Recensione del libro di Nicolò Terminio: “Introduzione a Massimo Recalcati”

di Maria Barbuto

Il libro di Nicolò Terminio è un’Introduzione al lavoro compiuto negli anni da Massimo Recalcati nella sua opera di rivisitazione e di rinnovamento della materia psicoanalitica, in particolare lacaniana.

È un testo costruito in modo rigoroso e, allo stesso tempo, avvincente. Avvincente perché, oltre a rappresentare il risultato di uno studio approfondito, traspare la quota di passione dell’autore rispetto al compito di dare ordine a un pensiero e a un insegnamento che è, ancora, un work in progress. Nicolò Terminio lo dice chiaramente: “Ogni testo che vuole configurarsi come un’Introduzione non potrà mai esaurire il profilo dell’autore, può aspirare eventualmente a essere una lettura preparatoria per l’opera che deve ancora avvenire.”1 Ma questa “lettura preparatoria” è, in realtà, un libro ben strutturato e articolato. Terminio ha raccolto in nove capitoli e con un preciso ordine cronologico, legato anche alla pubblicazione dei testi, lo sviluppo dell’insegnamento di Recalcati, riletto sullo sfondo dell’insegnamento di Lacan.

Il risultato di questo lavoro è una fotografia, potremmo dire scattata in après-coup, di quella che è l’esperienza dell’autore sia come studioso ma, ancora prima, come allievo. È un libro che traduce l’incontro tra un allievo e il suo maestro.

La lettura di questo libro ha voluto dire anche per me tornare a un incontro. Ha significato andare alle origini del mio rapporto di amicizia con Massimo Recalcati, maturato intorno all’interesse comune per la psicoanalisi.

Di colpo, sono andata col ricordo a trent’anni prima.

Era il 1989 e io muovevo i miei primi passi nella formazione lacaniana. Ero andata ad ascoltare un Seminario organizzato da Carlo Viganò dove era relatore Massimo Recalcati, un giovane analista in formazione che quel giorno teneva una relazione in cui, in mezzo ad alcuni temi psicoanalitici, sviluppava aspetti del pensiero filosofico di J.P. Sartre. La conferenza era, dunque, di mio interesse perché sulla psicoanalisi esistenziale di J.P. Sartre avevo appena svolto la mia tesi di laurea. Da quell’incontro, tra pensiero psicoanalitico e filosofia sartriana, nacque l’amicizia con Massimo Recalcati.

Avevamo, all’epoca, gli stessi maestri e frequentavamo gli stessi seminari di psicoanalisi. E, nel giro di poco tempo, avevamo avuto anche la bella occasione di condividere, non solo l’entourage della formazione analitica, ma anche un lavoro clinico vero e proprio occupandoci della cura dei disturbi alimentari. Erano gli anni ’90. Grazie all’enorme ricerca svolta da Recalcati intorno alla clinica e alla teoria dell’anoressia eravamo molto attivi e, in un certo senso, i pionieri di un discorso tutto nuovo sul trattamento di questi disturbi. Fabiola de Clercq, fondatrice dell’ABA, un’Associazione che per prima in Italia si era occupata specificamente di questo disagio, rimase colpita dalle idee che lui proponeva per leggere il fenomeno dilagante dell’anoressia-bulimia. Così, intorno a Recalcati, che divenne il direttore scientifico dell’ABA, si costituì un gruppo di lavoro di giovani lacaniani che aveva acceso un dibattito importante sulle caratteristiche della clinica contemporanea, in quanto il fenomeno anoressico-bulimico descriveva bene un tipo di disagio che riguardava in generale il discorso del capitalista: assenza di domanda, mancanza di divisione soggettiva, difficoltà a stabilire un transfert sul sapere inconscio, difficoltà a produrre nel soggetto una rettifica soggettiva, sintomi poco metaforizzabili etc. I concetti della psicoanalisi lacaniana facevano da sfondo ai numerosi dibattiti e alle numerose pubblicazioni che Recalcati produceva in quel periodo, mettendo in luce un paradigma innovativo nel trattamento dei disturbi alimentari, estendibile al campo delle dipendenze e ai nuovi sintomi.

