“Nichilismo” giuridico

Questioni su diritto e tecnica nel pensiero di Emanuele Severino, in dialogo con un giurista

di Vittorio Ferrara

Introduzione

Il presente scritto si propone di toccare (forse solo sfiorare) alcune questioni fondamentali della filosofia del diritto, a partire dall’idea della fine di ogni forma (trascendente o meno) di misura del diritto positivo, fino al rapporto del diritto con la tecnica, avendo a riferimento il pensiero di Emanuele Severino è uno dei più noti e rilevanti filosofi del nostro tempo. Temi, questi due, che nella riflessione severiniana risultano quanto mai vicini.

Si è scelto di trarre spunto dal confronto avvenuto tra Severino ed un illustre giurista: Natalino Irti, che l’espressione “nichilismo giuridico” ha reso celebre nel dibattito interno (e non) ai giuristi italiani.

Tale scelta è dettata dall’efficacia con cui, a parere di chi scrive, possono emergere alcuni dei nodi fondamentali del complesso pensiero severiniano rapportati all’ambito della filosofia del diritto se questo viene fatto reagire (e qui l’occasione è felicissima, essendo gli stessi Autori ad aver interloquito in diverse occasioni) con la riflessione di un giurista che come pochi riesce ad esprimere l’“angoscia” (forse proprio perché da formalista sostanzialmente kelseniano, nel nostro tempo, empatizza fortemente con questo sentire) per le conseguenze dell’assenza di ogni “immutabile fondamento di verità, capace di opporsi, e di prevalere, alla volontà manipolatrice di cose e di forme sociali”. Tema, quello dell’angoscia dell’uomo davanti alla fine degli “Immutabili”, che, come noto, è tra i cuori pulsanti del pensiero severiniano e che, per come trattato da Irti, fa del giurista un esponente eccellente, nel mondo del diritto, del “pensiero contemporaneo”.

Un’“angoscia” derivante dalla fine di ogni “dualismo” che di fronte (e contro) il diritto positivo sollevi “un altro diritto: non la volontà di un diritto diverso, e perciò urtante nella volontà impositrice del diritto vigente si sarebbe trattato allora di lotta tra umane energie e forze storiche ma un diritto altro per fonte e per rango” che sia diritto divino, naturale o di ragione.

Che siano spirito del popolo, unità dei codici, Stato nazionale o ideologie politiche a dare unità al diritto diversa dalla sola “energia della volontà”, senza un “centro”, un “fondamento” si aprono le porte al più ‘sinistro fra tutti gli ospiti’: il nichilismo” (Irti). Nichilismo che, come noto, è tema centrale del pensiero di Severino, la cui (“inaudita”) pretesa è proprio quella di essere l’unico filosofo non nichilista della storia dell’Occidente. Meglio, l’unico filosofo che del nichilismo indica l’essenza e la fallacia.

I – Dal “Destino della verità” al “paradiso dell’Apparato”.

Epistéme e destino

La originalità assoluta (meglio “inaudita”) del pensiero di Emanuele Severino risiede, in radice, nella messa in questione della fede in cui cresce l’intera civiltà occidentale: la fede nel (senso greco del) divenire. Non certo affermando – è noto – che il mondo sia senza variazione, ma che la variazione del mondo, il divenire, ha un significato infinitamente diverso da quello che da millenni gli si attribuisce.

Senso del divenire che (senza addentrarsi nelle impervie e rigorosissime dimostrazioni di stretta logica che Severino propone) è esprimibile nell’idea di “essente” che, dai greci in avanti, caratterizza il pensiero dell’Occidente: esso proviene dal nulla, dal niente; è, e poi non può che tornare al niente.

Epistéme, nel discorso severiniano è sostanzialmente ciò che la filosofia dell’Occidente sarebbe voluta essere e non è riuscita ad essere: lo “stare” (epi-stéme) che sia capace di imporsi sempre e comunque, anche al divenire delle cose; divenire che è però dato per vero all’interno dell’epistéme (l’unica fede, lo diremo, che l’epistéme non può distruggere).

Il destino (de-stino) è invece lo stare autentico della verità che indica che ciò che nell’epistéme è l’“evidenza suprema e indiscutibile”, cioè il divenire, è in realtà solo una fede (una fede folle): è la Follia estrema dell’Occidente.

Vedendo la Follia, il destino della verità vede il senso autentico della nostra civiltà che va alla ricerca di un rimedio contro l’angoscia provocata dalla fede nel divenire (e vede la natura di rimedio che è l’epistéme).

Il destino vede, cioè, il carattere antinomico della tradizione filosofica occidentale, dai Greci ad Hegel: essa da un lato afferma che il niente non è e non può essere e che quindi il niente è assolutamente inconoscibile e il (ancor) niente che è il “futuro” (le cose da venire dal niente) è imprevedibile. Dall’altro però la tradizione filosofica si presenta come conoscenza incontrovertibile della verità immutabile e definitiva della totalità dell’essere.

