pagliardini. In tutta franchezza non posso che trovarlo lusinghiero nei miei confronti – potrei anche dirti che esiste il Lacan di Recalcati mentre non esiste il Lacan di Pagliardini, ma ciò mi obbligherebbe a non risponderti. Diciamo che prendo questo Due come un gioco – anche se Syd Barrett proprio nel salutare e nel venir salutato dai Pink Floyd si chiedeva appunto “che cosa è esattamente un gioco?”. Prendo la tua domanda come un invito a giocare e in tal senso rispondo. Sarò un po’ grossolano e un po’ ingeneroso con entrambi. Un solo punto. Mi sembra ci sia tra me e Recalcati un modo diverso di leggere la teoria di fine analisi, il che risuona inevitabilmente in altri aspetti della teoria e della pratica di Lacan – in particolare nel modo di intendere l’Uno. Recalcati mi pare intenda, con Lacan, la fine analisi come assunzione della castrazione e dunque del proprio desiderio – non c’è niente di più difficile che assumere il proprio desiderio ricorda spesso Lacan – e dunque del godimento implicato nel dispiegamento del proprio desiderio, del proprio slancio, della propria ricerca, della propria vocazione. Io tendo a leggere, con Lacan, la fine analisi come assenso incondizionato all’accadere che è il godimento, al taglio che è il godimento, alla pulsazione che è il godimento – il che comporta, per dirla tutta, un certo “farla finita con il desiderio”. Per di più Recalcati interpreta Lacan da vari punti di vista, uno dei più importanti è la costituzione del soggetto – non a caso il suo secondo volume Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica, che a scanso di equivoci considero un testo eccezionale, in particolare le parti sul transfert e la direzione della cura, inizia con un ampio capitolo su “il bambino lacaniano”, cioè sulla genesi della soggettività. Dal canto mio tendo a leggere Lacan quasi esclusivamente da un unico punto di vista, quello della fine analisi – indubbiamente questo è un limite.

Cimatti. Un tema estremamente interessante è quello della posizione femminile, la donna che è non-tutta dice Lacan. La fine analisi, se ho capito bene, coincide con la possibilità da parte di ciascuno di noi di assumere questa posizione. Qual è, allora, questa posizione, e perché sarebbe l’esito auspicabile dell’analisi? Ha qualche cosa a che vedere con il divenire-donna di Deleuze?

Nel capitolo Sul non-tutto ci sono delle difficoltà, alcune cose le cambierei. Non cambierei invece, anzi la ribadisco con convinzione, la demarcazione netta che ho tracciato tra il paradigma non-tutto e il paradigma tutto-eccezione. Spesso si intende con non-tutto, capita frequentemente anche tra i lacaniani, un sistema, un funzionamento, attraversato da un’eccedenza irriducibile al funzionamento e al sistema, da un’eccedenza che fa eccezione. Dunque la tendenza è quella di intendere il non-tutto come un tutto-eccezione. Il non-tutto non indica un sistema, un funzionamento, attraversato-abitato da un’eccedenza che in quanto tale fa eccezione al funzionamento rendendolo incompleto e mancante – qui con funzionamento possiamo intendere, ad esempio, quel particolare funzionamento che per Lacan è il soggetto dell’inconscio. Questa logica di funzionamento non indica la logica del non-tutto in quanto è del tutto compatibile con il paradigma tutto-eccezione, all’interno del quale appunto ogni sistema-funzionamento è alimentato e sostenuto da un’eccedenza interna, da un’eccezione fondativa e necessaria.
Il non-tutto, lo dico in modo rudimentale, è un non-funzionamento, da intendere non in chiave privativa, ossia manca il funzionamento, ma in chiave affermativa, ossia l’essere alle prese, finalmente, non con un funzionamento ma con un accadere, con un atto. Seguendo questa linea ci ritroviamo alle prese con il godimento femminile, per certi versi la sostanza di questo non-tutto. L’errore a cui accennavo, ossia intendere il non-tutto come un tutto-eccezione, dà vita a un altro errore, quello di intendere il godimento femminile come supplementare a quello maschile-fallico, che eccede quello maschile-fallico. Concepire il godimento femminile in questi termini significa intenderlo sempre a partire dal godimento maschile-fallico, eccedente questo, supplementare a questo, ripetendo in sostanza lo schema della logica tutto-eccezione, dunque leggendo il godimento femminile attraverso la logica maschile – siamo qui alle prese con un godimento femminile sempre tarato e definito attraverso e per mezzo del godimento maschile-fallico.
La riflessione di Lacan sul non-tutto ci obbliga invece a concepire il godimento femminile in sé, cioè al di fuori della misura fallica, al di fuori della logica maschile tutto-eccezione, funzionamento-eccedenza. Ci obbliga per di più a radicare in questo godimento la concezione stessa del godimento, a capire che in sostanza il godimento in sé, il reale del godimento – non l’immaginario e il simbolico del godimento – è il godimento femminile in sé. Il godimento femminile in sé va così inteso come godimento Uno e non più come godimento Altro, termine che definisce il godimento femminile ancora a partire dal godimento fallico rispetto al quale appunto quello femminile sarebbe Altro.
L’analisi deve permettere – obbligare? – a ogni analizzante di trovare il modo – modo che non è che uno scarabocchio, un tic, ed è qui che il modale di Deleuze è prezioso, che il divenire donna, il divenire musica, il divenire impercettibile ecc… di Deleuze è fondamentale per intendere di che cosa si tratta in questo “modo” – per farsi prendere da questo godimento in sé, da questo godimento femminile. Mi chiedi per quale ragione ciò sia auspicabile. In effetti non so se sia auspicabile. Quello che posso dirti è che dedicare la vita a far “rientrare” la vita, il suo accadere, che è del non-tutto, nel funzionamento tutto-eccezione è una grande fatica, costa troppa fatica. Allo stesso tempo dedicare la vita a far rientrare il godimento in sé – cioè il godimento femminile, il godimento Uno – nel godimento fallico e nelle sue eccedenze, è troppo faticoso. Come dice Lacan nel Seminario XI, fino a un certo punto è proprio questa troppa fatica l’unica cosa che giustifica la logica dell’analisi e il suo esito. All’interno di questo ragionamento Deleuze è fondamentale. La sua pratica filosofica è costantemente all’insegna del non-tutto ed è una lucida demolizione dell’aspetto poliziesco di ogni logica maschile. Deleuze è poi fondamentale per intendere la psicoanalisi come pratica di produzione dell’inconscio – e non come pratica di conoscenza dell’inconscio.

