Intervista ad Alfredo Eidelsztein

Alternative alle tendenze individualistiche e alla biologizzazione generalizzata nella nostra cultura

di Carina Rodriguez Sciutto
In Letra Urbana, al borde del olvido, n. 39.
Traduzione italiana a cura di Jonas Trento con il contributo di Nicola Felici.

Lo psicoanalista Alfredo Eidelsztein, è autore di numerosi saggi ed è docente all’università di psicologia di Buenos Aires. Attualmente tiene un seminario Internazionale, che nel 2017 ha avuto come tema “Scienza e psicoanalisi”, mentre il tema di quest’anno (2018) è “Lacan: la critica a Freud a partire dalla psicoanalisi”. Lo abbiamo intervistato perché riteniamo che il suo lavoro rappresenti una prospettiva interessante per comprendere gli stili di vita contemporanei. I suoi scritti, sviluppando una concezione strutturalista e anti-naturalistica del soggetto, forniscono un’alternativa alla visione biologicista-individualista della sofferenza umana. Se il soggetto viene all’essere e si costituisce attraverso il rapporto con l’Altro, allora la sofferenza individuale può essere compresa solo a partire dalle idee e dai pensieri che circolano nel campo sociale.


Si suppone che gli psicoanalisti osservino cosa succede nell’attualità. Come possiamo intendere il soggetto di oggi?

Il termine “soggetto” viene frequentemente utilizzato come sinonimo di individuo, cittadino, essere umano. È l’uso più universale del termine, nel senso di universale e antropologico. La psicoanalisi, invece, opera con una concezione del soggetto che non consente di definirlo attraverso le categorie delle scienze sociali.

La domanda circa il soggetto contemporaneo, presuppone di paragonarlo con il soggetto di ieri. Questa è un’operazione che in psicoanalisi non può essere realizzata. Dalla prospettiva psicoanalitica non c’è possibilità di stabilire, per esempio, come sono gli adolescenti di oggi o come sia cambiata la figura del padre nel corso delle generazioni. Questo confronto compete a discipline come l’antropologia, la sociologia, e la psicologia, che sono discipline comparative. La psicologia è comparativa rispetto a dei modelli di normalità, in quanto crede di disporre di un modello di padre normale, madre normale, bambino normale e di poter confrontare ogni soggetto con questo modello. Ogni caso in psicoanalisi è trattato invece in modo particolare e si interviene, attraverso la costruzione della storia e della struttura specifica del caso. Il tema che mi proponi nella domanda è quello del soggetto, ma il soggetto in psicoanalisi è un concetto specifico e non corrisponde a quello di individuo.

In ogni caso clinico il tema che la persona porta, il soggetto che una persona porta in analisi, può essere per esempio: la sua relazione di coppia, la relazione con i genitori, la relazione con i figli, la relazione con il suo capo, quindi già il tema non coincide con la persona che domanda, bensì con il punto di vista da cui essa guarda le sue relazioni. È importante stabilire la differenza tra i modelli teorici di Freud e Lacan. Per Freud il soggetto della psicoanalisi era l’individuo con proprietà assolutamente universali, senza limiti di tempo e nemmeno di spazio. L’uomo da sempre è e sarà nella forma con cui Freud l’aveva concepito. Indipendentemente dal suo luogo di provenienza.

La psicoanalisi sorge da un cambiamento di paradigma culturale dovuto alla comparsa della scienza moderna nel XVII° secolo, grazie agli sviluppi della fisica Newtoniana che stabilisce, secondo Lacan, un modo di funzionamento del soggetto che chiama “soggetto della scienza”. Lacan istituisce delle coordinate teoriche per la psicoanalisi che sono applicabili solo per i soggetti appartenenti alla cultura occidentale derivante dalla scienza moderna.

 

Nell’attualità predominano nell’area della salute mentale alcune malattie come l’ansia/angoscia, depressione, ADHD, attacchi di panico, autismo, ecc. Come si comprendono queste manifestazioni? Esiste un condizionamento sociale per l’insorgenza di questi sintomi? Una cultura o un momento storico possono determinare i nuovi sintomi?

