Pubblichiamo alcuni passi tratti dal libro di Laura Pigozzi,
Mio figlio mi adora,
Nottetempo 2016.

CLAUSTROFILIE E PLUSMATERNO. FAMIGLIE E MADRI CONTEMPORANEE

Le famiglie attuali sembrano solo molteplici: apparentemente non esiste più una sola idea di famiglia. Eppure, a una tale varietà – famiglie tradizionali, allargate, ricostituite, omosessuali – non corrisponde un modello di convivenza altrettanto multiforme.  Le famiglie attuali, qualunque sia la loro composizione, tendono a sviluppare tutte uno speciale rapporto con la prole, storicamente inedito: un legame claustrofilico, in cui ciò che viene valorizzato è il nido chiuso.
Mi fa piacere ricordare, a proposito di questo termine, Elvio Fachinelli che lo propose all’attenzione con il libro Claustrofilia (1983) in cui ricordava come Freud avesse individuato il più maligno problema dell’analisi nella sua tendenza a un indefinito prolungamento: nell’analisi interminabile la relazione analista-paziente diventa una “unità duale” che rimanda a quella tra la madre e il neonato. Claustrum, scrive Fachinelli, si riferisce per me primariamente all’atto del chiudersi, dello sbarrarsi, del serrarsi dentro. E ciò è conforme all’etimologia della parola. Claustrum in latino significa chiave, serratura, catenaccio e simili. Solo molto più tardi è passato a significare il luogo chiuso.
La famiglia funziona, oggi, come il luogo in cui i membri pensano di trovare tutto ciò di cui hanno bisogno: scambi, affetto, amore, sostegno, confidenze, compagnia, educazione, viaggi, svago. Una famiglia all inclusive che offre possibilità prima solo esterne a essa, quasi in opposizione al familiare, come l’amicizia, il gruppo, i riti collettivi, la realizzazione personale, l’amore: il mondo sembra essere stato risucchiato al suo in- terno. E così, l’orizzonte di tutti si è ristretto. La frontiera da sogno di apertura e di alterità è diventata un muro.
Purtroppo non sorprende il fatto che la nascita di nuove famiglie si fondi su un forte bisogno di normalità: il virus del nucleo convenzionale e normopatico si è insinuato in ogni tipo di famiglia, omosessuale compresa, ricostituita inclusa. Monadica, autosufficiente, ipernormale, ombelicale e claustrofilica: così si presenta la struttura familiare oggi. Le famiglie monoparentali specialmente, composte da un genitore separato o vedovo e dai figli, sembrano rivelare il modello segreto di tutte: il loro essere fondate sulla diade madre-neonato. Una famiglia, quella contemporanea che, comunque sia costituita, gode nell’Uno. Nelle famiglie claustrofiliche, i membri mostrano una certa adesiva vischiosità che, invece di essere riconosciuta come sintomo, è presa a modello di unione e amore. Eppure il desiderio, per instaurarsi, richiede esogamia.
Le famiglie inclusive perdono e fanno perdere il mondo come orizzonte: si imbarbariscono. Una famiglia così organizzata è antisociale, non educa al legame con l’Altro, con lo straniero che viene difensivamente sentito come pericoloso, piuttosto che come occasione di allenamento alla differenza. Si tratta di un modello familiare fondato sull’immediata affettività più che sull’eticità, sull’utero piuttosto che sul mondo, sul legame biologico piuttosto che su quello sociale. Mancando di anelito verso l’alterità, la famiglia contemporanea appare in deficit di etica. L’Altro è reso digeribile solo se portato dentro, reso identico al familiare: è un pericoloso irriducibile che va reso domestico. L’enigma che ogni Altro è, risulta fastidioso. L’esogamico viene trattato e depurato tramite un divoramento incruento: per assimilazione. Gli amici dei figli e i loro fidanzati, così come gli amici dei genitori – che diventano oggi anche amici dei figli, in una confusione generazionale –, tutti devono essere messi in comune, resi familiari come specchi che riflettono esclusivamente le somiglianze.
Per i nostri ragazzi la sessualità è ancora quella spinta pulsionale che fornisce l’energia per esplorare il fuori? La pubertà, con la scoperta della pulsione sessuale, è il momento in cui il corpo del figlio si sottrae alla presa del familiare, la frontiera in cui, da corpo in balìa e sottoposto alla cura della madre, diventa corpo soggettivo: questo passaggio c’è ancora? E quando si produce, possiamo dire che sia un vero passaggio di soggettivazione, dal momento che i figli tendono oggi a raccontarci tutto, persino le loro esperienze più intime? C’è chi arriva a lasciare il proprio letto ai figli e ai loro compagni, con l’idea che sia più sicuro, piuttosto che permettere che “vadano a farlo” chissà dove. Con questo atto si elimina la dimensione di rischio che ogni crescita comporta: un letto condiviso coi genitori non è solo metafora di qualcosa che non dovrebbe essere condiviso ma, in più, vi è in esso un reale, una materialità di odori e umori – o sensazioni impalpabili di quelle tracce – che un veloce cambio di lenzuola di certo non volatilizza. I figli restano impigliati in una trappola endogamica anche in quello che dovrebbe essere l’atto più intimo e privato, e che ancora richiede una esogamia assoluta e necessaria: il partner, sin dall’inizio della civiltà, è scelto fuori dal clan familiare. Dunque, ogni atto che rende lo straniero “troppo” familiare, che non ne celebra la differenza, infrange quella regola umana – istituita perché umanizzante – che sancisce l’unione fuori dal clan, con lo straniero, appunto, e che viene posta all’inizio di ogni società, nel passaggio cruciale tra natura e cultura.