Cimatti. Ancora sulla fine analisi. Insisto su questo punto perché mi sembra che abbia molto a che fare con la nostra condizione: da un lato, scrivi, il fine analisi ha a che fare con la “necessità del sacrificio”, dall’altro, però, ha anche a che fare con la possibilità di “accedere al godimento”. Il primo elemento puzza di sacrestia (una sacrestia che ultimamente mi sembra sempre più affollata, pensa a Bertinotti che dice che il “dialogo con chi ha una fede può essere la scintilla che ridà speranza”; un comunista che spera di trovare ispirazione nella fede?), il secondo mi piace di più. Come fanno a stare insieme?

La logica di fine analisi incentrata sul desiderio – siamo qui in un’etica del desiderio – implica la rinuncia al godimento assicurato – quello del fantasma, che dunque è bene chiamare assicurato e non immediato – per incontrare un godimento proprio e contingente nel dispiegamento del desiderio. Nel libro affermo in molti modi che in Lacan c’è un’altra variazione della fine analisi e dunque dell’etica, una fine analisi incentrata sul godimento, dunque un’etica del godimento – un fine analisi, come detto, dell’assenso al taglio in sé, al marchio in sé, che è il godimento. Ci tengo molto a dire, e nel libro lo faccio più volte, che le due logiche e dunque le due etiche non vanno messe in contrapposizione, ma che la prima sia in funzione della seconda – direi quasi propedeutica – e non viceversa. Per dirla in soldoni: per acconsentire al reale del godimento occorre aver rinunciato al legame con il godimento assicurato, tanto più un analizzante si è separato dal godimento assicurato, tanto più ha rinunciato a questa posizione, tanto più potrà farsi prendere dal godimento in sé. Dunque a mio avviso le due cose stanno insieme in un modo molto semplice – la psicoanalisi di Lacan sa essere molto semplice!

Cimatti. Ma che cos’è, per finire, il Momlo-Domlo?

Trovo interessante il fatto che tu mi stia ponendo sempre la stessa domanda! Momlo e Domlo non significano niente. Non solo non significano niente in generale, ma non significano niente neanche per me. Sono delle lettere precipitate nella mia analisi che hanno scritto il “mio” assenso al godimento in sé, al reale del godimento.