Su questo punto è bene fermarsi un attimo per cogliere meglio il senso di questa radicale contraddizione (che si aggiunge alla radicale contraddizione che la Follia già è in sé): per il “senso greco del divenire” in Severino, le “cose” future provengono dal nulla e ad un certo punto cominciano ad essere. Come nulla, esse non sono; tantomeno sono conoscibili e prevedibili. Ma se la verità dell’epistéme è la Legge che governa il tutto (anche il divenire), quindi la Legge alla quale deve adeguarsi anche la totalità del futuro (cioè dell’ancor niente), conoscere la verità dell’epistéme significa conoscere la sostanza e l’essenza del futuro. Così la Legge epistémica diventa il contenuto dell’ancor niente che per diventare essente deve ascoltarla. Ma l’ancor niente, per ascoltarla, adeguarvisi, esso deve pur essere. Esso cioè è un essente. Risulta che il niente è un essente, che il niente è.

“Gott ist tot”: filosofia contemporanea e tramonto degli Immutabili

Il significato più autentico della filosofia contemporanea è, per Severino, il liberarsi dal carattere antinomico della tradizione filosofica ora descritto, restando fedele al significato greco del divenire e del futuro. Essa avverte che la “verità” dell’epistéme è errore proprio in quanto entifica il niente, trasformandolo in qualcosa di conoscibile e prevedibile, così negando l’esistenza del divenire, che è l’“evidenza” suprema cui la filosofia contemporanea aderisce ed aderisce in senso estremo, per quanto andiamo dicendo, rispetto a quanto non abbia fatto la tradizione filosofica plurimillenaria dell’Occidente.

Ogni verità immutabile deve essere negata per evitare l’identificazione del niente nel senso epistémico.

Per Severino, da Hegel in poi, è sempre più forte la convinzione che, se eistesse un “immutabile”, il divenire del mondo non potrebbe esistere. Si tratta del Principio divino, della Legge del tutto, che è “volontà di conoscere incontrovertibilmente la realtà”, ossia dell’Immutabile all’interno del quale vengono evocati e ricevono legittimità tutti gli altri: ”il Dio della tradizione metafisico-teologica e dell’immanentismo moderno; le leggi della natura e l’anima immutabile dell’uomo; l’autorità del padre, del monarca, dello Stato; la razionalità dialettica della storia e l’immutabilità del contenuto della fede cristiana; la stabilità; l’identità e la sostanzialità degli oggetti; le leggi della società e dell’economia concepite come leggi naturali ed eterne; i valori della morale; le gerarchie sociali ed economiche e gli ordinamenti politici connessi; il diritto naturale;” ecc…). Emerge cioè in modo sempre più forte il carattere antinomico dell’epistéme e la soluzione di tale antinomia nel senso di mantenere la (sola) fede nel divenire.

Ma chiariamo: pure abbattendo l’antinomia fondamentale dell’epistéme, anche la filosofia contemporanea mantiene la fede nell’esistenza del divenire e quindi coerentizza massimamente (nell’eliminare la contraddizione epistemica) l’altra contraddizione, più profonda (ed appunto comune all’epistéme stesso).

È quella contraddizione, già vista, tra l’affermazione della differenza infinita e irriducibile che separa essere e niente da un lato e la stessa fede nel divenire dall’altro (ovverosia la persuasione che, in fondo, l’essere è niente che la fede nel divenire implica; è questo che pensa Severino quando parla di “sottosuolo” del pensiero contemporaneo individuando in Nietzsche, insieme a Gentile, Leopardi ma anche Dostoevskij i suoi migliori ed autentici “indagatori”).

Previsione e pianificazione

Alla negazione di ogni verità immutabile, si deve accompagnare l’affermazione per cui la conoscenza ha sempre e solo un carattere ipotetico-congetturale; problematico, provvisorio e perfettibile.

Severino rileva che la forma più coerente e rigorosa di previsione del futuro che possieda tali caratteri è la previsione scientifica e che quindi la negazione più rigorosa del carattere antinomico dell’epistéme non può che venire dalla scienza contemporanea. Negazione che viene così a costituire il fondamento decisivo (e per lo più nascosto) della sua evoluzione.

La scienza costituisce il (nuovo) rimedio contro l’angoscia e la sofferenza provocata dal divenire, con un’efficacia sconosciuta al rimedio epistémico.

Sia la previsione epistémica che quella scientifica sono forme di previsione.

Ma mentre la prima intende essere il piano di senso definitivo e immodificabile al quale tutto deve essere ricondotto, la seconda ha un carattere ipotetico-sperimentale, ed è quindi disposta a farsi correggere e modificare dal modo in cui il mondo va via via presentandosi (cioè in cui “diviene”).

Da ciò, spostandosi sul piano dell’agire, si avrà che mentre l’agire epistémico è insieme limitato (perché governato dalla Legge del tutto) e illimitato (perché comunque ammette la possibilità di far attraversare all’ente la distanza infinita che, dal nulla, lo separa dall’essere; ammette cioè il divenire, e un agire su questo ancorché conformato alla Legge del tutto), l’agire scientifico (anzi, trovandoci qui sul piano dell’agire, diremmo meglio: agire tecnico) è capace di incidere nel divenire senza limiti: è un “agire infinitamente sugli essenti facendo percorrere loro la distanza infinita che separa l’essere e il niente”. La tecnica moderna è, per Severino, la forma più radicale di questa azione infinita.