Secondo il mio modello teorico, preferirei usare il concetto di strutture cliniche, al posto di “malattie” come viene posto nella domanda. In effetti le consideriamo come un prodotto del funzionamento e dello sviluppo della cultura e della società. Questo mi permette di fare una connessione con la precedente risposta, vale a dire che se il soggetto è il soggetto della scienza, si hanno delle coordinate spazio-temporali: isteria, masochismo, sadismo, eccetera, vengono istituiti come problemi clinici a partire dal XVII° secolo. Ciò che si considera sintomo o eccessivo malessere in una società, dipende dalla struttura ideologica, politica, religiosa ed economica di quella società. Indubbiamente, la sofferenza psichica è un prodotto della realtà sociale, e questa incide su ogni soggetto con modalità e intensità differenti. Bisogna anche considerare che ogni cultura presenta specifici limiti in relazione al malessere che essa genera. Secondo alcuni studi, in certe culture, la schizofrenia non esisterebbe e i fenomeni che noi ora classifichiamo come appartenenti allo spettro schizofrenico sarebbero invece da considerare come manifestazioni divine, sciamaniche o legate a pratiche di stregoneria. Per quanto riguarda le tendenze del nostro tempo, mi sembra che in occidente i disturbi si manifestino sempre di più mediante modalità individuali e con fenomeni legati al corpo. Tale tendenza interessa e attraversa ogni manifestazione clinica: mentre un tempo si soffriva in modo collettivo, oggi si soffre in modo individuale. Inoltre la sofferenza trova perlopiù espressione nel dolore fisico: disturbi ancorati nel corpo biologico hanno una considerazione sociale maggiormente riconosciuta rispetto ai malesseri spirituali, morali o astratti. Diamo molto più valore al dolore del corpo rispetto ad altri tipi di sofferenza e questo fa sì che sempre di più si manifestino i conflitti attraverso disturbi somatici.

 

Oggi esiste una tendenza a pensare che tutto ciò che succede all’essere abbia una causalità biologica. Qual è la sua lettura in merito? La psicoanalisi si mantiene ai margini di questi criteri fondati sulla biologia?

In psicoanalisi bisogna distinguere tra i diversi modelli teorici e le pratiche che svolgono gli psicoanalisti. Nella società occidentale, la mia impressione è che con maggiore frequenza si enfatizzi il disturbo come disturbo somatico, associando insistentemente la causa a problemi biologici, neuroscientifici, genetici, fisiologici, ormonali. All’interno della psicoanalisi esiste una maggioranza di colleghi che suppongono che la principale causa dei malesseri provenga dal corpo biologico. Una doppia tendenza attraversa tutto l’occidente dal sorgere della scienza moderna: da un lato si innalza l’astrazione a livello del formalismo matematico, fenomeno che constatiamo oggi nell’uso commerciale di algoritmi come Google, Facebook, Netflix, Yahoo. Dall’altro vediamo che le masse credono in ciò che è visibile e palpabile, ovvero ritengono vero solo ciò che chiamiamo sostanza tridimensionale. La supposizione di fondo è che qualcosa esiste se è visibile e palpabile. Penso che la funzione sociale della psicoanalisi, la sua responsabilità storica, consista sia nell’opporsi ad una concezione dell’umano biologicista-individualista, sia nel proporre una visione alternativa che sostenga da una parte una concezione di “soggetto” diversa da quella di “individuo” – e ciò nella misura in cui si stabilisce che il soggetto è una realtà transindividuale – e dall’altra che fornisca una teoria che svincoli l’esistenza del soggetto dalla realtà biologica. Propongo qualche esempio per pensare a ciò che di per sé è poco pensabile. Qualcuno soffre enormemente a causa di un sapere sempre saputo, ad esempio che sua madre avrebbe voluto un figlio dal suo primo fidanzato. Per questo soggetto il fratello mai nato rappresenta la sottrazione di un privilegio che la madre non ha potuto accordargli. Per la madre, invece, il ricordo del fidanzato e dell’amore che li univa, rimanda al figlio perfetto che non ha potuto avere. Nella coppia, il figlio nato non può coincidere con il figlio ideale, e questa non coincidenza segnerà profondamente la vita ci ciascuno dei membri della famiglia. La non realizzazione di un ideale può addolorare una vita come un vero e proprio lutto . Pensiamo alla depressione che può essere l’effetto della perdita dell’onore, della patria, della dignità, della sincerità. Se un neuroscienziato leggesse o ascoltasse quello che stiamo dicendo direbbe che non ci sono problemi, che la vergogna, la dignità e l’onore hanno origine nel cervello. Quest’idea oggi raccoglie un consenso quasi unanime. Ci si potrebbe opporre dicendo che esistono culture che hanno problemi legati alla vergogna, mentre altre non ne hanno affatto. Ci sono società in cui è presente il sentimento della colpa, ma non tutte le società e culture sono segnate dalla colpa come lo è invece la società occidentale, impregnata di cultura giudaico-cristiana. Gli antichi greci non avevano sensi di colpa; possiamo quindi dire che il senso di colpa non ha origine nel cervello, infatti non esiste una differenza strutturale significativa tra il cervello dei greci di 2500 anni or sono e il nostro. La colpa viene dalla cultura. A questo proposito è evidente la differenza tra Giappone e Argentina. La mia impressione è che la funzione sociale dello psicoanalista in occidente consista nel contrastare tali argomenti riduzionisti, e nel sostenere, con idee e chiare argomentazioni razionali, che all’origine c’è una strutturazione ideativa e che tale struttura non necessariamente ha origine nel cervello. Ci sono cose che si pensano e vengono pensate con insistenza in gruppi, classi sociali, paesi, provincie, che non sono nate dal cervello di nessun individuo. Faccio un altro esempio per poter capire meglio questo ragionamento. Consideriamo ciò che potremmo chiamare le scoperte simultanee. Se osserviamo la storia della scienza, le scoperte scientifiche sono state assegnate ad un unico scienziato, mentre invece si può constatare che le più importanti scoperte scientifiche degli ultimi secoli, furono realizzate simultaneamente da 2, 3, 4 o 5, in alcuni casi anche da 7 scienziati che in paesi diversi nella stessa epoca, nello stesso anno, sono arrivati alla stessa scoperta. Se consideriamo che una società scientifica si pone gli stessi problemi, ciò non significa che essi si creino nel cervello degli scienziati che ne hanno dato le soluzioni, anzi, le soluzioni simultanee proposte possiamo intenderle come risposte ai problemi formulati dalla società. L’idea che il pensiero provenga da un individuo, ci porta inesorabilmente a considerare che è il cervello di ognuno a rendere possibile questo pensiero. Se riflettiamo accuratamente, possiamo costatare che le società pensano, e che ognuno di noi è preso, con maggiore o minore passione, dalle cose che “si” pensano.

