Massimo Recalcati,
Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica. Struttura e soggetto. Vol. 2
Cortina, Milano 2016.

Di Silvia Lippi

Inutile ricordare l’importanza dell’opera e della pratica di Massimo Recalcati nel panorama della psicoanalisi e della cultura in generale. (Da notare l’affermazione di Lacan nel suo “Atto di fondazione” del 1964: “l’etica della psicoanalisi è la praxis della mia teoria”). Vorrei mettere in risalto due aspetti che mi sembrano importanti per comprendere la dinamica generale di questo libro, e per sottolinearne la particolarità nei confronti di altri saggi dello stesso genere:
1) L’articolazione fra la teoria e la clinica.
2) Il mantenimento di un pensiero indipendente pur situandosi in un contesto non auto-referenziale (spiegheremo più avanti cosa intendiamo per “pensiero non auto-referenziale).
In questo secondo volume dedicato a Lacan, Massimo Recalcati ci mostra, a partire dalla sua esperienza clinica, come si forma il nodo fra pratica e teoria, nodo che, secondo Lacan, costituisce il vero aspetto etico della psicoanalisi.
L’autore pone le basi di una nuova epistemologia psicoanalitica, ma non come “Sapere” sulla clinica, in quanto supporto o verificazione di questa. Il sapere nel campo della psicoanalisi non è né deduttivo né empirico; la teoria non è un sapere fondativo sicuro e rassicurante, né un effetto diretto della pratica. La teoria agisce nella seduta —la teoria è già “clinica”— a partire dall’invenzione dell’analista. Invenzione che non è un atto spontaneo, ma il prodotto della ripetizione. Il sapere teorico nella pratica si iscrive innanzitutto come ripetizione, ma si modifica attraverso il fatto clinico, cioè grazie al transfert. In mancanza di un atto che lega ripetizione e differenza, non vi è sapere psicoanalitico. Se partiamo quindi dal presupposto che la teoria opera nella clinica, possiamo affermare che in questo libro di Recalcati, la clinica agisce direttamente sulla teoria. E la rinnova.
recalcati Ho cominciato a leggere Massimo Recalcati dai suoi libri sui disturbi alimentari (L’ultima cena: anoressia e bulimia; Il corpo ostaggio), nello stesso momento in cui mi sono avvicinata a Lacan. Grazie ai commenti di Recalcati, l’opera di Lacan non mi è mai parsa come un’astrazione, un’intellettualizzazione, ma come profondamente ancorata alla clinica, necessaria alla clinica. Questo libro su Lacan ha, secondo me, la stessa forza di quei primi volumi che sono stati così importanti per la mia formazione: voglio dire, la forza di aprire al pensiero lacaniano, di personalizzarlo ma senza mai uscirne, mantenendo il rigore, l’intransigenza, la precisione, ma anche l’amore, un amore profondo e sincero per questo pensiero unico e irripetibile.
Vorrei precisare che uno scritto è “clinico” non perché espone un caso singolare e lo interroga, ma perché “mette in crisi” la teoria sottintesa esistente. In altre parole, precisandola la rinnova. È quello che fa Recalcati, proponendo dei veri interrogativi sulla clinica differenziale, sulla direzione della cura, sulla struttura, sul segno, etc. La clinica, così come viene proposta dall’autore, non interviene mai nell’esposizione teorica in una maniera allusiva o deduttiva: il capitolo sulla melanconia ne è un chiaro esempio. L’autore precisa l’importanza della presa in conto della distanza strutturale tra lutto e melanconia; della differenza fra oggetto, postulato, e delirio nelle tre grandi forme di psicosi: paranoia, schizofrenia, e melanconia. Rilevante anche l’associazione inattesa tra paranoia e isteria, tra feticismo e malinconia: nel primo caso, rispetto alla problematica del grande Altro, nel secondo, rispetto alla questione centrale dell’oggetto. Bisogna conoscere profondamente il pensiero di Lacan, ed avere il coraggio di “tirarne i fili”, per compiere questo lavoro: la capacità di Recalcati nell’organizzare il pensiero lacaniano è capitale a fini didattici ma ripetiamolo, anche clinici. È proprio su questi punti che si pianifica, si muove, si realizza, la sua azione nella cité.