Risulta quindi che le forme di pianificazione (presupposto dell’agire) epistémica e scientifica sono anch’esse radicalmente diverse:

“La pianificazione epistemica sottopone alla propria legislazione anche tutto ciò che ancora è niente, e quindi trasforma il niente in un essente. Nella sua essenza, la pianificazione scientifico-tecnologica afferma invece la probabilità che l’essente, condotto fuori dal niente dalle forze produttive, sia sottoposto al progetto in cui consiste tale pianificazione”.

L’Apparato, mezzo e scopo delle ideologie

Si giunge così ad uno degli aspetti più rilevanti ai fini del discorso che ci occupa, non solo perché oggetto di ampia attenzione da parte degli Autori nel corso del loro dibattito, ma anche perché è una delle chiavi di lettura di maggior rilievo che Severino impiega quando rivolge la sua riflessione ai problemi propri del mondo del diritto.

La forma che assumono la pianificazione scientifica e l’agire tecnologico è descritta da Severino come “Apparato scientifico-tecnologico”. Esso non è però costituito solo dalla concettualità scientifica e dagli strumenti della tecnica, ma anche dal sistema di condizioni sociali che rendono possibile il rapporto tra scienza e tecnica: “L’Apparato scientifico-tecnologico è l’integrazione della scienza e della tecnica a quel sistema di condizioni (appunto, giuridiche, burocratiche, economiche ecc) che rendono possibile il loro funzionamento”.

Il discorso severiniano sulle forme di volontà è assai complesso.

Per quanto qui interessa, va definito il concetto di “ideologia” in senso severiniano: si tratta delle forme di razionalità assunte dalla volontà di scopo nella tradizione della cultura Occidentale o in genere di ogni concezione del mondo e ogni progetto di trasformarlo, che si costituiscono secondo criteri diversi da quelli della forma di razionalità propria della scienza.

Quando perisce un certo “Immutabile” che sta come fondamento epistémico dei singoli scopi a cui miri la volontà, essi o scompaiono e ne sorgono di nuovi, che si fanno ideologia, ovvero diventano essi stessi ideologia.

Va aggiunto che Severino si riferisce agli scopi ideologici come scopi “escludenti”, cioè che mirano tendenzialmente ciascuno alla soppressione degli altri.

Essi, nella loro conflittualità, si avvalgono di mezzi, che sono porzioni di Apparato. Si affermano e scompaiono a seconda del prevalere della potenza del mezzo impiegato nel conflitto.

A questo punto bisogna mettere in rilievo un elemento che risulterà determinante ai fini del discorso che si conduce: lo Strumento (i mezzi impiegati dalle volontà di scopo) non è privo di volontà.

L’Apparato tecnologico-scientifico (ed ogni sua frazione) possiede di per sé stesso uno scopo che Severino dice “trascendentale” e che consiste nell’aumento indefinito della capacità attuale ed effettiva di realizzare scopi.

Dunque, nella situazione di conflittualità ideologica da un lato e di scarsità di potenza nell’Apparato dall’altro, ogni forza (ideologica), mirando ad aumentare continuamente la potenza della frazione di Apparato di cui dispone (e a sopprimere le altre), si dovrà trovare ad un certo punto davanti al problema della compatibilità tra la realizzazione dello scopo ideologico e l’incremento della potenza della frazione di Apparato di cui essa dispone. Così l’Apparato, da mezzo che era, sarebbe per Severino capace di modificare la propria natura e diventare lo scopo delle ideologie. La volontà di scopo fa del mezzo impiegato per raggiungere il suo specifico scopo, il suo nuovo scopo, facendo del primo scopo il suo mezzo (e peraltro, anche le singole forme di operatività tecnologica, all’interno dell’”Apparato”, sono destinate esse stesse a rinunciare ad ogni pretesa di essere scopi e a diventare mezzi per la realizzazione dello scopo “trascendentale”, di tal ché non può darsi che con la dominazione della volontà trascendentale della tecnica, una certa forma particolare di operatività tecnologica divenga permanentemente lo scopo delle altre).

Se le singole volontà di scopo che pretendono di servirsi della tecnica sono “escludenti” in quanto mirano alla soppressione le une delle altre, la volontà trascendentale dell’Apparato mira invece alla massimizzazione della capacità di realizzare scopi “non escludenti”, cioè tali che non si pongono in conflitto diretto tra loro. Si tratta degli scopi non ideologici e degli scopi ideologici dopo che abbiano subito la trasfigurazione in mezzi della volontà trascendentale dell’Apparato, così privati della loro tendenza strutturale ad appropriarsi della maggior frazione di Apparato possibile, in quanto ormai ne sono parte.

Il “paradiso dell’Apparato”; la “Gloria”

Quanto detto dovrebbe essere sufficiente ai fini del discorso che si conduce.

Per completezza, prima di procedere ad indicare quelle linee essenziali della riflessione irtiana che rilevano ai fini di questo scritto, bisogna fare cenno a quello che Severino definisce “il paradiso dell’Apparato”.

