Vita con Lacan

Un ritratto inedito di Lacan secondo la testimonianza del libro di Catherine Millot. Prefazione di

Massimo Recalcati

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Pubblichiamo di seguito alcuni passi della Prefazione di Massimo Recalcati al libro di Catherine Millot, “Vita con Lacan”,
Raffaello Cortina, 2017

Gratitudine

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Il lettore italiano potrà trovare in questo piccolo e delizioso libro un ritratto inedito di Jacques Lacan, sicuramente lo psicoanalista più geniale e sovversivo della storia della psicoanalisi dopo Freud. Catherine Millot ha vissuto con lui l’ultimo decennio della sua vita come amante, compagna, allieva e analizzante. Avendo al momento della stesura di questo libro raggiunto la stessa età di Lacan quando iniziò il loro rapporto, l’autrice ha avvertito l’esigenza di omaggiare l’uomo che l’ha incantata e che ha profondamente amato: “Un appuntamento da onorare, un modo di ritrovarlo”. Non si dovrebbe dimenticare, infatti, che questo ritratto è stato scritto da una donna come un do- no d’amore, la manifestazione di un sentimento di gratitudine che non solo – come tante volte è invece accaduto nella storia della psicoanalisi – non si è ribaltato nel suo contrario, ma non si è mai estinto, resistendo indenne alle prove del tempo. Non è frequente non sputare sul proprio maestro, sul proprio analista o sul proprio amante. Non è frequente non lasciare che l’odio prenda il sopravvento sull’amore; far prevalere la gratitudine sull’ingratitudine. È accaduto a molti allievi e amici di Lacan; voltare bruscamente le spalle al loro maestro non sopportandone il successo e la fama crescenti: Laplanche, Green, Dolto, Guattari sono solo alcuni esempi tra i più celebri.

Lacan, l’ariete
Il ritratto intenso che Catherine Millot ci offre di Lacan non è tanto il ritratto dello psicoanalista, ma, innanzitutto, dell’uomo che ha amato. È chiaro che questa distinzione può lasciare il tempo che trova perché non è mai del tutto possibile distinguere l’uomo dal suo pensiero, soprattutto se l’attività che ha impegnato con passione Lacan per una vita è quella della psicoanalisi. In questo ritratto Lacan emerge come un uomo che non assomiglia per nulla allo stereotipo cadaverico dell’analista come privo di passioni, neutro, separato dal desiderio. Un’immagine mummificata e falsamente padronale che non gli è mai appartenuta né come analista, né nella sua vita. Questo piccolo libro ci restituisce il ritratto di un uomo che non si sottrae alla spinta del desiderio ma che, anzi, rende tale spinta il motore di una nuova etica. In questo la sua vita corrisponde alla sua dottrina: l’“intemperanza” del desiderio – teorizzata dallo psicoanalista – è l’intemperanza dell’uomo che non sopporta i passaggi a livello, i semafori rossi, le attese al ristorante. È il primo tratto evidenziato da Millot: quello dell’“ariete”. A settant’anni e oltre Lacan è un amante della velocità: sfreccia senza la giusta tecnica sugli sci nelle vacanze in montagna, adora fare sci nautico, guida con spericolatezza senza dare la precedenza e con l’abitudine di superare le macchine in coda utilizzando le corsie di emergenza. La velocità si accompagna alla determina- zione: la sua andatura è inclinata in avanti, protesa, in accelerazione costante, come quando coinvolge i suoi amici in una passeggiata sulle montagne delle Cinque Terre, in pieno agosto, con il rischio di insolazione. La mattina, a qualunque temperatura e in qualsiasi stagione, si immerge completamente nudo nella piscina della sua casa di campagna di Guitrancourt facendo un paio di vasche a nuoto. Qualcuno potrebbe facilmente mettere in relazione questa impazienza con il celebre taglio delle sedute – o, meglio, con le sedute a tempo variabile – che costituisce l’innovazione maggiore nella tecnica della psicoanalisi introdotta da Lacan. Ma per Millot si trattava di un’indole che contrastava la passività propria – strutturale – dell’essere umano: non temere l’incontro con il reale, la forzatura della libertà, la sperimentazione, l’invenzione. Impazienza e insofferenza, tratti infantili di Lacan, che in più occasioni si sarebbe attribuito l’età mentale di un bambino di cinque anni che non aveva ancora conosciuto il potere delle rimozioni dettate dal Super-io. Non perdersi nella psicologia, non avere retropensieri, non dedicare tempo a interpretare la supposta intenzionalità dell’Altro; fino a raggiungere una certa ingenuità di fondo. Inclinazione che si può spiegare solo con la sua dedizione al proprio desiderio: andare dritti verso ciò che si desidera senza tentennamenti. Lacan come il rovescio della nevrosi di cui il suo Amleto divenne l’emblema. Di qui la sua capacità di domandare, di non rinviare a domani quello che poteva accadere subito. Lacan sapeva “tirare dritto”. Millot ce ne fornisce simpatici esempi, come quando racconta del modo irresistibile con il quale riusciva a farsi aprire le porte delle chiese (in Italia!) o di quando, avendo lei visto una donna indossare delle scarpe che le sarebbe piaciuto avere, Lacan sfrecciò improvviso verso la donna chiedendole dove le avesse comprate per donargliele.

Lacan, l’immobile
La passione per la velocità e il dinamismo, l’avversità per una Legge che si limita a recintare la vita, si sposano con un’altra – apparentemente antitetica – qualità dell’uomo: quella del suo “potere di concentrazione”, della forza piena del pensiero. È il ritratto del “Lacan immobile”. Il suo carattere talvolta schivo e silenzioso trova in questa attitudine una chiave di lettura: era costantemente assorbito dall’oggetto dei suoi pensieri. Il dinamismo e la passione per la velocità sembrano deposti in questa immagine dello studioso al suo tavolo di lavoro nella casa di campagna di Guitrancourt: silenzio assoluto, libri aperti ovunque – Lacan ne leggeva più d’uno alla volta –, metodicità operaia nell’applicazione. Una certa rappresenta- zione del capo Scuola come uomo di apparato e di potere, che usa il proprio carisma per imporre uomini e scelte strategiche, lascia qui il posto a questa immobilità zen del pensatore. Gli uomini – mi disse una volta un suo noto allievo – si distinguono in due classi: quelli che amano il potere e quelli che amano il sapere. Lacan apparteneva a questa seconda categoria. “La sua presenza immobile e concentrata – scrive Millot – faceva apparire in mezzo alla casa un vuoto attorno a cui tutti gravitavamo.” […].