Nel 1993 andavamo con altri colleghi, per la prima volta a Parigi a un Congresso Internazionale organizzato dall’AMP. Eravamo un piccolo gruppo di italiani in mezzo a una marea di psicoanalisti che venivano da tutto il mondo. Tra gli italiani presenti, i giovani non erano tanti, ma noi eravamo molto decisi sul nostro desiderio di imparare e di aprirci a un ambiente poliedrico. Il titolo di questo Congresso lo ricordo ancora oggi era: Le temps fait symptome e quella occasione fu per me l’apertura a un percorso formativo che mi spinse a proseguire la mia formazione a Parigi. Massimo Recalcati, Uberto Zuccardi Merli ed io diventammo presto quel terzetto di giovani italiani che, per anni, fece del pendolarismo Milano-Parigi-Milano lo strumento indispensabile della propria formazione.

Furono anni di grande slancio verso la psicoanalisi e di condivisione di un’esperienza di studio e di formazione stimolante e, al tempo stesso, unica proprio per la possibilità di attingere direttamente alle fonti degli autori amati, a Parigi, coi grandi maestri e con un’atmosfera ancora vivace e coinvolgente intorno al discorso psicoanalitico. Respiravamo e mangiavamo la psicoanalisi sempre, a tutte le ore. Certamente, però, nessuno di noi si confondeva con l’altro. E, senza alcun dubbio, riconoscevamo a Massimo la capacità di un sapere che si esprimeva in modo originale. Credo che quegli anni gettarono le basi di quello che si sarebbe sviluppato per Recalcati come un pensiero singolare, messo alla prova da una lunga formazione.

Ritengo che la sua più importante testimonianza, ancora oggi, non è solo il frutto del suo infaticabile lavoro ma è il fatto di mostrare che la psicoanalisi è un discorso aperto. È sempre da uno studio rigoroso dei testi che il suo pensiero prende forma, una forma che genera movimento, curiosità, dialettica, magari anche dissenso, ma è un pensiero che apre ad altre possibilità del dire intorno alla psicoanalisi e non solo. È questa la differenza tra un sistema di pensiero chiuso su se stesso, come a volte rischia di apparire anche la psicoanalisi (che non ha affatto questo mandato) e un pensiero che si apre al confronto dialettico anche con altri saperi, la filosofia, l’arte, la letteratura, la città stessa, a partire dall’idea che la psicoanalisi e gli psicoanalisti non debbano rimanere confinati dentro una torretta d’avorio, ma debbano farsi “contaminare” dal mondo. D’altra parte è il Reale dell’esistenza quello di cui ci occupiamo, come potrebbe essere diversamente!

Nell’insegnamento di Recalcati il tema del Reale trova uno sviluppo particolare. Il libro ci mostra bene che per lui la psicoanalisi si accorda di più a una logica del non-tutto, una logica femminile, in grado di trasformare in risorsa preziosa l’incompletezza del senso. Non a caso, aggiungo, è a questa incompletezza che Freud ci invitava a prestare attenzione quando nei saggi degli anni ’30 sulla sessualità femminile, indicava proprio nel femminile un punto insaturo della dottrina, mostrando come questo punto fosse, in un certo senso, il motore del discorso psicoanalitico, facendo cogliere in filigrana, al di là dell’Edipo, l’assenza di garanzia data dal fallo.