Si fa riferimento al momento in cui vi è un incremento tale della potenza dell’Apparato da consentire la soddisfazione di tutti i bisogni umani portati alla luce dalla tradizione dell’Occidente (e che oggi si presentano come “scopi ideologici”).

Si tratta di quello che Severino indica col nome di “paradiso dell’Apparato”; il momento in cui l’umanità raggiunge la massima felicità e, con la pianificazione scientifica, crede di rimuovere ogni angoscia.

Il luogo del “paradiso dell’Apparato” è invece, per Severino, quello della somma angoscia dell’uomo di perdere ogni controllo del divenire.

Si tratta peraltro, nel sistema severiniano, del preludio all’”apparire del destino”, cioè dell’uscita dall’interpretazione del mondo che sta nel “senso greco del divenire”, momento che Severino definisce “Gloria”.

Ma si tratta di aspetti del pensiero severiniano che porterebbero fuori dal terreno in cui si colloca il discorso che si prova a condurre, pertanto non pare opportuno andare oltre questi brevissimi cenni.

II – Nichilismo giuridico.

Pensare il diritto.

Il modo in cui Irti pensa il diritto sembra essere quello proprio di un normativista-formalista, spesso proposto come unica prospettiva di pensabilità del diritto (quantomeno nella contemporaneità), se non di sua esistenza: un diritto che è ridotto a pura procedura.

Meglio: il giurista constata che se non c’è trascendenza, natura o ragione a dare unità di senso, l’unico rifugio possibile è quello della forma: “Non è davvero un caso che, se artisti e critici letterari teorizzano la ‘poésie pure’, Hans Kelsen enunci la ‘dottrina pura del diritto’. (…) Lo Stufenbau kelseniano è un geometrico e rigoroso edificio che non si dà cura dei propri abitanti: esso è capace di tradurre in norma qualsiasi contenuto. (…) Il formalismo si svela nelle procedure produttive di norme. (…) La fine di ogni dualismo ha determinato l’auto-sufficienza della volontà umana. (…) Il funzionamento della procedura tiene il luogo delle antiche e logoranti dispute fra diritto naturale e diritto positivo, volontà divina e volontà umana. La validità del diritto, cioè il valere della norma come norma, dipende soltanto dal volere, che abbia percorso le procedure e assunto le forme stabilite (stabilite è ovvio sempre dalla volontà, la quale è in grado di modificarle abrogarle sostituirle)”.

D’altra parte, Irti concepisce lo Stato come machina machinarum: “la procedura normativa (se si voglia separare lo Stato come diverso dal proprio diritto) costituisce, e mantiene in vita, lo Stato.

Questa è, tra le plurime machinae, la più importante e decisiva (…) essa è in dominio della volontà.

Questa la costituisce in vista di uno scopo; ne determina la tecnica di funzionamento; e, per così dire, non si stanca dal nutrirla di se stessa. (…) Tutto può scorrere per entro i nomo-dotti, questi canali aperti e vuoti, che piegano ogni contenuto al loro funzionalismo produttivo. (…) La machina machinarum comprende anche le procedure amministrative e giudiziarie (…)”.

Un’osservazione può forse essere aggiunta: questa visione attraversa gli scritti del giurista come constatazione rassegnata, ma anche come punto di apertura dell’(unico) spazio operativo (e sembrerebbe esistenziale, segnatamente nei luoghi in cui Irti si sofferma sul sapere accademico e sulla “scienza giuridica”) che resta al giurista. Fa propria questa visione, con tutti i problemi che comporta (e che cerca di affrontare), perché non può (dichiara di non potere) altrimenti. Ma comunque sia la fa saldamente propria; ed è questo che ora interessa sottolineare.

L’angoscia

In ogni caso, questa è la visione del diritto che Irti fa propria. In generale, la sua “angoscia” muove dalla domanda intorno al destino del diritto (e del giurista) in un sistema così configurato. Ed è proprio per riuscire a meglio formulare, e dunque a trovare risposta, a tale interrogativo che sceglie di riflettere sull’idea di “tecnica” e sul suo rapporto con il diritto; sul senso del severiniano “dominio della tecnica”.

Ciò che si staglierebbe sullo sfondo, possiamo dirlo fin d’ora, è la possibilità della pura e semplice dissoluzione del fenomeno giuridico (quantomeno per come lo abbiamo conosciuto finora o per come un giurista come Irti lo ha pensato e messo in opera). Si tratta di una possibilità che (sicuramente nella visione irtiana, ma anche più in generale – a parer di chi scrive) è percepita come un rischio, minaccia (e come rischio sempre in agguato). Percezione che, quando non ignorata, viene più o meno efficacemente velata. Percezione con cui Irti cerca di misurarsi.

Ciò che qui si cerca di far cogliere, ormai lo si sarà intuito, è in che senso Severino indichi (pretende di indicare) la necessità di un cammino radicalmente altro, in cui un simile rischio (a voler rimanere nell’ambito del diritto), non solo è affrontato apertamente, ma riletto integralmente alla luce del complesso sistema di pensiero del filosofo.

Per parte sua Irti giunge ad escludere, lo vedremo, che, almeno per quanto concerne il diritto, possa parlarsi in generale di “dominio della tecnica” e a rifiutarsi di concepire una inversione di mezzo e scopo del tenore di quella descritta da Severino.