È attraverso la fruizione metaforica del corpo uterino che le famiglie assumono quel tratto uniano (Lacan, Televisione) che fa preferire la protezione del già noto all’invenzione e al rischio: ma la propria casa la si dovrebbe trovare dopo aver girato il mondo e non dovrebbe essere quella che abbiamo lasciato. “Bloch dice che la Heimat, la patria, la casa natale che ognuno nella sua nostalgia crede di vedere nell’infanzia, si trova invece alla fine del viaggio. Quest’ultimo è circolare; si parte da casa, si attraversa il mondo e si ritorna a casa, anche se a una casa molto diversa da quella lasciata, perché ha acquistato significato grazie alla partenza, alla scissione originaria. Ulisse torna a Itaca, ma Itaca non sarebbe tale se egli non l’avesse abbandonata per andare alla guerra di Troia, se egli non avesse infranto i legami viscerali e immediati con essa, per poterla ritrovare con maggiore autenticità” (in Claudio Magris, L’infinito viaggiare, Mondadori, Milano 2014, p. XI).
La claustrofollia famigliare ha il suo perno nel plusmaterno. Introduco questo neologismo per indicare un sistema di referenza in cui prevale la Madre. Lego la relazione plusvalore-plusgodere-plusmaterno sulla comune sconfessione del limite e sull’aggiramento della dimensione della perdita. Il figlio, nel plusmaterno, è desiderato come riempimento immaginario che elimina l’insopportabilità della divisione soggettiva della castrazione che, inevitabilmente, tocca ogni essere umano. Il plusmaterno crede legittimo usare un figlio per ovviare alla strutturale e comune insufficienza a se stesso; tratta l’infinito sottinteso dal desiderio come fosse merce immediatamente disponibile.
I figli sono un bene. Lo erano anche in epoca arcaica in quanto forza lavoro e speranza di sopravvivenza. Oggi, il figlio rischia di diventare un oggetto di fruizione e – come le merci che circolano – un bene da godere. Il figlio come forza lavoro è un’idea che ci fa rabbrividire, mentre non vediamo l’orrore nel nostro uso dei figli come oggetti di plusgodere. Il figlio come forza lavoro non è da pensare come forma di puro sfruttamento, perché nella società precapitalista la logica del lavoro non era la stessa. Marx, nel capitolo quinto del Capitale, sostiene che, nella produzione precapitalista, attraverso il lavoro l’uomo produce se stesso. Il capitalismo, invece, introduce una novità, che è la variabile dell’eccesso – del sintomo, potremmo dire – rappresentato dal surplus, da quell’elemento, cioè, che cambia scopo al lavoro: l’uomo non produce più solo se stesso, ma anche ricchezza. Il plusgodere proviene dalla merce feticcio – un oggetto che simboleggia uno status immaginario, un’identità posticcia – e gonfia senza misura i parametri della ricchezza e del potere.“Dice Marx che il capitalista sorride quando si trova di fronte all’incanto di qualcosa che scaturisce dal nulla […]. A partire dalla ‘risata’ del capitalista, Lacan inizia a stabilire la relazione di omologia tra il plusvalore e il plusgodere […]. È in quella risata che si rivela la funzione oscura del plusvalore” (in Jorge Alemán, L’antifilosofia di Jacques Lacan, Franco Angeli, Milano 2003, p. 99).
Un’omologa economia dell’eccesso è anche alla base dell’andamento sintomatico della famiglia contemporanea: un funzionamento che ho chiamato il plusmaterno. In questa economia delle relazioni si pensa di poter eludere senza conseguenze il primo tabù, quello che vieta il surplus di godimento tra genitori e figli. Al centro di ogni mercato, anche di quello sanitario, c’è la spinta ad assicurare quest’esorbitanza di appagamento: “In ospedale mi hanno detto che se smetto di allattare al quarto mese mi perderò il vero godimento” dice Sara, una giovane donna incerta sul comportamento da tenere perché le puericultrici le hanno spiegato che se la madre “gode” anche il figlio ne trae giovamento.
La claustrofilia familiare si fonda sul plusmaterno; il dominio del ventre è proprio del postcapitalismo: promettere che tutto si possa avere, meglio se portato direttamente a casa, da consumare tra le quattro mura. Nel regime familiare del plusmaterno – di un materno come potere sregolato – si è persa tutta la leggerezza, l’intelligenza, la creatività del femminile, affermata con tanta fatica dalle femministe degli anni passati. Nell’enfasi posta oggi sul nome della Madre non c’è distanza, non c’è ironia. E quando i “nomi della parentela sono senza ironia, non ci saranno che morti annunciate” (Claude Rabant, L’ironie des noms, in Che vuoi? Revue de psychanalyse, n. 38, Les noms de la parenté, 2013, p. 88).
C’è probabilmente una connessione tra il godimento della madre e l’attuale disagio della civiltà: anche il sociale – come il plusmaterno – predilige godimenti ipnotici e tossici che man- tengono i soggetti impotenti e dipendenti come neonati al seno capitalista.
Il discorso della Madre è il nuovo discorso del Padrone e il plusmaterno è il sistema in cui si esprime. Esattamente come un tempo un eccesso di repressione era insito nella funzione patriarcale, oggi la nuova oppressione è il plusmaterno: la struttura della relazione di potere non cambia, pur cambiando il padrone.