 

LACAN A ROVESCIO di Alessandro Siciliano

Recensione al libro di Alex Pagliardini, Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale, Gaalad Ed., Roma 2016. (Da : http://www.psychiatryonline.it/node/6196 )

È diventata consuetudine, nel campo della psicoanalisi lacaniana, scandire diversi momenti dell’insegnamento dello psicanalista parigino individuando un primo Lacan, un secondo Lacan, un ultimo Lacan. Già Jacques-Alain Miller, nella postfazione al Seminario XVII, proponeva di pensare a un “Lacan contro Lacan”, un Lacan che si apprestava a rovesciare tutto il suo insegnamento precedente.[1] Questa esigenza di nominare diversi Lacan scaturisce dalla sua stessa opera, fatta di contraddizioni, di paradossi, di diritti e rovesci.

Il rovescio della psicoanalisi è un’operazione che Lacan ha sempre tenuto in attenta considerazione, fin dagli anni ’50 quando, nel testo Intervento sul transfert, inquadrava – sebbene quello fosse un Lacan molto più intriso di dialettica – il caso di Dora secondo una serie di «rovesciamenti dialettici».[2] Il rovescio del concetto, del significante, del discorso, è una regola fondamentale della psicoanalisi lacaniana, informata dalla tripartizione dell’esperienza umana nei registri del Reale, del Simbolico e dell’Immaginario.
In Italia, negli ultimi anni, ha riscosso un  grande successo il Lacan teorico del desiderio, della potenza generativa del desiderio, del legame con l’Altro e del ripiegamento patologico e mortale del godimento senza Altro. Si è consolidata così, con quella stessa potenza desiderante oggetto della teoresi lacaniana, una certa lettura di Lacan – primato del simbolico, funzione dell’Altro, dialettica del desiderio – , il Lacan della necessità strutturale dell’Altro come antidoto al godimento autistico.
Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale, ultimo lavoro di Alex Pagliardini, è un testo che tenta di indagare il rovescio di questo Lacan più noto tramite uno studio dettagliato e attento dell’ultima fase del suo insegnamento. Dieci capitoli per dieci incontri con il reale.
“Incontrare il reale” è la traccia insistente, ripetitiva, martellante che attraversa tutto il lavoro di Pagliardini. Viene da chiedersi cosa significhi incontrare il reale, dacché sappiamo che l’essere umano, per Lacan, si trova nell’impossibilità strutturale di accedere, di incontrare il reale. L’essere umano abita la realtà, una realtà che è dell’ordine del significante e il significante è un sistema di articolazioni, rinvii e retroazioni, metonimie e metafore. La realtà umana, già per Freud, è fatta di rappresentazioni di cose e di parole, che distanziano l’uomo dal reale, imponendo una divisione strutturale. Il nome, il significante, uccide la cosa per simbolizzarla nella dimensione propriamente umana del linguaggio, dunque del desiderio, dunque dell’Altro. Significante, simbolico, mancanza, desiderio, Altro sono i termini fondamentali che inquadrano un versante della psicoanalisi lacaniana, di cui il testo di Pagliardini propone e indaga, come dicevamo, il rovescio.
Dopo un primo lungo lavoro sulla logica del significante e su come sono presi e articolati in tale logica soggetto, desiderio e godimento, Lacan prende alla lettera l’idea che il linguaggio faccia corpo, che il corpo umano sia costituito, segnato, marchiato dal significante, ma in maniera tutt’altro che simbolica, «da non intendersi per nulla come metafora»[3]. Dice Pagliardini: «l’altro versante del significante è caratterizzato invece dall’essere sempre in atto come rovescio di questo e di esserlo nella “forma” alluvionale di un ammasso di elementi sparsi, come corpo sonoro, “corpo contundente”» (p. 45). Il campo d’indagine di Pagliardini è dunque questa altra, problematica, faccia del significante.
Sempre in atto, corpo sonoro, contundente, sono le caratteristiche del significante nella sua materialità, nei suoi “effetti reali” sulla vita. Lungi dall’elidere la funzione classica di rinvio ad Altro, questo aspetto reale del significante riguarda non tanto il che cosa è – dunque il rimando a un altro significante e così via lungo la catena – , quanto piuttosto il suo che è, «incessante ripetizione della materialità del significante […] corpo sonoro, materialità dispersa, sempre in atto in ogni articolazione significante e sulla cui cancellazione ogni sistema significante si fonda» (p. 304). Materialità irrompente e sempre in atto, sulla cui cancellazione si fonda l’operazione umana-nevrotica di costituzione di un Altro, con cui dialettizzare il lavoro del senso, in cui dispiegarsi come significazione in risposta al senza-senso dell’impatto del significante sulla vita. Linguaggio che gracchia, ammasso di elementi sonori che muovono la carne, il brusio di cui ci parla lo «studente di lingue schizofrenico» Louis Wolfson.[4]
Ne consegue una teoria del trauma che, per il Lacan di Pagliardini, non riguarda la storia, non riguarda l’empirico ma consiste nell’impatto sempre in atto, senza ragione e fuori senso, del significante sulla vita. Significante che, dal Seminario XVII in poi, diventa esso stesso conduttore di godimento. Se fino a un certo punto siamo stati abituati a pensare lacanianamente il godimento come proibito, interdetto dall’azione del linguaggio, dal taglio che il significante opera sul vivente – e lungi dall’annullare tutto ciò – , con il Lacan del Seminario XVII assistiamo a un riassestamento degli elementi in campo, tale per cui significante e godimento vengono colti nella loro sincronia, essendo il significante stesso «conduttore di voluttà», mezzo di godimento, o meglio ancora «apparecchio di godimento».[5] Il trauma sarebbe allora non tanto qualcosa di positivo, di empirico, ma piuttosto l’impatto costante con il godimento, con il corpo che si gode – un godimento che, dobbiamo specificare, non ha niente a che vedere con il godimento fallico, con il registro della contabilità. L’Altro può essere traumatizzante solo nella misura in cui c’è un corpo che si gode da solo, autisticamente, che gode di sé stesso. L’incontro traumatico è dunque, prima di ogni altra costruzione, l’incontro con il godimento sempre in atto che si è, il ritrovarsi ridotti al corpo che gode.