 

Lei lavora con il concetto di Immistione di Alterità, un neologismo di Lacan. Si può collegare alla questione del soggetto e alla questione che non esistono scienziati che pensino in forma individuale?

Lacan ha proposto per diversi anni del suo insegnamento l’idea di soggetto inteso come un insieme in cui si articolano le posizioni di vari individui. Nella logica psicoanalitica, ogni caso è una miscela di individui, per esempio, si potrebbe pensare che il lavoro clinico su un caso consista nell’analisi e nella risoluzione dei conflitti di diverse generazioni di una famiglia, considerati dalla prospettiva di un singolo membro. Anche se ci si limita a considerare la prospettiva di un singolo, ciò non sminuisce la potenza di tale conflittualità che appartiene alla famiglia e alle sue generazioni. Per indicare la partecipazione di tutti questi personaggi nella struttura e nella storia del caso, Lacan propone il concetto di inmistione. In spagnolo ed in italiano non esiste questa parola “inmixting”; invece in inglese indica una mescolanza di elementi con il risultato che non si riesce a stabilire cosa sia di uno e cosa sia dell’altro. Noi in occidente siamo biologisti e individualisti e crediamo che la società sia un sistema di individui, così come lo rappresentava Norbert Elias: delle palle da biliardo che si urtano su un tavolo. La proposta di Lacan intorno alla logica di inmistione di alterità è tutt’altra cosa; per usare un’immagine è come se versassimo nel caffè una bustina di sale con il risultato di rovinarlo, non potendo più separare gli elementi. Quindi è impossibile stabilire quale sia dell’uno e quale dell’Altro. Dunque ogni caso è la congiunzione di più fattori. Nella psicoanalisi ci sono delle differenze teoriche tra Freud e Lacan. Per Freud l’inconscio è il risultato di impressioni interne causate da vissuti individuali, perciò l’idea che ne deriva è che ci sia qualcosa di interno che si deve esprimere o mettere in parole. Per Lacan l’inconscio è strutturato come un linguaggio, cioè gli elementi sono i termini del linguaggio e le sue leggi, le leggi del linguaggio. A partire da qui risulta operativo il concetto di inmistione di alterità: se l’inconscio è strutturato come un linguaggio, la domanda circa l’individuale, il biologico e l’interno può essere pensata solo attraverso un pensiero linguisticamente determinato. Per ognuno di noi è così rispetto alla sua lingua materna: la possediamo internamente o abitiamo in essa? Evidentemente non è questo il modo di considerare la questione, la lingua materna è qualcosa che esiste di per sé, anche se cambia, si rinnova incessantemente, non possiamo impedirlo e non possiamo farci niente.

