Philip Roth: desiderio ed eredità

di Luciano De Fiore

È grande, è cattivo, è tornato! Paolo Simonetti ha annunciato così agli amici su facebook il terzo volume dei “Meridiani” da lui curato, appena edito. Sono d’accordo: di Philip Milton Roth è giusto parlare in questi termini.
Roth è morto un anno fa, il 22 maggio. Salman Rushdie, commemorandolo nella “sua” biblioteca di Newark, ricordava come non fosse uomo da eufemismi. D’altra parte, «Roth sta alla rudeness, all’asprezza, come la corrida e la pesca stanno a Hemingway»1. Ruvidità che è alla fonte della sua energia stilistica e che diviene anche posizione morale, antidoto nei confronti di quella condizione di «anti-umanità che definiremmo nice, graziosa»: in Roth non c’è niente di “carino”. Lui per primo non lo era: anche se, con gli amici, era pronto e disponibile allo scherzo e all’ironia. Ma per quanto si sforzasse di apparire innocuo, anche fisicamente era il ritratto di una certa intransigenza, innanzitutto con sé stessi. Le sue scritture più tese sono gravi. Nei suoi testi si avverte innanzitutto energia e serietà2. Direi anzi che questi due caratteri costituiscono la vera causa prima dell’inciampo, dello scandalo della sua opera. Si tratta di una serietà autentica, non seriosa: frutto del prender di petto le asperità della vita, del prendere sul serio le cose importanti, come il sesso, la famiglia, la malattia e la morte, il processo di formazione zigzagante e contraddittorio della propria identità, l’etica pubblica, la storia.

Norman Gobetti – suo traduttore storico – ha ripreso di recente un aneddoto raccontato dallo stesso Roth. Dopo l’uscita di Lamento di Portnoy, tutti si chiedevano come fosse possibile che il giovane scrittore che fin lì si era ispirato ad Henry James, a Thomas Mann, a Flaubert avesse adesso un successo strepitoso grazie al libro più zozzo mai stampato fino allora da un editore rispettabile. Non si capì, al momento, che Lamento di Portnoy non era la fine della Grande Letteratura, semmai un nuovo inizio. Almeno così riteneva il suo autore.
Eravamo nel febbraio del 1969: non stiamo quindi solo ricordando il primo anniversario della sua morte, ma anche il cinquantesimo della pubblicazione di Portnoy’s Complaint, che invece di garantirgli nell’immaginario dell’opinione pubblica un posto dignitoso à la Gustav von Aschenbach, il sulfureo protagonista de La morte a Venezia, come l’autore avrebbe desiderato, lo fece diventare – ricorda lo stesso Roth – «famoso per essere tutto ciò che Aschenbach aveva represso come segreto vergognoso fino alla conclusione moralmente risoluta della sua vita». Ma ecco l’aneddoto.
«Un giorno telefonai ai grandi magazzini Bloomingdale’s per cercare di porre rimedio a un errore che da diversi mesi compariva sul mio conto aperto presso di loro. All’altro capo, l’addetta restò senza fiato e disse: «Philip Roth? Quel Philip Roth?» Timidamente: «Sì». «Ma lei non dovrebbe essere in manicomio?» «Ah, davvero?», replicai in tono scherzoso, cercando, come si suol dire, di stare al gioco, però sapevo bene che l’addetta alla contabilità di Bloomingdale’s non avrebbe reagito così se a chiamare per segnalare un errore fosse stato Gustav von Aschenbach. Nonostante l’ossessione amorosa per Tadzio del suo interlocutore, si sarebbe profusa in un «Sì, Herr von Aschenbach; siamo terribilmente dispiaciuti per il disagio, Herr von Aschenbach… la prego di perdonarci, Maestro», era questo quel che mi aspettavo -conclude Roth».
Personalmente, trovo davvero spassoso il Lamento, ma capisco anche alcune critiche di allora: se hai 30 anni e scrivi di un adolescente smanioso che si masturba con un torsolo di mela o una fetta di fegato, sei divertente. Se invece hai una settantina d’anni e scrivi di un ménage à trois che coinvolge un vecchio signore, una giovane donna ubriaca e un dildo verde con cinturino (come in Umiliazione), ti stai indubbiamente inoltrando in territori molto più incerti. Ai quali il pubblico può reagire in modi imprevedibili.
Anche se le critiche sono state per solito molto positive. Quasi mai benevole, però. Perché Roth è urticante. Dà fastidio. A volte sembra esagerare. Per questo non piace agli snob, a cui piace esagerare in prima persona. Neppure agli scrittori snob. Provate a chiedere a Jonathan Franzen se apprezza i suoi romanzi, o a Roberto Cotroneo. O a tanti redattori delle riviste letterarie, storiche e non. Vi diranno che Roth non gli piace perché piace a tutti. Non è vero. Tant’è che loro lo detestano. Roth, direbbero quelli di destra, è divisivo. Sta sul cazzo a chi ritiene indecente o sconveniente trovare un’espressione simile in un romanzo. Anche quando è assolutamente giustificata dal contesto. Se lo si legge, si capisce quanta ragione abbia Claudia Roth Pierpoint, tra i suoi critici più acuti, a sostenere che i suoi non sono libri sul sesso, semmai sui modi che troviamo per gestire in qualche modo la forza perturbante del sesso3.

