Il tesoro nel campo

Recalcati e la singolarità della parola. Recensione a “Lessico Amoroso”

di Luca Bagetto 

L’accusa di populismo banalizzante rivolta a Recalcati è ridicola, e tutti sappiamo che cosa sottende. Vi agisce una forma di odio ideologico che ha un preciso referente politico, al di qua e al di là del mirino. Niente di nuovo. Piuttosto, è da notare che, in questo furioso infilzare di spilloni vodoo, un’intera tradizione intellettuale va coerentemente in bambola, quando attacca Recalcati. Essa continua a non capire una serie di emergenze, nelle quali è in gioco ben di più che la contingenza della lotta partitica.

In questo confronto, Recalcati mostra di aver compreso meglio dei suoi detrattori la grande questione del rapporto tra la realtà del mondo e la rappresentazione delle parole. È la questione politica dalla quale è sorta la filosofia. Essa si è sviluppata grazie alla articolazione di una sfera pubblica di relativa uguaglianza democratica, che si opponeva ai ciechi rapporti di subordinazione naturale. Il pensiero non si è mai riferito a una realtà naturale, ma l’ha sin dall’inizio negata e modificata.

Occorre aver contezza della profondità di questa negazione, che appartiene alla parola e alla sua facoltà di distaccarsi dalla presenza delle cose. In questa consapevolezza intorno alla negazione consiste lo specifico contributo della filosofia alla comprensione della storia da cui proveniamo. Perché pensare, alla maniera di Thanopulos, di dover combattere la pretesa sovrapposizione lacaniana di schemi logici alla realtà, è come stare sul Titanic negli anni che precedevano la Grande Guerra: significa star contenti nel positivismo, ignorando il grande vuoto dell’inquietudine che si apriva allora. Significa trascurare, più o meno allegramente, il gonfiarsi del vento di una crisi di fiducia: nell’oggetto conosciuto e istituzionalizzato, nei fondamenti della vita sociale, nell’azione politica rappresentativa. Si tratta di una profonda crisi di adesione alla res publica, che proprio oggi, cento anni dopo, giunge alla sua acme. E vi giunge gettando la maschera rivoluzionaria e mostrando il suo volto reazionario.

Trascurare tutto questo significa ignorare la pervasività del nulla. Essa può essere fatale, come accade nei casi melanconici; oppure sollecitare il desiderio di vivere, come ci capita dopo un funerale. E il desiderio di vivere è il desiderio di mangiare: di muovere da un negativo, da un vuoto di stomaco “che riceve un contenuto positivo solo dall’azione negatrice che soddisfa il desiderio”, distruggendo e assimilando la materia desiderata, come si esprimeva Kojève.

Questo era il significato della ripresa di Hegel da parte di Lacan, intorno al tema del desiderio. Tutto era partito da lì, dalla presa di distanza da una positività, a vantaggio di una negatività negatrice che ha dominato tutto il Novecento. Non già per affermare un orizzonte menagramo, ma per cercare il metabolismo di una emancipazione.

E oggi stiamo ancora combattendo quella battaglia, per chi non se ne fosse accorto. Siamo ancora nel pieno della storia degli effetti di quella crisi, di quella fame e di quel desiderio. Possiamo continuare a credere che la nostra emancipazione consista nella costanza di una energia sempre positivamente disponibile, nella Presenza Vivente di qualche pienezza senza rappresentante. Ma nel migliore dei casi avremo solo cercato una compensazione a quel vuoto – nel peggiore, ci saremo chiusi come Thanopulos in una bolla, neanche tanto speculativa.

Recalcati invece conosce bene questa storia del negativo: la articola come presa di congedo dalla custodia di un Senso già sempre positivamente garantito, che tradizionalmente precedeva la storia e le sue contingenze singolari. Dopo aver accolto l’ospite più inquietante – il nichilismo –, non è più il tempo di ribadire il tema di una verità ormai acquisita, che richieda solo di essere vivificata in diverse esemplificazioni storiche. Le quali starebbero lì solo a confermare, come variazioni, l’univocità della verità originaria. È giunto invece il kairós della singolarità degli eventi che disturbano in modo decisivo ciò che vale per tutti.

Gli eventi che irrompono costringono a guardare in avanti, verso il futuro di un azzardo invece che verso il passato già positivamente garantito. E quando si guarda in avanti, verso ciò che non è ancora presente, i segni sono davvero tutto ciò che abbiamo. Essi non possono neanche darci la consolazione del recupero, nella memoria, della realtà passata.