Si produce questa ambiguità: sentire l’inconscio come qualcosa di interno che noi mettiamo in parole, quando invece, possiamo pensare che ognuno, in ogni caso, abita in una specie di universo, che sarebbe l’inconscio strutturato come un linguaggio, e che esso ci parla. Parlando come Lacan, possiamo dire che lo psicoanalista è un personaggio disposto a immergersi nell’universo costruito dalle parole del paziente e capace di interpretare ciò che c’è lì, senza dover indovinare ciò che starebbe all’interno di ognuno.

 

Ha detto che Freud ha un’idea specifica di cosa è l’inconscio: gli eventi del mondo materiale producono effetti che rimangono registrati. Ci può dire cosa propone lei per capire la teoria del trauma e il concetto di inconscio?

Il concetto di trauma è fondamentale nella teoria freudiana, basata su presupposti biologici. Per Freud si nasce come una tabula rasa, in bianco, dove internamente si registrano gli eventi che caratterizzano la sofferenza del vivere, qualificati come vissuti soddisfacenti o insoddisfacenti. I componenti di questo registro sono il contenuto mnestico di un evento X, dell’evento Y, dell’evento Z, chiamati da Freud rappresentazioni. Essendo questo un modello biologico-neuronale, viene accompagnato da un moto di energia. La meccanica di questo sistema considera che ogni energia si può spostare da una rappresentazione ad un’altra e che alcune rappresentazioni possono condensarsi in una sola. Le due grandi leggi dell’inconscio freudiano sono condensazione e spostamento e si riferiscono alle derivazioni delle cariche tra le diverse rappresentazioni; inoltre egli sostiene che l’eccitazione non deve superare un certo livello.

Freud dunque pensa che esistano, nel corpo, meccanismi atti a preservare questa regolazione, tuttavia certi stimoli, provenienti dall’esterno, possono generare una carica elevata che produce un sovraccarico. Questo eccesso di carica o sovraccarico viene percepito come spiacevole e per Freud questa è la radice del trauma, cioè rappresentazioni di vissuti eccessivamente investiti energicamente, che costituiscono dei nuclei attorno ai quali si instaurano le ripetizioni dei modi di vita degli esseri umani. Se analizziamo cosa è traumatico nella società, appaiono delle evidenti obiezioni al postulato di Freud. Ciò che potrebbe essere assolutamente traumatico per una società, può non esserlo più, dopo 100 o 200 anni.