La regola e il regolato

Bisogna innanzitutto chiarire che il piano su cui ci si muove nel tentativo di descrivere il rapporto tra diritto e tecnica non è quello del rapporto tra regola e regolato. Chiarimento necessario non solo perché nello stesso confronto tra gli Autori un momento tutt’altro che secondario è legato proprio ad escludere tale prospettiva, ma anche perché da essa deriverebbero una serie di travisamenti fatali per la riflessione che si prova a condurre. In altre parole, se si vuole, può dirsi che il discorso non è condotto nell’ottica, usuale per il giurista (e da cui spesso fatica a separarsi) interna all’ordinamento, della quale la domanda è sempre come il sistema di norme tratta (cioè impone una  disciplina) ad un suo “oggetto”.

Ora, se si ricostruisse il rapporto tra diritto e tecnica in termini di regola (il primo) a regolato (la seconda), lasciando a ciascuno le caratteristiche che ad ora gli sono proprie, si rischierebbe di travisare l’idea di severiniana di “dominio della tecnica” nei termini di un’inversione di tale rapporto per cui la tecnica diventerebbe la regola, il diritto il regolato.

Questa operazione (che peraltro, è bene dirlo subito, Severino non tenta né gli interessa tentare), è per Irti (e per la maggior parte dei giuristi) impossibile da compiere: significa, semplicemente, sottrarre al diritto il carattere di prescrittività. È la rivolta dell’”ambito materiale” normato contro la fattispecie normante (intesa insieme come fattispecie astratta e sanzione ad essa collegata).

A questo punto appare perfino superfluo indicare quanto porsi su un simile piano sia fuori tanto dal solco tanto della riflessione che si conduce quanto del pensiero severiniano, che ne uscirebbe sfigurato.

Si deve muovere da un punto di vista esterno all’ordinamento, che guarda al diritto come fenomeno (come sapere e come forma di volontà), al pari di come la tecnica stessa viene considerata. Il tema è quello del rapporto tra diritto e tecnica in sé considerati.

Diritto è tecnica.

L’idea di tecnica che può ricavarsi dagli scritti di Irti, più ampia (e forse più sfumata, indefinita) di quella severiniana, finisce col coincidere con quella di “artificialità meccanica”: “nel suo disgiungersi dal naturale e dall’organico, implica la volontà, che sceglie fini e predispone mezzi per conseguirli. La tecnica, come calcolo e apparecchio di mezzi adeguati al fine, è indisgiungibile dall’artificialità.” Un nome riassuntivo dei mezzi predisposti a tanti determinati scopi, i primi diversi e frammentati in tante “macchine” quanto diversi sono i secondi (vi sarà quindi una tecnica d’impresa, investigativa, chimica, fisica ecc). È bene anche sottolineare come, in questa visione, il mezzo assume rilievo esclusivamente in relazione allo scopo a cui è asservito e fintanto che resta tale.

Il punto è che in Irti la tecnica non è portatrice di alcuna forma di volontà propria; essa non ha quello “scopo trascendentale” che Severino le attribuisce. E così pure il diritto, che non sta fuori (e “di fronte”) alla tecnica, ma è esso stesso tecnica, esso stesso privo di una volontà propria (sistema di “nomo-dotti” capaci di essere attraversati indifferentemente da qualsiasi contenuto).

Si dà solo rapporto tra forme di volontà e il mezzo che impiegano (sia pure definibile in modo riassuntivo con “tecnica”, usato dunque come sinonimo di “mezzo”). Mezzo che resta comunque tale, potendo al più la disponibilità dei mezzi mutare, in termini di distribuzione, tra le diverse volontà di scopo.

Diritto e tecnica non hanno alcun rapporto dinamico (nessuna dialettica, se si vuole), per la semplice ragione che il “diritto è tecnica”, mezzo neutrale rispetto alle volontà di scopo che se ne servono.

Alla luce di quanto detto, andrebbe dunque escluso, nella prospettiva irtiana, che di “dominio della tecnica” possa parlarsi, quanto meno con riferimento al mondo del diritto.

Il diritto, essendo già (almeno nel suo stato attuale) tecnica, dovrebbe ricercare altrove le risposte alla crisi che lo attraversa. Non è dall’azione di quella peculiare forma di volontà che è la tecnica che esso deriva (in tutto o in parte) i tratti del suo volto nella contemporaneità.

Peraltro può osservarsi come Irti recuperi addirittura, rimodulandola, l’ottica che sopra abbiamo definito “interna” all’ordinamento, cioè normativa.

Il diritto è una tecnica che come le altre serve le singole volontà di scopo, ma è anche quella particolare tecnica che crea lo spazio in cui è possibile il conflitto tra le diverse volontà di scopo e che, di volta in volta, in base agli esiti di tale perenne conflitto, impone il volere di quella che risulta prevalente (diritto come “volere un modo d’essere della volontà altrui”).

Per completezza, in questo senso può forse rilevarsi una contraddizione che testimonia la difficoltà anche teorica di ridurre il diritto alla tecnica intesa nel senso sopra descritto: così viene comunque riconosciuto al diritto l’avere (o meglio l’essere) una “volontà”.