Già nelle prime pagine del libro si coglie che lo sforzo di Recalcati, fin dall’inizio, è stato quello di mantenere in tensione l’Universale della struttura e il Particolare del soggetto, evidenziando nel soggetto il valore della contingenza rispetto a quello della ripetizione. Nel testo vediamo illustrato questo tema, anche attraverso il concetto di clinamen,2 concetto che Recalcati riprende da Althusser per commentare l’apologo della pioggia di Lacan e mostrare l’esigenza di pensare il soggetto nella sua possibilità di aprirsi, al di là della ripetizione, a un nuovo destino, come quando nell’apologo lacaniano nella caduta verticale della pioggia, si inserisce una deviazione e una goccia cambia direzione.3

Nella prima parte del suo insegnamento Recalcati è, dunque, interessato a fare luce sul processo di soggettivazione, e il suo insegnamento si coagula intorno alla triade desiderio-godimento-soggetto,4 attraverso cui mostra come si dipana la cura analitica.

In linea con l’insegnamento di Lacan, non crea un’opposizione tra desiderio e godimento ma sottolinea la capacità del soggetto di ricongiungersi in modo singolare al desiderio attraverso un godimento nuovo che si ritrova sulla scala rovesciata del desiderio. Vediamo, nel concetto di godimento nuovo, il nocciolo dello sviluppo successivo del suo insegnamento centrato sul legame tra soggettivazione e sublimazione. Rispetto a questo legame, il libro di Terminio mette bene in luce che viene sottolineata la ripresa significante della pulsione per una via che non passa dalla domanda e dalla dialettica del riconoscimento ma passa attraverso un nuovo annodamento anche tra significante e resto asemantico del significante stesso.5

Nella parte del libro dedicata al Recalcati clinico troviamo l’importante contributo sulla pratica del colloquio, che riprende in modo particolare gli anni dell’insegnamento all’Università di Urbino, nei quali Recalcati offre il modello per la costruzione del caso clinico.6 Si tratta di un insegnamento dove gli allievi vengono invitati a considerare che uno dei compiti dell’analista è “sopportare il reale della clinica”,7 per dire che il desiderio dell’analista è soprattutto un desiderio deciso, reso prezioso dall’ascolto dell’uno per uno, come se ogni caso fosse un esemplare incomparabile rispetto a un altro.

Ma già nel paragrafo intitolato “Il futuro anteriore dell’inconscio”8 sottolineando l’influenza che su Lacan hanno avuto “Essere e tempo” di Heidegger e “L’essere e il nulla” di J.P. Sartre, Terminio introduce i temi su cui Recalcati ritornerà a più riprese nel corso del suo insegnamento. Proprio Sartre, come dicevo all’inizio, è un autore che Recalcati affronta senz’altro in modo originale, con l’impronta del suo stile, attualmente anche nell’ultima parte del suo insegnamento.

Penso che la ripresa di Sartre ispiri, forse ancor più che la psicoanalisi stessa, tutti i suoi lavori sull’arte con lo scopo di ri-sottolineare quello che il neo-esistenzialismo di Lacan aveva già dedotto dalla lezione di Heidegger e Sartre, cioè che per il soggetto non si tratta soltanto di operare una storicizzazione del passato, di tornare al luogo delle origini, ma produrre un nuovo testo e una nuova scrittura per dire il rapporto con la propria verità.9 È il punto su cui Sartre sottolinea che nell’uomo l’esistenza (da farsi) precede l’essenza (ciò che è fatto), concetto che ritroveremo poi nel suo metodo progressivo-regressivo.

Su questi temi si aggancia la seconda triade dell’insegnamento recalcatiano che possiamo sintetizzare così: reale-soggettivazione-sublimazione,10 dove per soggettivazione si intenderà non più solo il rapporto tra desiderio e godimento ma il movimento singolare di incontro con il reale tradotto nell’esperienza della sublimazione. Perciò la sublimazione è, nella sua sostanza, l’operazione da cui emerge l’invenzione di un significato inedito. In fondo, per Recalcati soggettivare è sublimare.

È una questione messa bene in luce da Terminio quando parla della differenza, posta da Recalcati, tra metaforizzazione del bisogno e deviazione del bisogno11 dal momento che questa differenza pone le basi per distinguere tra il concetto di sublimazione e quello di metafora. Nella letteratura psicoanalitica, ad esempio in Freud, la sublimazione era legata a uno spostamento della meta sessuale, in Anna Freud rimane annoverata tra i meccanismi di difesa mentre per Klein si collega al concetto di riparazione dell’oggetto d’amore nella posizione depressiva.