Noi, che in materia di passioni, veniamo inizialmente indirizzati alla retorica, troviamo scomodo quel suo modo di parlarne. Non bisogna dimenticare che per lui “Pleasure is our subject”, come dice Kepesh, uno dei suoi personaggi più noti, aprendo il suo corso universitario in L’animale morente: il mio argomento è il piacere. A saperlo intendere però, e di nuovo “aiuta” conoscere i suoi libri. Si scopre allora che Philip Roth in fondo non ha fatto altro che scrivere intorno a quel senza Legge che è il Reale, in termini lacaniani. Di quell’ordine delle cose, e della vita, che resta inassimilabile. I suoi romanzi descrivono forme che la vita assume dopo l’impronta del trauma, dopo esser stata colpita, in cui le ferite sono visibili. Forme in cui la scrittura, che di per sé appartiene al simbolico, isterilendo inevitabilmente ogni realtà, cerca di fare incursione. Riuscendovi, spesso, ed è per questo che stiamo parlando di un grande, per quanto possa risultare a tratti irritante o discontinuo. Per quanto, e chiedo conforto a Paolo il letterato, sfido a trovare un autore del Novecento capace di mettere in fila una serie di capolavori come Lamento di Portnoy, Il teatro di Sabbath, Pastorale americana, La macchia umana e Patrimonio.
Questione di gusti, certo. A Teju Cole piace di più invece L’animale morente. A Jonathan Lethem, La controvita, mentre Coetzee preferisce Nemesi.
Fisserei questo ragionamento in due punti.

Primo. Con un esempio. Le terapie familiari cercano di mettere d’accordo i diversi membri attraverso una negoziazione, un deal – come dicono gli anglosassoni. Si tratta di trovare un punto di equilibrio. Per Roth, non funziona così. La vita non funziona così. Né la scrittura deve incaricarsi di provare a mettere in ordine le cose e i rapporti; non ha fiducia che possa essere neppure il dialogo a farlo. Roth è interessato proprio da quel che non funziona e che la letteratura – quando ne è capace – registra e testimonia, quasi fosse il sintomo di qualcosa che si è rotto: nel rapporto dell’individuo con sé stesso, con la propria cerchia, con la società, con il tempo che scorre e travolge tutto.
Intessendo relazioni, continuamente a contatto con l’Altro, l’individuo sbaglia, e così vive. Vivere è sbagliare, e sbagliare ancora. Lo fa a proprie spese. Non c’è redenzione, non c’è telelogismo né eterogenesi dei fini: Buck Cantor, nell’ultimo romanzo, è un Giusto che compie degli errori, il principale dei quali a sua insaputa: involontariamente, fa l’untore tra degli adolescenti ai quali stava dedicando tutto sé stesso, spargendo il virus della poliomielite. E alla fine ammalandosi, per giunta. La vita sembra accanirsi contro di lui. Come già, vent’anni prima, quando Roth descrive come la vita possa prendersela con un altro Giusto, lo Svedese protagonista di Pastorale americana, l’archetipo dell’americano a posto.
Ma la vita non si vendica contro nessuno. Semplicemente, non ha senso. Non ci resta che riconoscere e dar forma ai nostri sentimenti e ammettere la forza – spesso incoercibile – delle nostre pulsioni, in modo almeno da non vergognarci troppo guardandoci allo specchio: «Volevo dimostrare che la vita era qualcosa di triste e struggente, anche se personalmente la trovavo inebriante e spassosa; volevo dimostrare che ero «capace di pietà», una persona totalmente innocua». Così rifletteva un Roth ancora cinquantenne, quando ancora doveva scoprire a proprie spese che non si è mai né innocui né innocenti, e che raramente si è colpevoli per colpe proprie. Si dà perfino il caso, come accade a Levov lo Svedese, che le colpe dei figli ricadano sulla testa dei padri.
Questa è la realtà. Assurda, avremmo detto col vocabolario novecentesco. Ma accessibile, per quanto indigesta. Esperibile, per quanto faticosa, attraverso la finestra costituita dal fantasma. Fantasma che, per Roth – ben inteso, nella mia lettura che può benissimo essere errata – è essenzialmente desiderio: una finestra sul reale. Cioè su ciò che inceppa, su quel che fa problema, su quel che più ci tocca e ci fa avvampare, o stranire. Questo è il desiderio: una funzione soggettiva e personale del nostro contatto con la realtà vera, quella fatta di passioni, malattie e lutti, ambizioni smodate, spesso sconfitte. L’opera di Roth, tutta quanta, sta in questa piega umbratile, ondeggiante, tra la deflagrazione del desiderio e la sua deflazione.
Alla fine, exit ghost: il fantasma esce di scena, la sostanza del desiderio sembra abbandonarci a vantaggio di un qualcosa che si sa. Da questo punto di vista, si potrebbe quasi sostenere che le ultime opere di Roth siano apparentabili alla fine analisi, immaginata da Lacan, quando il desiderio dell’analizzante passa al sapere. Quando l’essere del desiderio diviene un essere di sapere. E tuttavia permane un resto inestinguibile di desiderio nella vita di ognuno (Everyman, diciamolo con una sua parola), a prescindere dall’età, dalle esperienze, dalle sconfitte, dall’umiliazione. Perfino a prescindere dalla morte.