“Giustecnicismo”

Una volta che si sia disconosciuto lo scopo “trascendentale” che pure caratterizza la tecnica ed affermata la neutralità costitutiva dei mezzi di cui le singole volontà di scopo si servono, rimane difficile spiegarsi le ragioni della necessità del severiniano “dominio della tecnica”.

L’esito a cui si rischia di giungere (ciò accade ad Irti anche nello stesso dialogo con Emanuele Severino) è quello di rendere la tecnica essa stessa un fondamento trascendente. Di renderla, cioè un immutabile, resuscitando gli “antichi dei” e facendo sì che “il cammino aperto dal giusnaturalismo si chiuda nel “giustecnicismo” (espressione, quest’ultima, impiegata da Irti).

La tecnica verrebbe innalzata a principio della normatività davanti al quale le norme politicogiuridiche perderebbero qualsiasi significato, o meglio esisterebbero in quanto deduzione di quella “norma suprema” (Irti arriva ad impiegare l’espressione kelseniana “Grundnorm”) che ne costituirebbe misura e fondamento (ciò che, per il giurista – aspetto che, come detto più volte, gli sta particolarmente a cuore – significherebbe: “o porsi al servizio della tecnica (…) o chiudersi in un nobile e onorevole silenzio. Il silenzio che è dovuto all’illimitata e trionfale grandezza di un nuovo Dio”).

Una simile lettura costituisce null’altro che l’espressione di quei residui epistémici, di cui lo stesso Severino parla, comunque presenti nel pensiero contemporaneo, i quali sono invocati in reazione all’emersione di quel “sottosuolo” (da pochi indagato ed ascoltato; ricordiamo ancora Nietzsche, Leopardi e Gentile, usualmente citati dal filosofo) che è la pura fede nell’esistenza del divenire e nell’inesistenza di ogni fondamento di verità.

Tant’è che la reazione ad una simile conclusione non può che essere il riaffermare l’inesistenza di una qualsiasi verità immutabile, chiaramente alla maniera del giurista contemporaneo: “il giustecnicismo, ancorché avanzi la pretesa di valere come fondamento, sempre si riduce ad ipotesi politico giuridica in conflitto con altre ipotesi: pronta e agguerrita a disputare il campo, e a percorrere i canali delle procedure normative. La pretesa della tecnica non sta sopra, ma dentro il conflitto con avverse pretese di totalità. Essa non può tirarsene fuori; e, se vuole dominare e reprimere gli altri scopi, deve, per così dire, accettare le regole del giuoco: di quel giuoco politico (democratico o autocratico che sia), da cui si generano le norme giuridiche. La politica si combatte soltanto con altra e diversa politica.”

A questo punto dovrebbe essere superfluo anche solo accennare alla (infinita) distanza che separa Severino dalla evocazione di “antichi dei”, quindi dal cosiddetto “giustecnicismo”.

III – Diritto e tecnica.

Bisognerà ora tentare di leggere i termini del problema dal punto di vista propriamente severiniano.

In Severino, lo si è anticipato ed è bene ribadirlo fin d’ora, il mezzo è tutt’altro che neutro, bensì portatore di una volontà propria (che è appunto quella della tecnica, l’indefinito aumento della capacità attuale ed effettiva di realizzare scopi). Dunque, nel conflitto, le volontà di scopo si confrontano non solo tra loro, ma pure con quella volontà (che diremo “trascendentale”) che è la volontà propria del mezzo che impiegano per confrontarsi, per prevalere nel conflitto con gli altri scopi (“escludenti”, in quanto miranti alla soppressione gli uni degli altri).

Nelle pagine che seguono, si proverà a chiarire tale concetto e di riferirlo al diritto, per poi cercare di fornire qualche conclusione.

Diritto e Apparato.

L’elemento destinale ed infuturante che attraversa il pensiero severiniano (comunque presente, per quanto vada inteso alla luce dell’eternità di ogni ente, nonché della critica al “senso greco del divenire”) rende non facile cogliere come il rapporto tra tecnica e ogni altra possibile forma di volontà sia destinato a mutare con il progredire del connubio tra tecnica e “sottosuolo” del pensiero contemporaneo (quindi con l’approssimarsi del “paradiso dell’Apparato”). Soprattutto per questa ragione si è scelto di premettere, subito dopo l’introduzione, alcuni cenni al sistema severiniano, per quanto rilevanti ai fini del presente scritto.

Come visto, nel tempo della distruzione degli Immutabili, (ciò che è parte del sottosuolo del pensiero contemporaneo) e dell’affermazione dell’inesistenza di ogni verità (che presuppone però, lo sappiamo, l’estrema fede nel divenire – nel senso greco del divenire), la tecnica si trova libera da ogni limite. E tanto più quel sottosuolo del pensiero contemporaneo, portatore della distruzione degli Immutabili, va emergendo, tanto più esso, ascoltato dalla tecnica, le consente di dispiegarsi pienamente ed incondizionatamente.