 

Laura Pigozzi, “A nuda voce. Vocalità, Inconscio, Sessualità”
Poiesis Editrice, 2017
Alberobello

Noi tutti siamo a nuda voce
di Giancarlo Ricci

“La voce, come il corpo, non mente”, nota l’autrice nelle prime pagine che avviano questo libro avventuroso e fondativo. La voce e il corpo sono due polarità che diventano i personaggi principali che tessono il leitmotiv di questa esplorazione. Non si tratta di due personaggi qualsiasi perché entrambi hanno una caratteristica rara: uno non può mentire all’altro. Come l’oggetto e la sua ombra. Da questa veloce constatazione discendono in realtà parecchie implicazioni. Crediamo di sapere cosa sia la voce. In effetti lo sappiamo. Ma sentire una voce è altra cosa. Qualcosa sfugge e non si lascia cogliere. Rimane un residuo non simbolizzabile dove il senso si sfalda. Perché la voce, pur veicolo di senso, di emozione o di piacere, costantemente si sottrae, si nasconde, si mimetizza.
La direzione dichiarata dall’autrice, quella di interrogare la vocalità a partire dalla psicanalisi, è di situare la voce come un altrove, come un’alterità che abita la parola stessa e che la fa vibrare di risonanze sconosciute. Non solo: la voce ha uno statuto più antico e più originario rispetto alla parola. La voce della madre, per esempio, ci accompagna ancor prima di venire al mondo. Solo dopo, con lo strutturarsi della soggettività, la vocalità pare recare con sé, come un dono nascosto o contrabbandato, una sorta di memoria. Che appare e si sottrae al stesso tempo.

