La notte dell’Uno-tutto-solo

Recensione a “La notte del Getsemani” di M. Recalcati

di Nicolò Terminio

Lo aspettavamo da tempo, era un libro di cui avevamo già intuito la gemmazione un paio di anni fa quando al Dipartimento clinico dell’IRPA (Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata) aveva parlato del “Lacan cristiano”. Nel corso di quella lezione magistrale avevamo ascoltato le ragioni profondamente incarnate che legano l’esperienza di un’analisi alla questione della Croce. Nel suo libro Contro il sacrificio Recalcati avrebbe poi sviluppato il nucleo concettuale di quella lezione concentrandosi sul superamento del fantasma sacrificale. Ma la questione della Croce e del fantasma sacrificale non era l’unico punto di intersezione tra testo biblico e psicoanalisi, ce n’era un altro non meno importante. Recalcati aveva sottolineato che per la psicoanalisi e il cristianesimo il momento del dolore è un momento di verità, anche se questa verità può far compiere quell’esperienza in cui l’esistenza si sgancia da ogni possibile attribuzione di senso. Su questo punto Recalcati ci è ritornato recentemente anche nella lezione che quest’anno ha tenuto al Dipartimento clinico dell’IRPA affrontando la desolazione che un soggetto può vivere quando si trova in una condizione (struttura) melanconica.

In questo nuovo libro titolato La notte del Getsemani ci pare che Recalcati riprenda proprio questi aspetti riflettendo sulla testimonianza di Gesù. La sua attenzione questa volta si rivolge a un momento precedente all’esperienza della Croce, al momento in cui Gesù affronta una solitudine senza nome che lo espone al silenzio di Dio. Sì, anche il figlio di Dio essendosi fatto uomo – “Gesù non è tutto del mondo, ma è tutto nel mondo”, sottolinea Recalcati – fa esperienza della condizione di abbandono assoluto che ciascuno di noi può provare quando vive un dolore a cui nessuno può sottrarci e con cui ci confrontiamo senza la possibilità di appellarci all’aiuto dell’Altro. In questa condizione, Freud l’avrebbe indicata con il termine Hilflosigkeit, la nostra preghiera rivolta all’Altro incontra solo il silenzio. Il nostro appello rimane come un grido senza risposta, così come è avvenuto per l’invocazione di Gesù durante la notte del Getsemani. È una notte che fa da spartiacque nella vicenda umana del figlio di Dio perché scandisce il passaggio dall’Osanna che gli aveva rivolto la città di Gerusalemme al tradimento e all’incriminazione che lo riduce a resto senza valore. Ed è innanzitutto per Giuda, uno dei suoi discepoli, che Gesù perde valore: il suo tradimento sembra giustificato da un venir meno del Maestro alle aspettative che il discepolo aveva riposto in lui. Qui Recalcati mette in luce le ragioni del rancore e dell’odio che possono motivare il tradimento di un allievo verso il proprio Maestro (ma la dinamica del tradimento potrebbe svolgersi anche in senso inverso), ragioni che scaturiscono da un malinteso senso dell’amore che può legarci a chiunque Altro sia capace di accendere la nostra passione esortandoci a metterci in cammino.

La lettura recalcatiana della dinamica tra Giuda e Gesù poggia sulla teoria lacaniana del transfert. La chiave di lettura del transfert è servita a Recalcati per esplorare e illuminare nel corso degli anni le questioni più attuali che riguardano l’educazione, l’insegnamento e tutte le forme di trasmissione intergenerazionale. “L’ora di lezione” è un momento in cui la testimonianza desiderante del Maestro risveglia lo slancio desiderante degli allievi e questo slancio è un movimento transferale perché ciascun soggetto mette in gioco la propria mancanza, la propria sete di sapere, la propria apertura verso la vita. Però in questa dinamica transferale può innestarsi un fraintendimento della promessa che l’allievo legge nella testimonianza del Maestro. Se per caso un allievo pensa o spera che la promessa del Maestro sia quella di porre rimedio alla mancanza, allora la tensione dell’amore transferale rischia di trasformarsi nell’opposto. L’odio transferale subentra infatti quando un soggetto non vuole assumere la propria mancanza e ritiene che l’Altro avrebbe potuto concedergli quel gesto o con quel segno in grado di colmarla. Se la molla che accende il transfert risiede nella supposizione che l’Altro detenga l’oggetto che ci manca, questo non può essere però il suo destino perché la risoluzione del transfert non avviene attraverso il raggiungimento della completezza, ma attraverso l’assunzione della mancanza: “assumere la nostra condizione di mancanza non come afflizione, ma come incontro con quello che più siamo”.