Recalcati sembra quindi aver assimilato più profondamente, attraverso la sua clinica e attraverso la sua formazione filosofica, l’intera esperienza del Novecento, intorno al buio della notte del nichilismo, e intorno alla centralità del presagio dei segni: nell’attraversamento delle crisi spaventose è in gioco lo sconvolgimento del senso non solo sul piano della vita di una persona, ma anche nel modo sociale e politico di pensare la presenza del fondamento. È una ripresa dell’esperienza depositata in Al di là del principio di piacere di Freud, dopo il trauma della Grande Guerra. Invece di suggerire la riconduzione di ogni evento alla stabilità di un equilibrio, l’esperienza del trauma sconvolgente indirizza verso l’interruzione della normale normatività, che costituisce l’idea regolativa della scienza. Ciò che viene spostato, in una crisi, non è solo il modo in cui le nostre pulsioni si esprimono nei sogni, nei lapsus e nei sintomi – ma è, da sempre, il fondamento stesso della verità.

Capire la crisi significa allora capire che è passato il tempo di un Senso già assicurato della nostra emancipazione. Non si tratta più di ripetere una qualche evidenza originaria. Né di indicare il modo originario, scientificamente pulsionale, di rappresentare la realtà in forme simboliche. Occorre volgersi al futuro invece che al passato, mossi da una qual fiducia di scovare un tesoro nel campo.

Questo è il senso dell’evento e del caso sorprendente, nella sintassi di Recalcati: è l’entusiasmo per la possibilità di rinascere, l’allegria portata da quel tesoro nel campo come presagio di emancipazione, che motiva poi il movimento della comunicazione a tutti gli altri. L’unicità di una storia singolare vuole diventare universale: esistente per chiunque.

Il Lessico televisivo non è quindi un progetto di paternalismo didattico, e tanto meno di populismo mediatico, ma la comunicazione dell’urgenza di far vedere a tutti qualcosa di singolarmente emancipativo. Thanopulos affetta l’umiltà di dire che non si dà travaso di conoscenza dal sapiente all’ignorante, ma poi si trova a battere la stecca al popolo: dovete studiare, questa è roba complessa. Perché la sua didattica non è guidata dalla storia singolare del tesoro nel campo, ma da un passaggio non problematico dell’Io al Noi. Per Thanopulos è un passaggio non problematico proprio perché il buon esempio – della scienza, della tradizionalità infinita e del termine finale di ogni storicità – sta saldamente nelle sue proprie mani, che stringono la piena disponibilità di un Senso già assicurato. È un ottimo modo per continuare ad aver ragione con le masse, convincendole a torcere il capo verso l’indietro, là dove teniamo le redini.

Thanopulos non capisce la questione della singolarità come incorporazione eccezionale dell’universale, en corps, che nella lingua di Lacan è omofono di encore. Ancora è la cifra non già di una donna insaziabile, ma di una donna sempre singolarmente eccezionale. A una a una: la donna non fa mai somma ne le donne, e non chiude mai il cerchio. Questo è il senso di encore/en corps. L’inesistenza del rapporto sessuale non è né un paradosso, né l’incontro tra una donna frigida e un uomo impotente, come ritiene Thanopulos, ma è proprio il superamento della logica della scienza come lui la intende: la logica di uno spirito sempre attivo e onnipresente (il maschio sempre singolare, alfa) che feconda tradizionalmente una materia in fondo collettiva, anonima, sempre passiva e muta (la femmina: le donne). La lacerazione di questa copula simbolica tradizionale, nella celebrazione della singolarità eccezionale della parola, è colta istintivamente dal pubblico femminile di Recalcati.

A motivo di questa consapevolezza intorno alla questione della rappresentazione, il nuovo modo di Recalcati di esemplificare l’universalità è tanto più notevole proprio per essere svolto in televisione. Questo preciso tema dovrebbe suscitare il vivo interesse della critica televisiva, che dovrebbe distogliersi anch’essa dalla esclusiva volontà di far vedere chi comanda – così nel piccolo schermo come nel piccolo partito della verità.