Quello che Recalcati tiene a sottolineare rispetto alla sublimazione non è solo, come già dice Freud, che essa è senza rimozione ma che è sganciata da un lavoro di metaforizzazione e che ha a che fare con un resto asemantico. Questo concetto lo ritroviamo nei lavori sul padre, riletto attraverso la teoria della testimonianza, che è anche un modo per ripensare il tema del desiderio. Nel concetto di Padre-sublimazione, che si accompagna all’esperienza della testimonianza, viene messa in luce da un lato la metafora paterna in quanto punto di capitone tra significante e significato, dall’altra parte il Padre come limite del senso, quindi come resto dell’operazione significante. È questo resto che diventa la sostanza che può dare forma alla sublimazione.

In questa nuova figura del padre, la testimonianza funziona come un’opera d’arte, cioè un modo singolare di accostarsi al Reale riportandolo all’Universale.

Quindi, come ci ricorda Terminio, ci sono due assi intorno a cui ruota il processo di soggettivazione in Recalcati: l’amore e la sublimazione.12 L’amore stesso è visto come una possibilità della sublimazione. Nell’amore non si tratta solo di ricongiungere desiderio e godimento attraverso un legame libidico con l’altro ma c’è una specificità dell’amore che lo situa al di là della metonimia del desiderio. L’amore punta infatti all’unicità dell’oggetto amato. L’amore è sempre amore per l’Altro nella sua alterità reale. Nella sublimazione, l’aspetto erotico e pulsionale è molto presente, nel senso che la sublimazione, così intesa, non è un movimento ascetico o asessuato.

Il grande pregio di Terminio è quello di avere esposto in modo chiaro in questo libro, quello che in Recalcati è centrale rispetto alla sublimazione, cioè il fatto che essa non è l’offerta di un nuovo significato per il sintomo ma la possibilità di un nuovo giro per la pulsione, di una nuova forma espressiva, di un nuovo destino.13 È un tema centrale perché, nella clinica, questo ha i suoi effetti rispetto all’alleggerimento del fantasma. Se il fantasma ripete la stessa scena, la sublimazione ha invece a che fare con la plasticità pulsionale, con qualcosa che devia il soggetto dal circuito della ripetizione.

In accordo con Terminio possiamo dire che questo è il modello recalcatiano del cambiamento psichico.14 Qui si evidenzia ancora una volta anche la radice sartriana di Recalcati che riprende dall’Idiota della famiglia di Sartre la figura che più di ogni altra si presta al caso: Gustave Flaubert. Il paradigma-Flaubert mostra che non tutta l’esistenza del soggetto è già scritta dall’Altro e che soggettivare non vuol dire cancellare l’impronta dell’Altro ma produrre un marchio singolare, cioè un movimento di invenzione. Questo è il modo attraverso il quale Recalcati intreccia la definizione sartriana della libertà con la dialettica dell’alienazione-separazione di Lacan.

Credo che il punto di mira di tutto l’impianto teorico di Recalcati sta nel lanciare una sfida, cioè nel fatto che di fronte al discorso contemporaneo, la promessa analitica, oggi contrastata dalle neuroscienze o dal cognitivo comportamentismo, è l’unica che raggiunge lo scopo di attivare un trattamento del reale che possa contrastare gli effetti del discorso del capitalista. Come dire che la chance della psicoanalisi non si gioca nel suo farsi difesa di fronte al Reale, non si gioca nemmeno sugli effetti di senso che può produrre, ma sulla sua capacità di aprire per il soggetto un incontro inedito con il reale dell’esistenza, quindi sulla possibilità di testimoniare in un movimento soggettivo il senso della propria eredità che è sempre un po’ anche un’eresia.