Abbiamo speso qualche parola in più sul transfert perché questo è un aspetto decisivo nella lettura recalcatiana della testimonianza di Gesù che va considerata in tutta la sua specificità. Gesù come Socrate è capace di suscitare negli allievi il trasporto del desiderio aprendo la porta della vocazione singolare di ciascuno e spalancando tragitti inediti. La testimonianza di Gesù non sacrifica però la vita in nome del Logos. Diversamente da Socrate – sottolinea Recalcati – Gesù incarna il Verbo e non è la carne che si sacrifica per il Verbo. Il suo percorso non va dal singolare all’universale, ma dall’universale al singolare. La sua testimonianza è credibile perché porta fino in fondo il messaggio trasmesso durante la sua predicazione. La sua non è una promessa “politica” – chiarisce Recalcati –, ma una promessa d’amore che non vuole mai sacrificare sull’altare delle ragioni politiche il valore insostituibile e insacrificabile della vita singolare di ciascuno.

Il fraintendimento di Giuda, secondo la lettura di Recalcati, riguarda proprio questo aspetto: “la verità ha, cioè, sempre il volto singolare del prossimo e non quello generico dell’umanità o della povertà”. Giuda non perdona a Gesù di aver tradito le sue aspettative “politiche”, sperava di trovare un Altro in grado di estinguere l’esperienza della mancanza nella vita degli umani. La delusione per l’umanità del Maestro (la castrazione dell’Altro, in termini lacaniani) diventa la causa del tradimento di Giuda. In realtà Giuda non ha mai amato veramente il suo Maestro perché non riconosce “l’eterogeneità che disgiunge l’essere del Maestro da quella dell’allievo”, è per tal ragione che arriva a misconoscere l’esperienza del debito verso il Maestro e a detronizzarlo dal ruolo di colui che custodirebbe la risposta alla mancanza. È un ruolo però che Gesù, nonostante i miracoli compiuti, non ha mai assunto. Il suo Kum (Alzati) non è la chiamata a una crociata contro la mancanza, anzi in tutta la sua vicenda l’esperienza dell’abbandono e della mancanza danno testimonianza della verità del suo messaggio che, come mette in luce Recalcati, consiste in una possibilità affermativa di vivere quel “negativo” che ognuno di noi può attraversare ogni qualvolta rivolge il proprio appello verso l’Altro incontrando solo il silenzio.

Prima ancora di incontrare il silenzio di Dio, Gesù fa esperienza dell’abbandono dei suoi discepoli che rimangono avvolti nel sonno perché “non vogliono avere contatti con la ferita del figlio abbandonato dal padre”. In particolare, Recalcati dedica la sua riflessione al tradimento di Pietro distinguendolo da quello di Giuda. Il tradimento di Pietro non scaturisce da una presunta promessa tradita da parte del Maestro, ma è innanzitutto tradimento del legame di amore autentico che lo lega al Maestro. Le lacrime di Pietro si riferiscono innanzitutto al tradimento del proprio desiderio, al tradimento della vocazione che l’incontro con il Maestro aveva saputo risvegliare. Anche l’amore più fedele allora – così coglie Recalcati – può andare incontro al cedimento mostrando la mancanza inestirpabile che tocca ogni amore umano. Pietro, con le sue lacrime, mostra però che partendo dall’assunzione della propria mancanza si può dare un nuovo fondamento all’amore.

