Il desiderio dei desideri

Sul Global strike for future del 15 marzo

di Alberto Russo Previtali

Lo sciopero mondiale per il clima del 15 marzo è stato da molti definito « epocale », « storico ». Si tratta di un giudizio animato da un ottimismo nel quale non si può non sperare (magari anche senza speranza, poeticamente, contra spem in spe) : esso vuole che questa giornata rappersenti l’inizio di un cambiamento radicale del sistema di produzione-consumo a livello planetario.

L’appello di adolescenti e giovanissimi a un impegno per fare in modo che questo desiderio diventi realtà non può restare inascoltato. Ovviamente ciò non può significare farsi illusioni, dimenticando la complessità delle dinamiche che sostengono l’ordine attuale e le sue capacità di autodifesa. La purezza che ispira i discorsi della contestazione, le rivendicazioni edipiche che li attraversano (« Padri, siete i colpevoli del male de mondo ! ») non può che condurre a delle semplificazioni deresponsabilizzanti, che, come ormai è fin troppo noto, non si sono mai rivelate una base solida per costruire un efficace progetto di cambiamento. Si potrebbe in fondo rispondere a questi millenials spiegando loro che per anni hanno consumato e fatto parte del « cattivo universale » nello stesso modo degli adulti a cui si rivolgono, i quali, nelle spirali dei grandi numeri della società massificata, si ritrovano ad essere come « i bambini che si credono grandi », « ominicchi », per dirla con le parole che Sciascia fa pronunciare a Don Mariano nel Giorno della Civetta. I quarantenni e cinquantenni (e forse perfino i sessantenni) di oggi sono indistinguibili per educazione consumistica dai millenials, poiché anch’essi nati e cresciuti dopo l’inizio di quella che alcuni scienziati e storici chiamano « Grande accelerazione » (definizione che smaschera il carattere ideologico di etichette come « Miracolo economico », o « Trentes glorieuses », e potenzia la pertinenza della pasoliniana « mutazione antropologica »).

Ora, pur tenendo conto di queste riflessioni critiche, occorre però affermare che questi giovanissimi studenti in sciopero hanno ragione, anzi, hanno tutta la ragione. Le contraddizioni della loro postura discorsiva non indeboliscono le loro rivendicazioni, poiché esse non riguardano esclusivamente (come avveniva in parte per le rivendicazioni del ’68) i rapporti tra individui all’interno della società, ma investono in primo luogo il problema dei problemi del nostro tempo : il rapporto tra società umane e ambiente. Un problema che riguarda l’Altro biologico al quale nessun uomo può sottrarsi, e che dunque concerne tutti gli individui, anche quelli appartenenti alle classi dominanti (che sembrano non averne coscienza, intrappolate paradossalmente nello schema della pura affermazione sociale).

Il fatto che questo problema non occupi centralmente e costantenemnte il campo massmediatico dell’informazione è un fenomeno che non stupisce se si considerano le logiche dei grandi interessi economici e delle forme di potere che essi determinano. L’intreccio dei colossali e apocalittici fenomeni che caratterizzano l’epoca attuale, che gli scienziati e gli storici più illuminati chiamano Antropocene (l’era geologica dell’uomo) è in effetti la più incontrovertibile e minacciosa obiezione alle virtù ormai indifendibili dell’attuale ordine economico globale. Eppure occorre stupirsi, pur non essendo stupiti. In questo caso la mancanza di stupore è ingiustificabile.

Se le disuguglianze sociali prodotte dall’attuale ordine economico fossero relative solo alla vita fra uomini qui e ora, a un dominio dell’uomo sull’uomo incapace di mettere in discussione i modi di esistenza futura della specie, si potrebbe ancora reagire senza eccessivo stupore o senza eccessiva indignazione al loro occultamento. Ma si può non stupirsi della profonda inadegutezza con cui gli organi di informazione trattano problemi che minacciano a breve termine la sussistenza delle strutture biologiche della vita di ogni uomo sulla terra ? Si può non stupirsi del fatto che al posto dell’allarme per i rischi tangibili di degrado irreversibile della qualità della vita presente e futura dell’uomo nel proprio ambiente (rischi prodotti suicidariamente dal modo di vita della parte più ricca dell’umanità), vi sia l’allarme contrario, evitante e maniacale per il PIL stagnante dei paesi opulenti o l’aumento del loro debito pubblico ?

È questo stupore sano e vitale che Greta Thunberg dice di avere provato a otto anni, quando ha sentito parlare per la prima volta del cambiamento climatico :

Mi ricordo di aver pensato : è davvero strano che gli umani, ovvero una specie animale fra le altre, siano in grado di modificare il clima della Terra. Se fossimo in grado di farlo e se ciò stesse davvero accadendo, non parleremmo d’altro che di questo. Accendendo la TV, ogni programma sarebbe dedicato a questo tema. Prime pagine, radio, giornali, non sarebbe possibile leggere o sentire parlare d’altro, come se fosse in atto una guerra mondiale. Invece non ne parla mai nessuno.

Rispetto a questa rimozione, a questo silenzio mortifero e criminale, la giornata del 15 marzo ha rappresentato un’irruzione di verità ; un taglio nella trama nevrotica del discorso economicista dominante, ma anche nella massa oscura dei controdiscorsi complottisti e populisti (paranoici) che proliferano sui social network.

Questa verità si è manifestata in modo fulmineo e inatteso. Inattesi erano soprattutto coloro che l’hanno incarnata, e forse proprio in quanto tali, loro, gli adolescenti, sono gli unici che hanno potuto e possono in quel modo farla sorgere e farsene portatori. Li credevamo ormai, nella loro quasi totalità, perduti apaticamente negli abissi piatti del loro smartphone, e invece, non solo hanno mostrato numerosi di avere coscienza del problema dei problemi, ma lo hanno mostrato facendo del loro stesso smartphone uno strumento per rendere possibile l’« evento » del 15 marzo.