Intanto, possiamo dire che il diritto è leggibile come “ideologia”, secondo il senso che Severino attribuisce a questa parola, (sopravvissuta al tramonto del suo fondamento epistémico: nell’orizzonte epistémico e della pianificazione epistémica, si è posto  anche  quale immutabile; basti pensare al diritto naturale) in quanto è una visione del mondo che individua scopi e sia al fine di tale individuazione e selezione, sia al fine del raggiungimento di tali scopi, apparecchia mezzi (dalla posizione all’applicazione della norma).

In seno ad ogni forma di volontà opera una simile selezione. Essa non costituisce un carattere precipuo del diritto, che starebbe così sopra (o di lato) rispetto alle altre forme di volontà perché il loro conflitto organizza e i risultati di tale conflitto mette in opera. In termini relativi, ciò accade per ogni forma di volontà (il capitalismo, nel selezionare i suoi scopi, sa tenere benissimo in conto quali sono quelli della volontà giuridico-normativa).

Ancora, il diritto non è “una tecnica”: esso impiega la tecnica per “funzionare”, per selezionare i suoi scopi e perseguirli.

La tecnica (almeno nella riflessione severiniana) è una forma di razionalità ben precisa, che più sopra si è cercato di descrivere, diversa dalle altre che permeano di sé le diverse ideologie. Essa è unitaria e corrisponde alla razionalità scientifica, che si costituisce come la migliore “pianificazione” possibile (di fatto) al tramonto di quella epistémica.

Nel rapporto tra la volontà (i suoi scopi) e mezzi impiegati per perseguirli, in nulla quella giuridica si distingue da ogni altra forma di volontà. Anche qui è necessario (nel senso che si è precisato) che il mezzo diventi esso lo scopo della volontà che lo impiega per raggiungere i suoi scopi. È il senso inevitabile del conflitto di volontà che perseguono scopi attraverso mezzi: quello del prevalere dello scopo (“trascendentale”) di questi ultimi di incrementare la propria potenza (quindi della tecnica in generale, come mezzo supremo, ultimo, il più potente nel nostro tempo per le ragioni che fanno della razionalità della tecno-scienza l’unico, nuovo, necessario orizzonte della “pianificazione”), eliminando ogni scopo “escludente”.

È in questo che consiste, il senso del “dominio della tecnica” e il cammino verso il “paradiso dell’apparato”. Ciò si è tentato di descrivere in apertura del presente scritto e, forse, dovrebbe risultare chiaro come non ci sia nulla di più lontano dalla resurrezione degli “antichi dei” del senso severiniano di “tecnica” (e “domino della tecnica”).

Il diritto, le ideologie (in senso severiniano), le varie forme di volontà di scopo, in tale cammino non sono semplicemente destinate alla dissoluzione, ma ad esistere in quanto mezzi della tecnica, cioè come componenti di quello “Strumento” (supremo, che tutti gli strumenti organizza) che è l’Apparato scientifico-tecnologico.

Come mezzi della tecnica, politica, morale, economia e anche diritto cambiano sì volto, struttura e significato, ma non diventano un nulla, non perdono qualsiasi significato (Severino: “quando la tecnica è intesa e praticata come un mezzo per diventare ricchi, essa è qualcosa di essenzialmente diverso dalla morale intesa e praticata come scopo dell’agire umano; e se il profitto è inteso e praticato come mezzo per realizzare il bene comune, cioè un mondo morale, esso è qualcosa di essenzialmente diverso dal profitto capitalistico”).

Sul nuovo volto che le diverse forze, divenute da scopi a mezzi della tecnica, debbano avere, ci si deve affidare allo sviluppo storico concreto, anche se  a leggere il discorso severiniano  non è impossibile pensare di dedurre, in base alla necessità che il contenuto storico della normatività giuridico-politica diventi mezzo, quale sia il carattere che essa possa acquistare. Tale deduzione è possibile ma appunto non consente di concludere per uno sviluppo necessario perché se necessario è il ribaltamento di mezzo e scopo, ipotetico è il contenuto contingente della normatività giuridico politica.

Tuttavia, nelle conclusioni che ci si appresta a formulare, potrà apparire chiaro come tale “nuovo volto” non sia ancora così indecifrabile. Anzi, forse ha già iniziato ad essere ampiamente disegnato dalla tradizione del pensiero giuridico degli ultimi due secoli. Forse è già stato tratteggiato nelle pagine che precedono, nel delineare la concezione del diritto che attraversa la riflessione irtiana.

Conclusioni

In conclusione, si è visto con Severino come sia la volontà “trascendentale” della tecnica che le singole operazioni tecnologiche presuppongano forme di normatività politico-giuridica. Tali forme, a loro volta, con il tramonto di ogni limite assoluto all’agire, tendono a diventare esse stesse forme dell’operatività tecnologica, per poi essere acquisite all’Apparato, in cui tutte e due normatività giuridica e operatività tecnica, che comunque si trova da sempre in tale condizione  sono non verificate o risolte l’una nell’altra ma insieme orientate da tale dimensione “trascendentale”.

Dovrebbe ormai essere emersa chiaramente un’idea: il diritto, come ogni forma di volontà, si trova preso nella dinamica del ribaltamento mezzo-scopo: esso, nel conflitto con le altre forme di volontà di scopo, non può che cedere il passo alla volontà “trascendentale” della tecnica di indefinito aumento della capacità di realizzare scopi.