Non a caso il titolo del libro evoca la nudità della voce. A nuda voce: ossia con l’essenziale materialità della voce, con la sua forza evocativa o invocativa, con la sua sfuggevole lievità. O con la sua fragilità indifesa e indifendibile. Forse la nudità della voce ci interroga incessantemente perché è come una ferita sempre aperta, quasi l’interminabile modulazione del grido o dell’urlo. Certo, noi tutti ci troviamo, irrimediabilmente, a nuda voce.
Questo libro ci sorprende perché esplora numerose coniugazioni del tema della voce con ambiti poco consueti e poco frequentati. Risulta un testo indispensabile e imprescindibile rispetto a ulteriori ricerche sul tema della voce. L’indice è una vera e propria mappa che preziosamente permette di orientarsi in un territorio più vasto di quanto immaginavamo. Per esempio troviamo alcuni elementi informativi che rileggono in modo originale l’anatomia dell’apparato fonatorio e la fisiologia della voce e del canto.
La voce non è un oggetto come gli altri. Proviene dal nostro corpo. Rinvia al momento in cui esso nasce, al suo primo respiro e alla prima sorpresa di ciò che è attorno. “La voce, ci ricorda l’autrice, è anche e soprattutto memoria”. Tuttavia è una memoria opaca, dove la sua tessitura a tratti si imbatte nel silenzio, nell’oblio, nell’assenza di timbri o di colori. La vocalità è fatta di materia sottile, sibilante o roboante, che si fa suono, che assume l’abito della parola, del canto, della melodia. Che spalanca, nel rumore di fondo della quotidianità, lo squarcio della scena acustica. Che dice o balbetta le sue ragioni. Che risuona per sintonia, o tace quando si impiglia. Che parla dell’indicibile del godimento o di un’incessante “esitazione tra suono e senso”.
Dunque quando ascoltiamo una voce che cosa ascoltiamo in realtà? “Fin dall’inizio, avverte l’autrice, la voce nasce bifronte.” E possiamo aggiungere che è destinata a vivere un’insanabile dissimmetria: da un lato la parola non può che esistere attraverso la voce, ossia appoggiarsi a una sonorità più o meno musicale, dall’altro il canto può fare benissimo a meno del significato, può vivere di vita propria, di sola melodia, di solo ritmo o di pura vocalità. E’ impensabile allora cercare di distinguere la parola dalla voce, tanto siamo abituati a udirle nella simultaneità. E ugualmente, quando ascoltiamo musica o sentiamo cantare, le parole sembrano soltanto accompagnare la musicalità e marcarne il ritmo. Eccoli ancora i nostri due personaggi, la voce e il corpo, con la loro commedia.

Notevoli in questo lavoro risultano le escursioni nella letteratura (Hoffmann, Pirandello, Kafka, Eliot), nella musica (Chopin), nella pittura (Kandinskij, Munch), nel canto (Billie Holiday). Ma altri autori e altri accenti poetici continuano a risuonare, per un curioso gioco di echi, anche quando abbiamo terminato la lettura. Vi sono alcuni punti del libro in cui la vocalità assume la portata di evento, di qualcosa che non cessa di accadere, qui, sotto le nostre orecchie e che tuttavia risuona al di là del nostro ascolto. Possiamo essere preparati, esercitati, tecnicamente formati e informati, ma tale evento non si lascia definire in un senso. Mostra piuttosto la sua natura magica.
Su questo tema della voce come evento, Pigozzi dedica notevoli pagine, e sono quelle in cui lei stessa si abbandona al rapimento. Penso, per esempio nel capitolo finale “La voce, l’amore”, all’articolazione di quello che definisce timbro blu. Riprendendo la vicenda della “nota blu” di Chopin, il timbro blu è il “segno di quella vertigine in cui l’impossibile e l’impensabile può accadere nel destino di un soggetto”. Quasi cercando di ritrovare in tale vertigine un baricentro, l’autrice annota ancora: “Nel timbro blu c’è qualcosa di conosciuto e di misterioso, di familiare e di perturbante, qualcosa di intimo che di continuo sfugge, qualcosa che, come il blu, ci appartiene e ci riguarda. Parla a noi, di noi”. Si spalanca qui tutta la paradossalità della relazione tra la voce e l’Altro: l’Altro è il nostro corpo, attraversato dalla nostra storia, da cui la voce proviene, ma l’altro è anche colui al quale la voce si rivolge.
Non lontane da questa tematica sono le pagine dedicate a un’originale rilettura dell’episodio del canto delle Sirene e di Ulisse. Sono pagine che sorprendono. Non immaginavamo la ricchezza delle sfumature e delle implicazioni delle tre differenti parole greche utilizzate da Omero per designare la voce. Irresistibile la questione della voce, lo avvertiamo ripercorrendo le pieghe del “Silenzio delle sirene” di Kafka o nel racconto “Il consigliere Krespel” di Hoffmann. Visitazioni che segnalano quanto la forza evocativa della voce rimandi irrevocabilmente, nel mito letterario, a una faccenda di vita e di morte.
Ulteriori risvolti di notevole interesse affiorano nelle considerazioni rapsodiche con cui l’autrice ci parla della voce-shofar : il suono cupo del corno d’ariete con cui nel rito ebraico veniva richiamata la legge del patto con Dio. Non più il sibilo dei canneti, i flautati suoni del vento negli antri con cui gli antichi profetizzavano, ma il suono grave, invadente, ineludibile dello shofar per simbolizzare la presenza della divinità. In un certo senso gioco di contrappunto, perché il timbro animalesco di questo suono assordante permette agli umani la lievità della melodia, la forza dell’alleanza e, non ultima, la possibilità della preghiera, l’atto cioè di poter rivolgere la propria voce all’Altro. E’ un sentiero, questo, che ci interroga sulla balbuzie di Mosè e su altro ancora. “Tutti quanti noi, balbuzienti o no, parliamo male la lingua del padre”.
La voce tocca. Sfiora, fa vibrare, rapisce. Eppure regge e sostiene. Quasi vivesse il paradosso di una sorta di doppia cittadinanza, umana e divina: è qui, la udiamo, ma è già altrove, indistinguibile. E’ irraggiungibile ma continua a raggiungerci, inesorabilmente. Il tema della mistica non poteva, giustappunto, essere trascurato in questo libro.