Lo spazio dell’universalità è la televisione, a partire dagli anni ’60. Da allora, là, nella rappresentazione della tele-comunicazione, accade il passaggio dal singolare all’universale: l’esistenza per chiunque. Per noi, che allora eravamo bambini, l’educazione popolare veniva messa in scena sullo schermo – e neanche nei toni dell’imposizione subdola e onnipervasiva di un codice di potere! Il maestro Alberto Manzi non aveva ancora letto Foucault, e svolgeva la sua lezione di alfabetizzazione per far vedere le parole in televisione, al modo di un grandioso schematismo. La parola sulla lavagna diventava il tutto dello schermo: la televisione era la lavagna. Su di essa venivano vergati dei segni fiduciosi. Scrivere le parole sulla lavagna dello schermo era come indicare il tesoro nel campo. Si dava a contadini già curvi la possibilità di comprendere, di ricevere nelle proprie mani deformate la chiave per fare ingresso nella complessità del mondo, attraverso quei segni svelati.

Il sapere era potere, nella migliore tradizione di un Illuminismo non ancora svuotato dalle ossessioni paranoiche del codice culturale totalitario. Io, che sono ingenuo, ci credevo già allora: lì sul piccolo schermo il maestro Alberto Manzi stava attestando la medesima passione per la Révolution che muoveva Hegel, Schelling e Hölderlin, quando avevano progettato una nuova mitologia della ragione. Lui come loro voleva far vedere agli analfabeti, nella esibizione sensibile, i segni dei concetti. Il suo sogno era di far capire a tutti la complessità del mondo attraverso i segni tracciati alla lavagna. I quali da grafismi incomprensibili diventavano un disegno: era il disegno di ciò che all’improvviso balenava agli occhi, quando quei contadini riuscivano a leggere, con la forza di bambini. Ed era più in generale il disegno di una emancipazione, da sudditi a cittadini del mondo. Un passaggio rivoluzionario dai Padroni del sapere all’Encyclopédie illustrata da sfogliare in salotto, magari davanti allo schermo.

Poi, sappiamo che cosa è accaduto in tivù. L’immediatezza della figura sensibile, della sua esibizione, si è fatta largo, attraverso la pressione pubblicitaria. Il Carosello è uscito dai suoi contorni e ha spadroneggiato cursivamente sul palinsesto. La seduzione delle immagini ha coinciso con una sorta di adolescenza televisiva ormonale, transitando verso l’ormonalità commerciale. Invece di premere verso l’età adulta del piccolo schermo, Aldo Grasso si è sempre mostrato contento del fatto che non fossero più i laureati come Alberto Manzi a fare la tivù, ma il popolo – anzi, non il popolo (nel frattempo diplomato dal maestro), ma la massa amorfa di quella ormonalità. Anche lui, così, poteva continuare a spadroneggiare cursivamente sul palinsesto, dalla sua torre di controllo. Come Thanopulos, Grasso vuole continuare ad aver ragione con le masse, al modo del re celebrato dai sudditi, che lo chiamano per nome e gli ricordano in continuazione chi egli sia.

Ora succede che l’immagine, che nel frattempo era diventata l’equivalente universale – una sorta di grande prostituzione qualitativa che rende tutto indifferente, facendo violenza alla nostra sintassi quotidiana – venga riportata alla singolarità della parola, nel Lessico di Massimo Recalcati. Si tratta di una ripresa straordinaria, e ancora più audace, della lezione di Alberto Manzi. Recalcati fa vedere nell’universalità televisiva, attraverso il negativo dei segni delle parole, la possibilità di far ripartire un’esistenza. Mostra il lume, fioco e decisivo, attraverso la notte della morte e del nichilismo. La parola è lì come un fiore di carta giapponese, che acquista volume e figura nell’acqua della comunicazione.

Era già accaduto con Baricco, e poi qua e là. Consiglierei di non sottovalutare questa svolta, che si accompagna ora all’indebolimento del paradigma pubblicitario della telecomunicazione, nel passaggio verso la creolizzazione dei device. Invece di intrattenere puntando ai visceri come alle nostri parti meno nobili, l’immagine è tutta concentrata sulla parola, come accadeva coi fiori di carta del maestro Alberto Manzi. Niente distrazioni: i volti e i corpi corrispondono all’attenzione e sospendono il divertimento del carnevale continuo, che passa sempre ad altro. La lavagna torna a tracciare un disegno con le parole.

La parola adesso dice che qualcosa di singolarmente eccezionale e liberante è all’origine di ciò che esiste per chiunque. È un potente correttivo politico e sociale alla deriva dell’immediatezza della comunicazione social.

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