Ulteriormente, interessa qui sottolineare quanto nelle speranze di chi scrive dovrebbe già agevolmente potersi dedurre dalle pagine che precedono: il modo in cui Irti pensa il diritto, l’idea procedurale del diritto come sistema di “nomo-dotti”, indifferenti al contenuto che li attraversa, è già esso stesso testimonianza della trasfigurazione che la normatività politico-giuridica subisce nell’orientarsi alla dimensione trascendentale della tecnica.

In particolare, già la descrizione di Stato come machina machinarum sembra essere una metafora dello “Strumento”, cioè del sistema che organizza e conferisce la massima efficacia a tutti gli strumenti di cui l’uomo oggi dispone. Un’immagine riferibile all’Apparato, solo che le si tolga il carattere di razionalità esclusivamente giuridico-normativa che Irti le attribuisce (ricordando che la caratteristica della forma di volontà “diritto”, che Irti vede come una di quelle sue proprie, specifiche, data dall’essere una volontà che “vuole un modo d’essere della volontà altrui”, è invece strutturale per ogni forma di volontà in conflitto: gli scopi escludenti tendono alla soppressione degli altri scopi escludenti).

Ma si può andare oltre: lo stesso fatto di pensare il diritto, attraverso gli strumenti e le categorie della tradizione formalista e normativista, non come sintesi di scopi ma come macchina procedurale, come mezzo (peraltro potenzialmente al servizio non di un solo scopo ma di ogni scopo indifferentemente: “(…) in servizio di questi scopi, contingenti casuali fortuiti, sta la tecnica del diritto, un apparato di procedure che pongono e mi-pongono contenuti di volontà.”) già è propriamente un avanzare della tradizione del pensiero giuridico (dalle profonde radici filosofiche, s’intende; Kant in primis) in cui la razionalità giuridica va informandosi a quella della tecno-scienza così da diventare, da volontà che apparecchia mezzi nel conflitto con le altre volontà di scopo, esso stesso mezzo per quello scopo supremo proprio della tecnica che è l’indefinito aumento della capacità attuale ed effettiva di realizzare scopi. Così da diventare a pieno titolo parte dell’Apparato tecnologico-scientifico.

Più in generale, sempre nelle speranze di chi scrive, dovrebbe essere ancor più chiara la scelta di impiegare Irti come contrappunto a Severino.

Egli è (più o meno consapevolmente) esponente a pieno titolo del “pensiero contemporaneo”, contrassegnata in modo unitario, secondo Severino, dalla proclamazione della inesistenza di ogni verità immutabile, con conseguente emersione dell’angoscia per la perdita di ogni orientamento, salvo quello il sottosuolo del pensiero contemporaneo della fede nel divenire che è proprio la causa di quell’angoscia, quando esso non trova un rimedio epistémico, si dirà efficace.

Quell’angoscia che è la resistenza maggiore a fin che sottosuolo del pensiero contemporaneo e tecnica si incontrino appieno (perché ostacola l’uscita dall’epistéme) e al contempo il più potente stimolo a che questa raggiunga la forma estrema del suo dispiegamento, forte dell’assenza di ognilimite al suo agire, che pure sarebbe quel “paradiso” in cui, illusoriamente, l’Occidente aspira ad eliminare ogni “angoscia”.

Un’ultima notazione

Come ultima, breve notazione, si vuole che quei (pochi) riferimenti alla dimensione esistenziale del giurista che si sono fatti balenare lungo il discorso fin qui condotto, a cui Irti dimostra di essere sensibile, non cadano nel vuoto.

Non fallirebbe chi tentasse di rintracciare, nell’opera irtiana, le conferme all’impressione che la ricerca (anche in ambito filosofico) dell’Autore muove proprio dall’interrogarsi primariamente su che ruolo e che posizione possa avere un giurista nel nostro tempo, nell’era della tecnica.

Si tratta di un filo conduttore della sua riflessione che egli non nasconde, neppure a Severino.

E per quanto (peraltro per ammissione dello stesso Irti) la possibilità di un giurista di muoversi sui sentieri della filosofia trovi non pochi ostacoli (ciò che, nel caso di specie, si lascia al giudizio del lettore), resta che le severiniane “necessità”, che il filosofo indica e magistralmente descrive, lasciano questi interrogativi senza risposta.

D’altro canto, si tratta di questioni che solo parzialmente, ed in ottica diversa, possono rientrare nel campo della vastissima e complessa speculazione di Emanuele Severino.

 

Riferimenti bibliografici

Natalino Irti, Emanuele Severino, Dialogo su diritto e tecnica, Laterza, 2001

Emanuele Severino:

Destino della necessità, Adelphi, 1980

Essenza del nichilismo, Adelphi, 1982

La filosofia futura. Oltre il dominio del divenire, Rizzoli, 1989

(a cura di Ines Testoni) La follia dell’angelo. Conversazioni intorno alla filosofia, Rizzoli, 1997

Natalino Irti:

Nichilismo giuridico, Laterza, 2004

Un diritto incalcolabile, Giappichelli, 2016