Youth, la giovinezza

Sulla vecchiaia e la caducità

di Laura Porta

La giovinezaa

La giovinezza è dove ciascuno l’ha lasciata. Eppure l’incedere della vecchiaia può divenire ostacolo a coglierne la sua rilucenza interiore. Quando la giovinezza è scambiata con la prestanza, ecco allora che il lavoro del lutto si fa aspro e malinconico. Youth è un film sulla vecchiaia di due amici, Fred, brillante direttore d’orchestra e Mick, regista, entrambi a fine carriera. L’uno si crogiola in un’apatia senza speranza, l’altro si accanisce a voler portare a termine il suo film testamento, in cui solo lui crede.

I dialoghi tra i due, che si svolgono in un esclusivo resort sulle Alpi svizzere, sono incentrati sul funzionamento della prostata, sottolineano un’esistenza ormai rassegnata, per Fred, e mal assestata, per Mick, sottomessa alla decadenza del corpo: il corpo scricchiolante nel funzionamento fallico, pendente nell’elasticità della pelle, sfibrato nelle energie, lacunoso nella memoria e nei riflessi, è un corpo che non gioisce più. Non gioisce più perché, come per Mick, è impegnato in una battaglia contro i propri limiti, oppure perché ha operato uno sbarramento ideologico alla gioia.

Tra i due casi, quello che sembrava avere qualche speranza, il lottatore, è quello che finisce peggio. Fred invece, si risveglierà dal torpore per concedersi una tregua alla sua ibernazione: dirigerà, alla fine, l’orchestra per cui era stato pregato dalla Regina Elisabetta.

Sorrentino, nel suo particolare stile filmico quasi ossessionato dall’immagine, mette a fuoco una sconcertante verità: nell’epoca dell’idealizzazione della giovinezza come evidenza esteriore di prestanza e bellezza, la vecchiaia è un pietoso capitolo chiuso. Come se la giovinezza non fosse più, oggi, nelle coscienze collettive, quel rintocco di campane in festa, quella vibrazione, quel moto dell’animo che genera lo stupore, ritrovabile a qualsiasi età in quanto moto interiore. Essa è confinata a parametri di inequivocabile evidenza, dunque riservata a chi, la giovinezza, ce l’ha anagraficamente.

E chi, per caso, si azzarda a vivere ancora un’intensa passione, come i due coniugi silenziosi sorpresi in un focoso scambio amoroso nel bosco, è osservato con distacco scientifico come un curioso fenomeno. 
 Lo sguardo di Sorrentino, sempre spietato nella lucidità della sua narrazione della decadenza, coglie il rischio più grave della vecchiaia, quella che si contrappone alla giovinezza e che abolisce la dimensione interiore e vitale del desiderio, un desiderio in cui, per dirla con Sartre, “siamo soli e senza scuse”.

Se l’umanizzazione del desiderio, come sottolinea Lacan, è legata al desiderio dell’Altro, ecco allora che l’Altro sociale contemporaneo ha una grande responsabilità nell’umanizzare la vecchiaia. La sua rimozione massiccia e collettiva, che opera in maniera subliminale attraverso i mass media insieme alla rimozione della morte, arriva a far sì che i vecchi rimuovano la loro stessa condizione esistenziale come esistenza da abolire. Il film è intriso della tensione di questo iato, continuamente rimarcato, come nella scena in cui irrompe tra i vecchi bagnanti Miss Mondo, rilucenza così irraggiungibile e abbagliante da lasciare senza parole.

A differenza del precedente, disperato messaggio de “La grande bellezza”, qui Sorrentino vuole lasciarci un barlume di speranza. Bisogna vedere bene e a fondo i contenuti rimossi per riemergere in un nuovo, vitale slancio (o per soccombere, come Mick). Ed ecco allora che appaiono i luoghi della rimozione: la follia della moglie del direttore d’orchestra, la disabilità fisica, psichica e cognitiva insita nella vecchiaia, la disperazione implicita nel lutto della propria avvenenza giovanile, il dramma dell’approssimarsi della morte. E una volta riemerso, il rimosso può essere rigettato o accolto, rivalutato criticamente e accettato, come per Fred, che grazie a questo lavoro riesce ad allentare lo sbarramento che aveva operato verso il mondo, immergendosi nuovamente nella ricca e imprevedibile complessità della vita.