La lettura che fa Recalcati di Lacan ci ricorda quella dei maggiori pensatori francesi del XX secolo (Althusser, Kojeve, Deleuze, Foucault, Barthes, Derrida…), che pensano e scrivono a partire da una posizione che non è auto-referenziale. Pensiamo alla lettura che Althusser fa di Marx, a quella di Kojeve su Hegel, di Foucault su Bataille, di Deleuze su Spinoza e Bergson. Senza dimenticare la lettura di Lacan su Freud. Cosa vuol dire avere una posizione non auto-referenziale? Prendiamo il caso di Recalcati, commentatore di Lacan: mentre leggo Recalcati scopro Lacan, un Lacan che non conoscevo, un altro Lacan, un nuovo Lacan, ma che è pur sempre Lacan! E nello stesso tempo è il pensiero di Recalcati che si espone, attraverso il suo commento di Lacan. Questo si può vedere anche nell’arte: quando Gauguin fa un ritratto di donna alla maniera di Raffaello, re-inventa Raffaello certo, ma è comunque un quadro di Gauguin che osservo, attraverso il suo uso della prospettiva, i suoi colori, il suo disegno, etc.paul-gauguin
Questo aspetto della trasmissione di un pensiero di un grande, sia esso artistico, filosofico o psicoanalitico, mi sembra essenziale per permettere la sua esistenza nella posterità. Un luogo comune vuole che un genio sia genio indipendentemente da tutto, ma non dobbiamo dimenticare che la sua opera attraversa i secoli anche perché un determinato contesto lo ha permesso. E il contesto è creato soprattutto dagli eredi. Lacan esiste fra di noi e continuerà ad esistere fra gli analisti delle future generazioni anche grazie ai suoi commentatori, di cui Recalcati è sicuramente uno dei più rilevanti.
Ma come riesce Massimo Recalcati a rendere esplicito il pensiero di Lacan senza semplificarlo, volgarizzarlo? Lo stile, e un’agiatezza particolare nei confronti della sintassi sono probabilmente tra le ragioni possibili. E il tempo, il ritmo… Recalcati prende tempo per spiegare, dischiudere, ampliare il pensiero di Lacan: ciò è evidente nelle sue esposizioni orali, ma anche negli scritti. Questo è uno degli elementi che lo rende diverso dalla maggior parte degli altri commentatori, che spesso non “perdono tempo” a dispiegare il pensiero, ma si concentrano soprattutto sul metodo di divulgazione di un aspetto del sapere in questione, lasciandosi in certi casi sopraffare dall’ideologia (vedi gli slogan della “perversione generalizzata”, del “non vi è rapporto sessuale”, del “c’è dell’Uno”, etc.).
L’ideologia si associa così al pensiero “neo-lacaniano”: come esiste un neo-hegelismo, un neo-spinozismo, esiste anche un neo-lacanismo. Per esempio, la “fede” nel primo o nell’ultimo Lacan è una conseguenza di questo neo-lacanismo. In Francia si assiste oggi a una spaccatura fra queste due orientazioni. Oppure gli analisti fanno del non arrivé, come diceva Freud à proposito della nevrosi ossessiva. Fanno come se questa controversia non esistesse proprio. Schierarsi ideologicamente da una parte o dall’altra o eludere il problema non giova alla trasmissione della psicoanalisi. In questo modo non vi è dibattito, tensione intellettuale, ma semplicemente dottrina, una dottrina da seguire senza pensare alla funzione e agli effetti di una presa di posizione piuttosto che un’altra.
Come fare per non arrestarsi alla parafrasi, alla ripetizione dello slogan, al semplice commento lineare che non apre al contingente? Come poter estrarre tutte le conseguenze dall’insegnamento di Lacan, andare fino all’osso dei suoi scritti, per proiettarsi, pur continuando ad essere lacaniani, verso il nuovo? Assumere una posizione di “post-lacaniano” —come Deleuze o Foucault sono dei post-strutturalisti— vuol dire avere una certa fiducia, vedi apertura, nel clinamen, nella tyché.
Il punto di vista di Recalcati è nello stesso tempo strutturalista e centrato sul reale, ma un reale che è anche tyché, aperto al contingente dunque. Nel suo commento a Lacan, vi è già l’apertura di cui vi parlo. Recalcati tira fino all’ultimo le conseguenze dell’insegnamento di Lacan: più è vicino a Lacan e più riesce a dispiegare, separare, organizzare, interpretare, in altre parole: creare. Diciamo che l’autore disfa la struttura per rifarla: e in questa nuova struttura è Recalcati che vi resta, accompagnato da Lacan, ma anche da tutti noi, che abbiamo il desiderio di scoprire il suo insegnamento. Senza mai dimenticare che è il Lacan di Recalcati che ci ha aperto le porte, e che ci permette, grazie al suo lavoro, di aprire altre porte. Questa volta, le nostre.