La mancanza non va quindi letta come un difetto umano che bisogna accettare, non vale qui l’indicazione di buon senso che sentiamo tante volte quando qualcuno sollecita a vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto. Ogni volta che leggiamo la mancanza e l’abbandono solo come Hilflosigkeit rischiamo di ancorarci a una visuale che vuole inquadrare il negativo da un punto di vista Altro che sembra avere come unici margini di manovra o una buona accoglienza o un cattivo rifiuto. La proposta e la testimonianza di Recalcati, anche in questo libro, prendono le distanze da simili abbagli immaginari perché leggere l’esperienza della notte del Getsemani come un tratto negativo da addebitare al mancato intervento dell’Altro sarebbe solo il tentativo di definire la mancanza come mancanza dell’Altro. Recalcati invece in tutta la sua opera ha valorizzato l’esperienza di una mancanza assoluta che in termini lacaniani possiamo indicare come il taglio in atto che ci attraversa nell’esperienza del Reale. Anzi, per essere un po’ più rigorosi, dovremmo sottolineare che per Recalcati nel Reale del desiderio è in gioco un tagliare prima ancora che si sia iscritto il taglio, un dipingere prima del dipinto, un marchiare prima del marchio, uno scrivere prima che il movimento diventi uno scritto, un testimoniare prima che venga colto come testimonianza. Se non si coglie questo aspetto del lavoro di Recalcati si rischia di fraintendere la posizione da cui legge gli Scritti di Lacan o i testi biblici. Non c’è alcuna contemplazione dello scritto, nessun elogio del marchio che contraddistinguerebbe un lacaniano da uno junghiano, nessuna passione per ciò che come taglio si è scritto come particolarità dell’Uno nell’Altro. Il Reale del desiderio – nell’opera di Recalcati – non è un disancoraggio o una perturbazione del Simbolico, già definirlo disancoraggio o perturbazione vorrebbe dire viverlo come una sorta di renitenza alla leva o di cedimento del Simbolico o ancora come una forma o un modo particolare di esistere che si sottrae al campo dell’universale. Seguendo l’insegnamento di Lacan e attraversando l’opera di Recalcati possiamo dire che la notte del Getsemani è la notte dell’Uno-tutto-solo che non trova (nella prima preghiera di Gesù) e non cerca (nella seconda preghiera di Gesù) alcuna iscrizione nell’Altro. Solo il silenzio. Ed è qui che si apre la chance affermativa della nostra notte. (Certo che stando nel linguaggio non usciamo facilmente dalle insidie della metafora: notte sembra opposta a giorno, ma la notte del Getsemani non è opposta al giorno o alla luce, semmai è notte che illumina e trasforma… chissà se esiste una figura retorica all’altezza del Reale).

Ritorniamo al libro di Recalcati considerando che questo nuovo studio della Bibbia non è un viraggio su un altro campo disciplinare così come non lo sono stati tutti gli altri lavori dedicati alle opere d’arte: è sempre in gioco una traiettoria “spiraliforme” attorno alla questione del Reale: è da lì che è sorta la teoria recalcatiana della testimonianza. Recalcati interroga i testi biblici perché lì viene data forma a un sapere della testimonianza, lì cerca un sapere sulla testimonianza, anzi – a questo punto – dovremmo dire un sapere sul testimoniare, sull’atto della testimonianza. In questa ottica la notte del Getsemani mostra che l’incarnazione singolare della vita di Gesù non vuole testimoniare alcuna negazione ascetica o spiritualistica della vita, anzi Gesù mostra un’esaltazione della vita come dono e un attaccamento alla vita che lo espone, in quanto uomo, all’esperienza dell’abbandono più radicale. Anche Gesù si appella al Padre per trovare sollievo dall’angoscia della morte, dalla condizione di inermità e solitudine che lo affligge. È questo il tempo della prima preghiera di Gesù in cui il figlio invoca l’intervento del Padre per essere salvato, ma la parola del figlio di Dio incontra solo il silenzio di Dio. Gesù, essendo pienamente nel mondo, fa esperienza dell’assenza di Dio e questo lo porta a modificare la sua posizione senza far scivolare la sua supplica nell’odio ateo, nel disincanto rassegnato o nella credenza religiosa di un Altro che prima o poi verrà a estinguere l’esperienza della mancanza. Attraversando il silenzio di Dio – facendolo proprio, potremmo dire – scaturisce la possibilità per quella che Recalcati definisce “la seconda preghiera di Gesù”. Questa seconda preghiera “non si limita a esaudire i voti dell’orante, ma modifica profondamente la sua postura consentendogli di avere un’altra visione delle cose”. Gesù si libera dall’attesa della risposta dell’Altro e dalla credenza che esista un Altro in grado di liberare l’uomo dall’esperienza dell’abbandono e della solitudine. È in questo frangente che Gesù accoglie l’assenza di Dio come occasione per consegnare la propria vita al mistero che affiora dal suo destino. Non avviene quindi un recupero, attraverso la preghiera, della forza dell’Io, anzi la preghiera conduce Gesù ad assumere la propria vita come consegnata. La testimonianza della notte del Getsemani è un atto di disarmo, un atto di fede che mostra quanto consegnare la propria vita al Reale del desiderio significhi “fare esperienza dell’inesistenza dell’Altro dell’Altro” e affidarsi semmai “alla Legge del Padre al di là del sacrificio” assumendo così “la Legge del desiderio come destino”.

Con questo testo agile e incisivo Recalcati vuole aprire ancora una volta una breccia nella vita della città esponendo quello che come autore continua a estrarre dal Reale. È un altro movimento, un altro scritto da cui ciascuno potrà trarre ispirazione per vivere in modo affermativo quella solitudine che ci accomuna nella nostra condizione umana.

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