Due versanti del significante, dunque due versanti del soggetto. Come dice Lacan, nelle bellissime pagine di Lituraterra: «In altri termini il soggetto è diviso come dappertutto dal linguaggio, ma uno dei suoi registri può soddisfarsi con il riferimento alla scrittura e l’altro con la parola».[6] Soddisfarsi della scrittura significa diventare scrittura, diventare marchio, prodursi come lettera, come conduttore significante di godimento. Significa spingere la vita contro il linguaggio per giungere a quella «erosione dilavante»[7] che è il godimento quando il sembiante si incrina. Se un versante del significante riguarda la costituzione del registro del simbolico, l’altro versante riguarda la costituzione del registro del reale, ora fortemente implicato al significante stesso.
Dal significante come Altro, come rimando ad Altro, al significante come Uno; questo il solco in cui si muove il lavoro di Alex Pagliardini. Che cosa può essere l’Uno, in psicoanalisi? Cosa significa intendere il significante come Uno? Siamo al livello – con Lacan lo siamo sempre – dell’impatto del significante col vivente. L’effetto di tale impatto è, lo abbiamo detto, un doppio effetto: qualcosa si articola nella catena significante, entra nella macchina significante che produce, nel suo slittamento continuo, mancanza-a-essere, desiderio, senso, ma al contempo qualcos’altro non è preso nella significazione. Questa la tesi classica, qualcosa è dentro, qualcos’altro è fuori. Lo sforzo di Lacan nel Seminario XIX – seminario di cui Pagliardini segue fedelmente la traccia, restituendone tutta l’enfasi con uno stile fruibile ma al contempo perentorio – consiste nell’accostare questi due effetti del linguaggio per arrivare a rompere il dualismo dentro-fuori e concepire l’impatto tra significante e vivente come momento sempre in atto di costituzione di un grande Altro, a cui ogni parlante si riferisce, che risponde al trauma che questo stesso impatto, in quanto Uno senza Altro, è.
Non si tratta qui, è bene precisarlo onde evitare di fare scandalo al lettore frettoloso, dell’Uno immaginario – «l’Uno della completezza dell’unità, della consistenza immaginaria, della pienezza della monade, della compattezza dell’identità» (p. 343). Quando Lacan, nel Seminario XIX, ripete insistentemente “C’è dell’Uno”, si riferisce (possiamo dire “si fa segno di”?) all’Uno reale, all’immanenza assoluta del significante, alla materialità senza senso che ogni significante porta con sé. Così Pagliardini: «Allora, quel che di nuovo aggiunge questo ribaltamento è che questa materialità e ripetizione del significante come Uno dà vita, è, un Uno-tutto-solo. Uno-tutto-solo che non si conta e che non è contabilizzabile, cioè che non è contato come quello che non conta, come eccezione. […] Uno-tutto-solo che è semplicemente il c’è del significante, e che proprio in quanto tale non partecipa al conto, alla distribuzione, all’articolazione, nemmeno come eccezione e nemmeno come supporto materiale elementare». (p. 348)
Una raffinata clinica delle nevrosi fa da trama al testo. In tale ottica, la manovra nevrotica consiste nell’istituire un Altro che renda ragione di questo godimento sempre in atto. Il soggetto nevrotico inorridisce di fronte a questo godimento sempre in atto, di fronte alla contingenza, all’immediato e «costruisce l’Altro, si dedica e si lega all’Altro affinché l’Altro si occupi di questo godimento, affinché l’Altro regoli questo godimento». (p. 284) Nell’ultimo capitolo del testo, Sulla fine di un’analisi, in cui l’autore riporta alcuni frammenti della propria analisi personale, la teoria viene applicata alla clinica: «Si tratta di staccare, di estrarre il godimento del trauma dalla manovra con la quale lo si incastra nell’Altro, e incontrarlo come tale, come godimento Uno» (p. 361). Nell’ambito dell’analisi, quanto più assumo che c’è castrazione, che c’è mancanza, vale a dire, che non c’è godimento pieno, che non c’è un modo di godere (leggasi “sintomo”) che risolva il problema dell’impersonalità e dell’essere senza senso del godimento stesso, quanto più assumo che non sono padrone del mio desiderio, ma piuttosto, che a questo desiderio sono “appeso”, tanto più potrò accettare e farmi responsabile del godimento senza Altro, del godimento che in ogni momento mi disturba, mi prende da dietro, che non ha nessun senso ma che solo accade, del godimento che è assoluto in atto.
E’ infine preciso Pagliardini, quando sgombra il campo da qualsiasi equivoco moralizzante. Il lettore nevrotico non ha di che inorridire, dal momento che non si tratta qui di «un elogio del godimento senza limiti, indifferente all’Altro». Al contrario, dice l’autore, ciò che emana da una tale lettura è «un’etica dell’incontro con un altro». «Solo dopo aver acconsentito al che c’è del godimento – come detto, acconsentire significa dire di sì al che c’è e decidere la piega che prende nella propria vita – è possibile incontrare un altro, amare un altro. Prima di questa decisione, ogni altro che si incontra, tutto quel che si fa per l’altro, con l’altro, senza altro, è al servizio dell’operazione nevrotica di regolazione-allontanamento del farsi del godimento». (p. 289)
Lavoro rigoroso e al contempo ricco di momenti soggettivi e originali, Il sintomo di Lacan indica una direzione, una psicoanalisi tutta ancora da pensare e da formulare, una psicoanalisi sicuramente del reale, come non può non essere, ma che faccia i conti con il reale del godimento a partire dal godimento stesso. Dopo aver studiato a lungo i rapporti del simbolico col reale, si tratta ora di provare a indagare i rapporti del godimento col godimento: «Potremmo dire che fino ad ora Lacan ha interrogato il rapporto che il soggetto ha con Dio – ci crede in Dio? – ora inizia a interrogare il rapporto che Dio ha con se stesso – “Dio crede in se stesso?” (p. 160)
[1]  Jacques-Alain Miller, La psicoanalisi messa a nudo dal suo celibe, in Jacques Lacan. Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi. 1969-1970, Einaudi, Torino 2001.