In questo senso, leggo anche l’esperienza televisiva di Lessico famigliare e di Lessico amoroso nella logica della testimonianza, diciamo anche del coraggio della testimonianza, perché i media sono complessi e possono essere spietati. Terminio lo sottolinea bene: è la prima volta che in televisione viene portato un discorso sul sociale, sull’amore, sulle nuove famiglie, sul senso della genitorialità e dell’essere figlio, attraverso la prospettiva etica della psicoanalisi. In questo contesto, lo sforzo di Recalcati è nel far vedere il nesso esistente tra l’evaporazione del padre e la clinica del vuoto o, anche, nel sottolineare l’effetto prodotto dalla moltiplicazione dell’oggetto gadget a scapito dell’oggetto del desiderio e del rapporto soggettivo con la mancanza a essere. È su questi temi che la funzione del Nome del padre viene ripresa nella forma originale della testimonianza e si vede bene che il valore della testimonianza non è nella direzione di rinforzare l’Ideale ma nella possibilità di trasformare il punto di resistenza critico del soggetto, qualcosa che è esattamente opposto rispetto all’Ideale.

Credo che non a caso Terminio sottolinei, alla fine del libro, che i lavori più belli di Recalcati sono quelli che parlano delle opere d’arte. Lo “strappo della creazione” è un’espressione che Recalcati utilizza per sottolineare il movimento che caratterizza l’opera d’arte e questo movimento è sempre un urto, una lacerazione. Anche nella cura analitica si tratta dello stesso strappo. L’eredità che, per tutti, deriva dalla storia individuale, non è un processo dialettico ma qualcosa che si costruisce intorno a un taglio. Credo che sia questo il punto in cui possiamo sottolineare che la psicoanalisi ha di mira lo stesso evento trasformativo che si produce nell’opera d’arte, come dire che la pratica psicoanalitica ha a che fare con la creazione di un’opera. In fondo, nasce un’opera quando si compie un passaggio dalla ripetizione al cambiamento, quando l’impronta della nostra esistenza incontra una trasformazione creativa.

Allora, in questa prospettiva, cosa si gioca oggi a proposito del desiderio dell’analista? Questione che la lettura di questo libro non può non stimolare. Provo a dirlo attraverso un’immagine che prendo a prestito da una citazione del libro tratta da un articolo di Pietro Bianchi, in un commento all’estetica psicoanalitica recalcatiana: “Lo psicoanalista, se è davvero capace di mostrarsi fedele all’etica di un sapere insostanziale e sottrattivo, dovrà (invece) semplicemente testimoniare del contenuto di verità dell’operazione artistica, senza provare a spiegarla o a ‘verticalizzarla’ verso un contenuto significante. Muoversi lungo la superficie esattamente come fa un pittore.”15 Ecco, il desiderio dell’analista si presta a confinare con questa immagine, cioè ad accompagnare il soggetto a muoversi su questa superficie, sul bordo del suo reale senza forma, proprio come fa un pittore. La questione dello stile è, allora, l’effetto di questa circumnavigazione, nel senso che un’analisi comporta sempre la nascita di uno stile e, insieme, di un’eresia.

Forse qualcosa dello stile di Recalcati lo incontriamo in questa sua affermazione: “la psicoanalisi o è contemporanea o non esiste”. Perché in queste parole si condensa l’immagine del suo sguardo in avanti e il valore dato all’eredità come tratto inedito.

Note

1 Nicolo Terminio, Introduzione a Massimo Recalcati. Inconscio, eredità, testimonianza. Il melangolo, Genova 2018, p.185

2 Ibidem, p. 88

3 Ibidem, p. 88

4 Ibidem, p.21

5 Ibidem, p. 22

6 Ibidem, p. 84

7 Ibidem, p.106

8 Ibidem, p.42

9 Ibidem, pp. 42-43

10 Ibidem, p. 104

11 Ibidem, p. 52

12 Ibidem, p.75

13 Ibidem, pp.78-79

14 ibidem, p.80

15 Ibidem, p.166