Una perdita impossibile

Mia Madre di Nanni Moretti

di Dario Maragliano

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Mia madre è un film difficile. È difficile innanzitutto per il regista, così prossimo all’idea che vuole rappresentare, così coinvolto e compromesso da lasciare a volte poco ossigeno alla rappresentazione stessa. Sicuramente è un film con una doppia anima: un film che divide chi lo guarda e che è esso stesso strutturalmente diviso, che si apre in momenti di piena bellezza ma si chiude immediatamente, in modo brusco, come a segnalare un’impossibilità di dire. Si gioca tra superficie e nascondimento, tra frasi fatte e parole non dette, tra il già visto e quello che, volontariamente, rimane celato. La messa in scena pertanto si contorce, è instabile, segnata da lungaggini ed esitazioni. Un film non del tutto riuscito, incompleto, non privo di errori. Eppure un film ricco, carico di suggestioni, sincero.

Non è la prima volta che Nanni Moretti decide di affrontare il tema della perdita. Ma se ne La stanza del figlio il trauma della morte rappresenta il punto speculativo che serve a Moretti per articolare e risolvere la storia filmica, in Mia madre il fantasma della morte invade l’intero film come un’ombra che si espande, impossibile da trattare. È una morte vissuta a ogni attimo, non intellettualizzata, che ha realmente segnato la vita del regista. In questo senso assistiamo a una rottura decisiva con il suo peculiare modo di fare cinema: per Moretti, Mia madre è un film tanto intimo quanto estraneo rispetto a tutti gli altri suoi film. Decide di gettare via la maschera, di mettersi in gioco senza artifici, di non essere più il personaggio diretto da sé stesso, con le sue fisime e le sue idiosincrasie. E lo fa sdoppiandosi: da una parte interpretando Giovanni, il figlio architetto che decide di licenziarsi per stare vicino alla madre; dall’altra compenetrandosi in Margherita, la figlia regista divisa tra le riprese di un nuovo film e la sua vita privata. Moretti cerca di contrapporre i due personaggi nell’intento di creare una distanza che gli permetta di osservarsi con maggiore chiarezza. Giovanni è una figura solida, lucida, presente in ogni momento ma al tempo stesso lontano, che vive in uno spazio di riservato dolore. Margherita – la protagonista – è una donna confusa, smarrita, poco capace di agire e di accudire tanto la figlia quanto la madre. Dirige il film con un senso d’impotenza, disarmata nei confronti di una troupe che chiede una guida, ammutolita di fronte al protagonista italo-americano che soffre di un’amnesia generalizzata, che non riesce a recitare. È separata dal marito, separata dall’amante. Vive la malattia della madre con gli occhi increduli e sofferenti di una ragazzina che non può accettare un’ulteriore separazione. Tra i due personaggi, immobile e quasi assente, la figura della madre. Una madre che sembra inconsapevole del suo destino, una madre-bimba, infantilizzata dalla morte che avanza.

Nanni Moretti lascia vivere i suoi alter ego e li fa agire autonomamente ma non li abbandona mai del tutto, gli rimane sempre a fianco. Si comporta come l’attore che Margherita reclama in scena: “non devi crederci troppo… tu non devi scomparire come persona. Ci deve essere il personaggio, però accanto ci devi essere anche tu”. Moretti non vuole inscenare una farsa così come non vuole incarnare una verità piena. Vuole rappresentarle entrambe, dare segno di una finzione (del suo essere attore e regista) e insieme fare emergere una sua intimità, il suo essere un uomo diviso (che oscilla tra Margherita e Giovanni), nudo e solo di fronte a un dolore scabroso. Mia madre è un film sull’elaborazione del lutto, sul dramma dell’accettazione della perdita. Moretti cerca così di rappresentare la tensione insostenibile tra il lasciare andare (Giovanni) e il trattenere a sé la madre (Margherita). E tenta di farlo con libertà, senza censurarsi ed evitando al contempo una selvaggia commiserazione. Si muove con pudore, timidamente, non indugiando sui momenti di sofferenza.

Nondimeno è forse in questa eccessiva cautela che emerge un’incertezza tecnica non trascurabile. La mano di Nanni Moretti, infatti, non incide a fondo: nel tentativo di una ricerca sottile dell’idea da rappresentare, la sceneggiatura sembra appiattirsi in alcuni punti, le caratterizzazioni dei personaggi perdono di consistenza, i raccordi scenici e il montaggio diventano un po’ vaporosi. Come già accennato, il film risente inoltre della “troppa presenza” del regista, che non permette alla rappresentazione un’apertura o uno slancio più disincarnato. Si avverte quasi una paura nell’abbandonarlo, nel non lasciarlo evolvere da sé e il rischio che si corre è quello di restituire una messa in scena livellata, contenuta. Un regista deve sempre staccarsi dalla propria opera, non farla tutta sua, per donargli un’essenza autonoma e singolare. Nanni Moretti, purtroppo, se ne appropria gelosamente, togliendoci quasi la possibilità di andare al di là delle sue intenzioni. Mia madre è si un film autentico ma troppo ancorato ai vissuti del suo regista.