Nel giornale di oggi c’era una statistica riguardante degli studenti in Argentina. La metà di loro, argomentando con una certa efficacia, sostenevano la possibilità di una dittatura non democratica. Per chi ha patito la ferocia della dittatura militare in Argentina è scandaloso. Questo dimostra chiaramente che ciò che è considerato traumatico, per esempio una dittatura militare, dipende molto dal contesto socio-culturale. Per molti della mia generazione ciò può essere tremendo, invece per un giovane di due o tre generazioni successive può essere adeguato o addirittura auspicato e conveniente. Un altro esempio: se una donna scopre che suo marito è bigamo può soffrire di una tremenda crisi, però se scopre che ha sette donne e quattordici figli, cadrà in uno shock assoluto, sentirà che non capisce più nulla e quindi questo sarà un trauma per la sua vita. Se un individuo oggi prende un aereo, può andare in una società dove la poligamia è una pratica normale e ben vista. Sto dicendo che ciò che è traumatico non corrisponde alla quantità dello stimolo, come nel modello biologico di Freud. Nel pensiero di Lacan, dove l’inconscio è strutturato come un linguaggio, si opera con i significanti piuttosto che con le rappresentazioni. La sua definizione di significante è che un significante, in quanto tale, non significa niente; soltanto significa nei contesti dove occupa un posto in relazione ad un insieme di significanti. Perciò, invece di avere rappresentazioni, intese come tracce di eventi (Freud), nell’inconscio per Lacan ci sono significanti della lingua. Questo significa che non nasciamo come tabula rasa, perché il linguaggio che abitiamo ci preesiste. D’altro canto, ciò che per Freud era energia o quantità di affetto (la rappresentazione) per Lacan è il significato. Il significato di un termine radica nell’immistione di valori di una particolare storia, di una società, di una cultura. Perciò se qualcosa è traumatico per un soggetto, lo è perché il suo contesto lo rende tale, il contesto significa l’ideologia, la politica, la cultura, e il linguaggio. Il contesto sono gli altri, nel senso di dimensione sociale. Il concetto di quantità di affetto è problematico e non riesce a dar conto delle differenze né di alcuni fenomeni. Ad esempio, perché in una guerra di trincea, la nevrosi traumatica affligge con più frequenza chi è rimasto illeso rispetto a chi è stato ferito? Un altro esempio: perché dei quattordici bambini violentati da un prete in una istituzione, uno di loro si è suicidato, e gli altri tredici no? Ovviamente questo non corrisponde all’evento traumatico, dal momento che tutti i bambini hanno sofferto la stessa aggressione fisica e morale, ma, per ogni singolo caso, è il contesto in cui la persona ha vissuto l’evento, ovvero l’inmistione di alterità nella quale era immersa, che rende tollerabile o meno quell’esperienza; si tratta anche di come il sociale viene articolato nella famiglia. il trauma può invece restare assorbito anche come vissuto storico in sé stesso. Per Freud laddove c’è trauma c’è un episodio nella storia della persona in cui è stata liberata una smisurata quantità di energia. Nel modello teorico di Lacan, invece, questo può variare. Nella storia di un individuo, un evento può avere poco impatto nel momento in cui accade, e a posteriori cambiare significato, in relazione al contesto in cui questo episodio viene letto, e apparire successivamente come traumatico. Tuttavia in psicoanalisi, il modello più diffuso è quello freudiano: molti psicoanalisti, infatti, nelle cosiddette “nevrosi traumatiche”, cercano dei vissuti violenti nell’infanzia di quella persona, e molte volte si finisce per inventare un fatto che permette di attribuire valore al modello teorico, con un risultato clinico nullo. Lacan sostiene che la potenza traumatica di un evento dipende dalla struttura del fantasma e non dipende dall’ evento in sé stesso. Il fantasma si costituisce nel campo dell’Altro. Nel suo modello teorico le cose in sé stesse, da sole, non dicono niente.

 

Psicoanalisi e neuroscienze. Qual è la sua opinione relativa alle teorie che stanno circolando, ad esempio la Mindfulness?

Oggi tutte le teorie che derivano dalle neuroscienze hanno una maggiore visibilità. Il paradigma di successo per pensare i problemi umani, oggi in occidente, è il modello neuroscientifico. Questo modello postula l’assioma che tutto ciò che sentiamo, pensiamo, proviene dall’attività cerebrale. Sostiene che senza cervello non c’è pensiero, sensazioni o affetti. La prima deduzione che possiamo trarre è che se queste provenissero dal cervello, la vita umana non sarebbe così diversa da quella di un mammifero qualsiasi, poiché tutti avrebbero una struttura cerebrale simile. Tra il topo, lo scimpanzé e l’uomo, la differenza sarebbe di quantità, come se noi fossimo delle versioni sofisticate della classe dei mammiferi. Cosicché si crede che esista il linguaggio negli animali e che il linguaggio umano sia più sviluppato e sofisticato di quello animale, con maggiori elementi in gioco. Questo è un paradigma che riscuote molto successo. Per esempio, sempre oggi è apparso sul giornale che c’è l’istinto materno e paterno, verificato nel cervello dei topi, dove esiste una zona a funzionamento dopaminergico. Lo studio sostiene che aumentando i livelli di dopamina in questa area cerebrale si riscontra un aumento della propensione all’accudimento dei cuccioli. Gli scienziati concludono supponendo che nell’essere umano succeda la stessa cosa, ovvero che accudire i figli derivi da un rilascio di dopamina nei nostri cervelli!