Questi adolescenti ci hanno smentito, con nostro immenso piacere. Hanno smentito, almeno per un giorno, i maestri. Sui volti di questi giovanissimi del 15 marzo non si legge (per ora) la passione che Pasolini lesse sui volti dei giovani che il 1° marzo 1968 a Valle Giulia si scontrarono con i poliziotti : « i vostri orribili slogan vertono sempre / sulla presa di potere. / Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti, /nei vostri pallori snobismi disperati » (Il PCI ai giovani!). I volti di questi giovani, nella loro giornata di verità, non combaciano con i volti tetri preconizzati da Pasolini per i giovani nati dopo la « mutazione antropologica ». Bisognerebbe allora richiamare l’attenzione di Massimo Recalcati – uno dei pochi ad essere riuscito a raccogliere in modo fecondo il testimone di Pasolini – per dirgli : « guardi, Professore, l’inconscio di questi figli non è stato cancellato, è ancora pulsante ! Parlano della loro storia, dei padri, del loro sapere, del loro desiderio, del desiderio di poter ancora avere un desiderio…Guardi ! Sembra che questi piccoli Telemaco abbiano smesso di aspettare l’arrivo di un padre salvifico… pensano che Ulisse, col suo egoismo, sia responsabile dell’arrivo dei Proci… ».

Ovviamente non sono mancati gli adulti che hanno provato a chiudere gli occhi e a tapparsi le orecchie : « tornate a scuola !» è la frase paternalistica che è venuta loro alla bocca, in preda ai propri meccanismi di difesa. Ed è proprio questa la frase più ingiusta. Rifiutare la scuola, questa scuola, percepita come luogo fuori tempo, fuori posizione e fuori senso rispetto all’impellenza dei problemi dell’Antropocene, è più che comprensibile : è pienamente condivisibile.

La motivazione del rifiuto della scuola esibita dai manifestanti è quella della mancanza di futuro (ripetuta più volte da Greta Thunberg : « Perché dovrei studiare per un futuro che presto potrebbe non esistere ? »). Ma questa motivazione rientra nello schema edipico superficiale della contestazione. Occorre che gli adulti, e soprattutto i docenti, cerchino di ascoltare le motivazioni più profonde, pedagogiche, che alimentano il rifiuto simbolico della scuola. E’ innanzitutto una questione di coerenza. Consideriamo ad esempio il fatto che i problemi ambientali sono diventati ormai parte dei programmi della scuola secondaria in diversi paesi. Come può uno studente con un minimo di sensibilità, dopo aver passato ore a studiare questi problemi, non essere sopraffatto da un senso di angoscia nel vedere che ai vertici degli Stati (che considerano lo studio di questi problemi prioritari per l’educazione degli adolescenti) stanno individui che o ignorano completamente le grandi questioni ambientali, o, peggio, le negano e le rinnegano cinicamente per puri interessi economici o politici ?

Il problema non riguarda ovviamente solo le scienze. Il senso stesso del passato e della sua trasmissione è stato messo in crisi dall’ avvento dell’Antropocene. Che senso ha leggere opere artistiche e letterarie, imparare esempi storici dal valore “eterno”, “classico”, quando negli ultimi settant’anni non solo sono state poste le basi per cancellare ogni idea di “posterità duratura”, ma sono cambiate in profondità tutte le logiche di produzione e fruizione di esempi umanistici ? Come si può leggere una poesia o guardare un quadro sulla bellezza del mare, di un fiume, degli uccelli, mentre l’organizzazione della vita collettiva è votata al loro deturpamento ? Si può leggere quella poesia o guardare quel quadro come se questi ultimi decenni non fossero reali ? Come se rimanessero fuori dall’eternità artificiale in cui si concepiscono i saperi della scuola ?

Queste domande, e molte altre, non possono essere ignorate. Si potrebbe forse mettere meglio a fuoco il problema dicendo che oggi, di fronte ai molteplici aut-aut dell’Antropocene, per la scuola dei paesi sviluppati si presenta l’obbligo di affrontare finalmente in modo decisivo la propria scandalosa contraddizione : essere finalmente davvero un luogo di trasmissione dei valori assoluti della cultura e del diritto, un luogo di formazione del cittadino e di realizzazione sostanziale dei principi etici scritti, prima ancora che nelle costituzioni, nell’inconscio dei discenti. Rifondarsi dunque, ripensare i propri saperi a partire dalle grandi questioni dell’Antropocene, smettendo per sempre di essere uno dei principali luoghi in cui si ricrea la gerarchia sociale, in cui si costruiscono le « competenze » utili agli interessi dominanti, in cui si contribuisce a formare il lavoratore e il consumatore attraverso la feticizzazione del diploma.

La consapevolezza di Greta Thunberg e degli altri giovanissimi attivisti riguardo al problema dei problemi, alla minaccia che esso rappresenta per le possibilità di avere dei desideri autentici, vale più di qualsiasi diploma. Non resta dunque a questi giovani che ascoltare con impegno il proprio desiderio di un mondo ancora pensabile come duraturo, non condannato all’orizzonte angosciante del breve periodo; un mondo pensabile come aperto all’accoglienza delle generazioni che verranno. Sperando che questo desiderio contagi il più possibile i loro coetanei e gli adulti; che li (ci) risvegli dal torpore del godimento che conduce al più inconfessabile dei pensieri : « ci sarà la crisi, ma verrà dopo di noi. Intanto continuiamo a godere come abbiamo sempre fatto, come ci hanno insegnato ».

Un pensiero da “ominicchi”.