Secondo punto. In questa pur modesta, parziale trasecolazione del desiderio in sapere, c’è però del godimento. Di un ordine del tutto diverso da quello del piacere al quale siamo stati abituati da Freud.
Vivendo, s’incespica. Anzi: vivere significa incespicare di continuo, cercando di prendere comunque un ritmo, di rialzarsi dalle cadute. Non si può che dar conto allora dei balbettii, della realtà impura, degli errori, dei vicoli ciechi. E dell’energia che ce ne trae fuori, magari sanguinanti. Quest’energia ha un nome: desiderio. Costituito non da divieti di fatto, ma da divieti di diritto. Desideriamo ciò che non abbiamo il diritto di desiderare, e che ciò nondimeno ci si impone – ecco quel che dicono i romanzi di Roth. Ma c’è del godimento, in questo, cosa ben diversa dal piacere. Aderendo alla realtà e alle sue ruvidità, si avverte di stare con la vita, pur soffrendo e sbagliando. Ma provando così anche un affatto paradossale godimento, forse insensato, in ogni caso inassimilabile al sapere. Un godimento che probabilmente è più dell’ordine del trauma che del piacere.
Chi apprezza le scritture di Roth ha avuto un anno per farne il lutto. È morto un padre, per fortuna, senza alterare quindi la catena delle generazioni. Oggi potremmo trasmetterne l’eredità. E ci ritroviamo con il compito, molto complesso, di riprendere – facendola nostra – e di trasmettere quell’energia, quella carica che è il desiderio, presente in tante sue narrazioni. Ma è mai trasmissibile il desiderare, e in che termini?
Chiudo con le parole che Zadie Smith – la scrittrice inglese – ha scelto per accomiatarsi da Roth: «La pura energia – il dono centrale di Roth e la qualità che ha condiviso con l’America stessa – è il suo retaggio per la letteratura, e sarà sempre lì, pronta per essere travasata o mescolata con qualche nuovo elemento da qualcuno in arrivo. Lo spirito rothiano – così pieno di persone, di storie e di risate, di sesso e di furore – sarà una fonte di energia finché ci sarà letteratura»4.

Note

1 R. Possnock, Philip Roth’s Rude Truth. The Art of Immaturity, Princeton University Press, Princeton and Oxford 2006, p. XI.

2 È forse una delle frasi più citate di Roth, confidata a Joyce Carol Oates in una conversazione del 1974, quella per cui «sheer playfulness and deadly seriousness are my closest friends; it is with them that I take those walks in the country at the end of the day» (P. Roth, Reading Myself and Others, Farrar, Straus and Giroux, New York 1975, p. 96).

3 C. Roth Pierpont (2013), Roth scatenato. Uno scrittore e i suoi libri, traduzione di Anna Rusconi, Einaudi, Torino 2015.

4 Z. Smith, Philip Roth, a Writer All the Way Down, in: «The New Yorker», 23 maggio 2018.

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