Il terreno su cui si muove l’autrice, dicevamo, è quello della psicanalisi. I riferimenti rinviano a Freud, Lacan, Dolto, Kristeva, Salomè e tanti altri. Più che di una psicanalisi della voce, che presupporrebbe istituire la voce come oggetto d’osservazione, l’impresa di questo libro consiste nell’utilizzare la questione della voce e le sue innumerevoli implicazioni come se fossero sentieri laterali, poco frequentati, con cui avvicinarsi al centro della soggettività. “La voce – ricorda Lacan – è il vettore dell’esperienza più prossimo all’inconscio”.
Il materiale del libro offre una strumentazione preziosa che consente di accedere a originari livelli di lettura della clinica psicanalitica. La constatazione sorprende per la sua semplicità: come possiamo pensare alla soggettività, ossia a ciò che fa nodo nella pratica clinica, senza l’uditivo, senza prestare ascolto alla voce, al suo timbro o alla sua grana? Per esempio quello della sofferenza, dell’angoscia, dello smarrimento labirintico o della gioia solare. “E’ la voce e non solo il linguaggio, ad aprire l’accesso all’inconscio”. In effetti è la vibrazione della voce a raccontare l’impercettibile presenza della piega di una storia o di una memoria lontane. Nella voce qualcosa è sempre pronto a balzare alle orecchie, ma tutto dipende da cosa siamo in grado di ascoltare.
La voce viene esplorata non solo in quanto oggetto pulsionale – partendo dalla teoria di Lacan – ma come un’istanza significativamente in gioco nella strutturazione primaria dell’edipo: per esempio nel legame fondante che la voce istituisce tra madre e bambino e nella funzione costitutiva della voce del padre. I corollari sono innumerevoli: dalla scena primaria che si connota ulteriormente tramite una valenza acustica al timbro della voce come marcatura del soggetto, dal tema della sessualità alla voce del desiderio, dal godimento femminile alla voce cantata. La sessualità, il femminile, il godimento sono forse i temi privilegiati di un’esplorazione che procede lungo la notazione secondo cui “la voce sembra porsi come corpo della parola e, per essere più precisi, come il sessuale della parola”.
Ciascun soggetto umano, notava Freud, impara a parlare in base a quel che ha udito. Dunque l’istanza della voce abita l’inconscio ed è pertanto centrale alla costituzione dello psichismo. Partendo da questa angolatura si staglia forse una delle domande più radicali che questo libro pone: come nascere alla voce?
Nascere alla voce: è il lavoro dell’analisi in quanto lavoro psichico intorno alla “verità storica” del soggetto. Lavoro che procede nell’individuare il materiale psichico da cui il soggetto “prende la voce” ogni volta che parla, ma anche nel percorrere quelle vicende psichiche che non hanno mai avuto modo di parlare o di dirsi. Qualcosa della soggettività rimane non dicibile o detto a metà o detto sottovoce. C’è un passo di Freud nel saggio Psicoterapia (1905) che ci sorprende per un fugace riferimento alla musica. Di punto in bianco scrive: “Lo strumento psichico, in realtà, non è affatto facile da suonare”. Da dove prende questo bizzarro riferimento? Lo spiega subito dopo. “Mi vien fatto di pensare alle parole di un celebre nevrotico” che ben presto si rivela essere Amleto. Già, Amleto: colui che non osava dar voce alla verità che lo divorava.
“Lo strumento psichico non è affatto semplice da suonare”. L’inconscio, la memoria, il corpo, la sessualità non sono affatto facili da “suonare” ossia da coniugare in un’articolazione che esprima pienamente la soggettività, anche quella sua parte le cui radici affondano nell’inconscio. Nascere alla voce comporta allora ritrovare quella “sinfonia pulsionale” nel cui movimento si rispecchia una soddisfazione dove etica ed estetica si sovrappongono.