Colleziono articoli di giornale, dove le neuroscienze spiegano in modo sorprendente i fenomeni; per esempio, alcuni studiosi tentano di dimostrare che la tendenza a votare destra o sinistra sia una scelta influenzata dalla genetica. Il biologicismo moderno, insieme ad una sbagliata concezione della scienza, hanno influenzato, negli Stati Uniti, autori importantissimi, come Pinker, Willson ed altri, spingendoli a sostenere che le scienze sociali non devono occuparsi degli studi morali, lasciando questo compito alla biologia, considerando la morale come un prodotto del cervello. Io invece sostengo che le categorie di bene, di male, di vergognoso, di sinistra, di destra, di buon padre, o di cattivo padre, sono concetti e prodotti culturali. Cos’è una buona madre, cos’è l’istinto materno? Una buona madre a Sparta era colei che preparava il figlio alla guerra e ad essere pronto a morire per la sua città. I grandi leader religiosi e, politici, esercitano la loro influenza da vivi o da morti? In occidente la figura di Cristo ha esercitato una maggiore influenza quando il suo cervello faceva registrare un’attività elettrica o quando questa era assente? Maometto e Allah sono più vivi ora o 700 anni or sono? Marx, Mao, Peron, Evita, sono vivi o sono morti? E’ molto difficile ammettere che le cose passino attraverso i cervelli; il nazismo ha avuto origine nel cervello di Adolf Hitler, o nel fermento culturale della società germanica, dove si preparava da anni, a fuoco lento, un certo discorso? È stato Hitler a crearlo, o è stato lui stesso un elemento catalizzatore, conseguenza di un processo sociale e culturale? Per concludere, addentrandoci nello specifico dalla clinica psicoanalitica, molti pazienti attraversano situazioni in cui dicono di sé: “sono una vergogna”, “faccio schifo”, “sono brutto”, “sono scemo”, ma anche “sono intelligente”, “sono bella”. L’ingenuità della società consiste nel pensare che ciò che viene pensato da lui, o da lei, è pensato dal loro cervello, e dunque, che i pensieri provengono dall’interno di ciascuno.

Spesso, dalla posizione di interlocutore che offre il dispositivo analitico, è sufficiente chiedere “chi lo dice?”, “Chi pensa o chi ha detto questo?” per verificare che è stato un altro, addirittura altri, che lo hanno pensato e che lo hanno detto. La persona era convinta di essere stata lei a pensarlo, e può scoprire addirittura che lei stessa non lo pensa. Interrogando in analisi la questione, potrebbe scoprire che il pensiero di essere brutta – ciò che crede, soffre, patisce e vede nello specchio – più brutta del fratello, viene dai suoi genitori, o da un altro familiare. Non dobbiamo cadere nell’ingenuità di considerare questo pensiero come prodotto dal cervello della madre. Se riusciamo ad andare oltre, possiamo interrogarci se sia stata sua madre a dirglielo e scoprire, ad esempio, che la paziente può averlo interpretato attraverso gli sguardi che la madre si scambiava con il padre quando erano seduti a tavola insieme al fratello. Quindi, ciò che lei pensa, che in verità non ha mai pensato e che ha attribuito alla madre, nemmeno la madre necessariamente lo ha mai pensato o detto. Questa convinzione è stata costruita attraverso un insieme di supposizioni, di sguardi, di storie, accadute tra i quattro membri di questa famiglia, che a sua volta è parte di una famiglia allargata, di una classe sociale, di una città, e dunque è il prodotto in immistione di alterità senza che si possa attribuirla a nessun cervello. Si tratta di eventi di discorso ed i discorsi non possono essere ridotti al cervello né alla genetica di nessuno. Chi dice ciò che dice, chi lo enuncia o chi lo interpreta? La questione è proprio lì.

Alfredo Eidelsztein

Psicoanalista, membro di Apertura Sociedad Psicoanalitica, vive a Buenos Aires. Ha insegnato in università per trent’anni, tenuto corsi e seminari presso Università e associazioni psicoanalitiche in: Argentina, Uruguay, Cile, Colombia, Brasile, Bolivia, Costa Rica e Spagna. Autore di più di 200 articoli e vari libri, anche tradotti in inglese, portoghese ed italiano. Alcuni sono: Il grafo del desiderio (tradotto anche in italiano); Modelli, schemi e grafi nell’insegnamento di Lacan: La pulsione respiratoria (curatore); Le strutture cliniche a partire da Lacan (vol. I e II); La topologia nella clinica psicoanalitica, Altro Lacan.

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