[2] Jacques Lacan, Intervento sul transfert (1951), in Scritti, 2 voll., Einaudi, Torino 2002, vol. 1.

[3]  Id., Radiofonia (1970), in Altri Scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 405.

[4] «Per una qualche ragione, una canzone popolare che sua madre suonava frequentemente era Good Night Ladies (goud, u aperta e breve, naït, monsillabico con i aperta, breve e debole; lédis o piuttosto leidis, l’accento tonico è, naturalmente, sulla prima sillaba, e le i sono aperte e brevi e quella del dittongo, che è dunque cadente, è debole), che significa buona notte signore; e in particolare la parola ladies (anche, = femmine, donne), anche se si usa in tedesco, in francese, ecc., irritava lo studente schizofrenico, saltando nella sua testa in quasi tutte le frasi del pezzo. E davvero, nonostante le dita infilate nelle orecchie con forza, la melodia gli perforava il cranio, particolarmente dall’osso temporale (direttamente dietro il padiglione auricolare e la via usata per certi apparecchi uditivi), fino al cervello malato, facendo vibrare forse, letteralmente come un insieme, come un sol blocco, la scatola cranica se non anche quest’organo delicato e afflitto ch’era il suo cervello, perché il suono, emanando dall’altoparlante, era talmente pieno, talmente forte, che faceva vibrare palpabilmente, se non anche visibilmente i mobili e persino i muri». Louis Wolfson, Le Schizo et les langues, Gallimard, Parigi 2013, p. 59.

[5]  J. Lacan, Il seminario. Libro XVII, cit., pp. 54-55.

[6]  Id., Lituraterra, in Altri Scritti, cit., p. 18.

[7] Ivi, p. 15.